Intervista a Martina Rota

Un dialogo su mascolinità, vulnerabilità e resistenza: l’arte come spazio condiviso che mette al centro il corpo, e ci invita a cambiare sguardo sul nostro tempo. 

Capita spesso, parlando con amici o conoscenti, che si finisca per discutere di arte contemporanea. E quasi inevitabilmente sento frasi come: “Non ci capisco molto di arte”, “Non fa per me”, “È troppo soggettiva”, “Ma che vuol dire quest’opera?”. Sono reazioni comuni, comprensibili, figlie di anni in cui l’arte si è chiusa in una torre d’avorio, scegliendo un linguaggio elitario e inaccessibile. E oggi ne vediamo (e paghiamo) le conseguenze: un pubblico diffidente, se non disinteressato.

Eppure, basterebbe avere gli strumenti giusti o nuove modalità di lettura per scoprire quanto l’arte contemporanea sia intrecciata alla nostra quotidianità. Gli artisti non pescano i loro temi da mondi astratti, ma dal nostro presente, dalle esperienze e dai sentimenti che viviamo ogni giorno.

Ci sono artisti che lo fanno in modo esemplare, con ricerche che affrontano temi profondi e urgenti: la società, le relazioni, la nostra identità. Ed è per questo che ho scelto di dialogare proprio con Martina Rota, un’artista che esplora con lucidità anche il concetto di mascolinità.

LA CRISI DI IDENTITÀ DEL MASCHIO DI OGGI E LE RISPOSTE DELL’ARTE

Oggi noi uomini siamo di fronte a una crisi di identità: cerchiamo — spesso goffamente — di reinventarci, mentre fatichiamo a costruire spazi di confronto e alternative credibili ai modelli del passato. Allo stesso tempo è facile che i nostri problemi vengano liquidati come lamentele da privilegiati, ma questo non fa che alimentare un vuoto pericoloso che porta a risultati tragici.

Ho voluto aprire un dialogo con Martina proprio per affrontare queste tematiche, mostrando come l’arte possa essere un terreno fertile di confronto e riflessione, vicino a tutti. Il suo vero ostacolo è solo la pigrizia: l’arte contemporanea richiede attenzione e curiosità, ma offre in cambio uno sguardo prezioso su ciò che viviamo, ogni giorno.

Rota è un’artista nata a Bergamo nel 1995, è attiva nel campo delle arti visive e performative, co-founder, insieme a Giulia Parolin e Stefano Galeotti, di MASSIMO, spazio indipendente d’arte contemporanea nato nel 2019. Oltre al suo lavoro di artista, Martina lavora come movement director e performer. Tra le sue recenti collaborazioni troviamo: Puppies Puppies, Paola Pivi, MASBEDO, Isabelle Wenzel, Boris Chatmatz, Cristina Caprioli. La sua ricerca artistica indaga – attraverso una forte interdisciplinarietà – le urgenze, i desideri e i traumi del corpo in una dimensione collettiva e personale. Rota considera il proprio lavoro come un’opportunità per creare parentele con lo spazio, porre domande e riflettere sul sentire comune.

La sua formazione ha inizio all’Accademia di Belle Arti di Brera dove consegue la laurea nel dipartimento di arti visive. Parallelamente continua il suo percorso di studio tra l’Italia e l’Europa. Nel 2017 studia all’ SNDO – School for New Dance Development ad Amsterdam. Nel 2018 entra a far parte di Da.Re. corso di perfezionamento diretto da Adriana Borriello a Roma. Dal 2019 al 2021 fa parte del progetto di ricerca Incubatore per futuri coreografi C.I.M.D diretto da Franca Ferrari.

Martina Rota, With All My Strength, ph. Matteo Strocchia e Marco Servina
Partiamo dall’inizio. Ti ricordi il momento (se c’è stato un momento preciso) in cui hai capito che il corpo sarebbe diventato il centro della tua ricerca artistica, non solo dal punto di vista rappresentativo, ma anche strumentale?

Non credo ci sia mai stato un momento specifico, forse ci sono stati tanti appuntamenti nel corso di questi anni in cui in qualche modo ho capito che l’unico mezzo che avevo a disposizione era il corpo. Ma non ci siamo fatti nessuna promessa, non è un matrimonio, anzi forse in questo momento siamo nella fase in cui uno dei due vorrebbe la separazione. Ancora ci scrutiamo per capire se abbiamo un altro pezzo di futuro insieme oppure no. Questo per dire che ogni anno c’è una domanda che gli faccio: “Hai qualcosa da dire?! 

Mi ha sempre incuriosito come nei tuoi lavori ci sia un rapporto costante tra il linguaggio verbale e corporeo. Sembra quasi che alla base ci sia un tentativo di mostrare e mettere in scena un nuovo modo in cui questi due aspetti si debbano legare.

Proprio il contrario forse, nel senso che non credo si debbano legare, sono due elementi che vengono messi in gioco con l’obiettivo che attivino registri differenti di significato. Nel loro presentarsi non c’è un legame negativo, più un desiderio di capire ogni volta che si incontrano che cosa generano. Non so se mi sono spiegata!

Perfettamente, e trovo questo tuo punto di vista molto interessante. Forse mi sbaglio, ma credo che il tuo lavoro si relazioni perfettamente al nostro modo di vivere il presente, dove si comunica principalmente a distanza e dove il contatto fisico sembra complicarsi sempre di più. Prendi spunto da questo?

Sicuramente, e qui mi riferisco in particolar modo a lavori performativi live, dove c’è una dimensione del qui e ora che nostalgicamente mi interessa. Non è solo circoscritto all’ambito artistico, ma trovo importante preservare quei momenti e quelle esperienze culturali che ci mantengono ancorati a uno specifico tempo, spazio e microclima relazionale e intellettuale. Ne abbiamo disperatamente bisogno. Non so se la riflessione live e metaverso rientri esplicitamente nella mia ricerca…credo di no. Sicuramente essendo io figlia del digitale non mi sottraggo agli effetti e alle influenze che ha sulle nostre vite. Certamente c’è un desiderio molto personale di conservare un’intelligenza corporea, parlo anche in termini di funzionalità e di fisiologia: come mi muovo nello spazio, che tipo di pratiche posso mettere in atto per studiare quelle che sono le possibilità che ognuno di noi ha, chiaramente tenendo conto del privilegio di avere un corpo normato che mi permette di esplorare tutto con agio. Prendiamo ad esempio la corsa, il trend del momento insieme al pilates, che so che anche tu pratichi. Possiamo osservare la corsa non solo come elemento di interesse creativo, ma anche come elemento che ad esempio permette al corpo di essere in grado di scappare in caso di pericolo. Gli esempi in tal senso potrebbero essere moltissimi, e non hanno solo a che fare con il digitale, ma ad esempio anche con l’aspetto di industrializzazione del cibo, dell’ambiente. Ci sono tutta una serie di layers che stanno gradualmente modificando il nostro modo di abitare il corpo. Non voglio necessariamente condannare la tecnologia, che se penso alla medicina ha portato grandissimi benefici, ma al tempo stesso il digitale appiattisce e conforma il nostro modo di studiare, relazionarci al nostro corpo e a quello degli altri. 

C’è poco la dimensione del gioco, del prendersi cura al di là dell’estetica, in modo olistico. Pensiamo banalmente al concetto di skin care: ci immergiamo nelle creme, ma quanti di noi sanno che uno dei più grandi organi del nostro corpo, che si chiama fascia ed è l’insieme di tutti i tessuti elastici e connettivi, ha bisogno di movimento per stare in salute? Anche questa è skin care, eppure non la consideriamo, perché non vende. Io vorrei semplicemente che ci fosse un’accessibilità al sapere del corpo più diffusa specialmente qui in Occidente dove abbiamo sempre considerato il corpo come uno strumento, al pari dell’ambiente, da sfruttare: penso alla frase “ma sì, mi bevo un altro bicchiere adesso che sono giovane, perché tanto morirò lo stesso”. Ognuno è chiaramente libero e deve continuare a esserlo di decidere per sé stesso cos’è il corpo in cui vive, ma proprio per questo allora dovrebbe esserci maggior attenzione nel creare un’educazione capillare ed eterogenea su questa materia in termini non solo di estetica, ma di longevità, salute, funzionalità. Perché quando smettiamo di essere corpo – almeno per ora, finché l’AI non si impianterà dentro di noi – smettiamo anche di essere vita e potere. Quindi vorrei che facessimo un po’ più attenzione a come la società del lavoro sta depotenziando e facendo ammalare i nostri corpi, all’aria, al cibo, al tempo che non ci è concesso avere se non monetizzato.

Martina Rota, "Dirty Sweat", Shame is a Revolutionary Feeling, Fondazione ICA Milano, 2024. Courtesy l’artista e Fondazione ICA Milano. Ph. Andrea Zendali
Il tuo percorso artistico sembra nascere da un confronto profondo con la tua biografia e il tuo vissuto personale. In questa relazione tra lavoro e vita, dove finisce la tua necessità personale e dove comincia la forma artistica?

Non vedo una distinzione tra l’una e l’altra, per me sono indissolubili, sono due frecce che si guardano costantemente. Poi chiaramente ci sono lo studio, la ricerca, i fallimenti, le domande. Il lavoro spesso può subire un effetto più trasformativo, ma semplicemente per l’intento e le forze a cui è sottoposto che spesso confluiscono maggiormente rispetto alla vita, no?  

Assolutamente. Guardiamo ora i tuoi ultimi lavori. Il tuo progetto With All My Strength mette in scena una mascolinità spinta al limite, fisica, esasperata, eppure vulnerabile. Cosa ti colpisce oggi dell’universo maschile e del suo modo di vivere il corpo?

Sicuramente l’idea di performatività, molto più marcata e presente che nel genere femminile, dove a primeggiare ancora c’è l’estetica. Anche nel mondo del movimento e del fitness viene prima l’estetica del movimento che l’azione in sé e credo che questo sia più mascherato nell’universo maschile, dove però permangono moltissimi tabù legati a una sfera di intelligenza emotiva e sessuale. Mi colpisce anche come quest’idea di forza e di potere si instauri fin da piccolissimi come l’unica via percorribile per il maschio: tutto è indirizzato a un’idea di forza come potere, spesso violento, mancano invece dei contraltari che abbiano a che fare con la flessibilità, con l’ascolto, con la profondità. 


Oggi molti uomini (mi inserisco anch'io in questo gruppo) sembrano disorientati, in bilico tra modelli che non funzionano più e nuovi ruoli che non sanno ancora abitare, creando un vuoto pronto per essere riempito da narrazioni regressive e potenzialmente dannose che rischiano di trasformare il disagio individuale in rancore collettivo. Qual è la tua opinione a riguardo e come il tuo lavoro interviene in questo contesto?

Sì, certamente abbiamo un problema, penso che siamo sempre più consapevoli di quello che dici, ma essere consapevoli non significa che siamo in grado di far fronte alle tragedie che vediamo compiersi tutti i giorni, di uomini che uccidono le donne e poi vengono uccisi a loro volta da un sistema che non è in grado di riconoscere tutto ciò che precede la morte. Quanti micro segnali continuano a venire ignorati? A me pare ci sia un gran problema di ignoranza in tutta questa faccenda, nel senso originale della parola, di qualcosa che scegliamo di non vedere. Perché spesso non c’è tempo, non ci sono risorse, non ci sono i soldi, non c’è la relazione. Per guardare in faccia il problema e dirci “beh ora questa è una priorità” dobbiamo trovare delle soluzioni che vadano al di là della pena dell’ergastolo, che anticipino questa terribile condanna, che è fallimentare, perché ambisce a imprigionare una problematica che viene incarnata da un unico individuo, dentro quattro mura senza finestra. Come possiamo pensare che sia una soluzione? Una vita per una vita? Dente per dente? No, dobbiamo parlarne e agire prima, prima della bicicletta sbattuta per terra, del “puttana” gridato per strada, del coltello come strumento per autodifendersi, delle bambine a cui non è concesso studiare. Sono tutti gradini di una stessa scala che dobbiamo percorrere insieme e ribaltare. Il mio lavoro cerca di interrogarsi mantenendo un punto di vista il più aperto possibile, non è facile scontrarsi con uno diverso da noi, che fa dell’ignoranza il suo punto di forza, ma ognuno ha i suoi tempi nei processi di cambiamento e dobbiamo mantenerci vigili.

Martina Rota, Dear Lola & Prisci, 2025, Toast Project, ph. Leonardo Morfini
In una delle tue ultime performance, Dear Lola & Prisci, la voce sembra essere tutto: corpo, memoria, suono, respiro. Cosa rappresenta per te la voce e qual è il suo ruolo in questa performance e nella tua ricerca?

Ah, la voce è qualcosa di magico. Per me è piena di fantasmi: sono le persone che non ho al mio fianco e che vorrei avere, è in grado di aprire delle porte in ognuno di noi molto antiche, che di nuovo non credo abbiamo esplorato fino in fondo anche come collettività. Per me è davvero riuscire a entrare in contatto con degli elementi sepolti, che però attraverso il suono, sono lì con te che li ascolti o li produci, e sono solo lì in quel frangente che però spalanca zone che quotidianamente non sono sempre accessibili. E poi ha questa componente per cui spesso ci ricordiamo quello che le voci dicono, se sono belle o brutte, ma non il loro esatto suono. La cosa affascinante della voce è il suo essere un orizzonte astratto e ipnotico che ci seduce. Non a caso le sirene ci piacciono tanto. Nel caso della performance si tratta di un lavoro di accumulazione; mi sono chiesta se potesse esistere un lavoro nella mia ricerca che avessi il desiderio di portare fino alla fine dei miei giorni, e quindi è nata l’idea di questa performance che si compone di tante parti di testo provenienti da diverse fonti che ogni volta che performo si accumulano, atterrano in melodie e suoni diversi. È anche un gioco, un modo diverso di stare insieme, come quando si raccontavano le storie.

Nei tuoi lavori si percepisce sempre una ricerca di equilibrio tra il dolore, il desiderio e la libertà. In questo tempo così fragile e violento, cosa credi serva alla società per contribuire a un cambiamento sociale?

RIDURRE, RALLENTARE, RISPARMIARE, RESPIRARE, RESETTARE, RICENTRARE, RICICLARE, RIVEDERE, RELAZIONARSI. 

Non è facile, ma credo che tant* di noi abbiano il desiderio di costruire un mondo diverso dall’attuale e stiano facendo dei passi per andare in una nuova direzione, sta a ognuno di noi poi la libertà di scegliere dove posizionarci. Credo che l’arte da sempre cerchi di stare davanti, di captare il futuro.

Tu, in quanto artista, che responsabilità ti senti nei confronti del quotidiano e del contesto sociale in cui vivi?

Sento la responsabilità che è insita nell’arte di aprirci nuove visioni, di avvicinarci all’indicibile attraverso la sincerità e alle volte anche il conflitto. 

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Alessio Vigni
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