BIENALSUR, per ripensare il nostro posto nel mondo

BIENALSUR 2025 arriva a Roma con un progetto diffuso che coinvolge quattro sedi della città, portando in dialogo artisti internazionali che esplorano, attraverso linguaggi diversi, la relazione tra corpi umani e non umani.

BIENALSUR celebra nel 2025 i suoi dieci anni, confermandosi una piattaforma di cooperazione culturale che ridefinisce la geografia dell’arte contemporanea. Nata da un’università pubblica argentina, la manifestazione ha costruito nel tempo una rete orizzontale che rifiuta gerarchie e centri dominanti per dare voce a molteplici comunità artistiche nel mondo. Il progetto romano, curato da Benedetta Casini (con Diana Wechsler per Palazzo Braschi), si articola in quattro sedi – Palazzo Braschi, Ambasciata del Brasile, Ambasciata di Spagna e AuditoriumArte – e affronta un tema quanto mai attuale: il rapporto tra il corpo e le altre forme di vita e di materia che coabitano il nostro pianeta.

Ogni tappa presenta pratiche e sensibilità differenti, che spaziano dalla fotografia alla performance, dalla pittura al suono. In un panorama così articolato, abbiamo scelto di approfondire un artista per ciascuna sede come chiave interpretativa, pur riconoscendo la ricchezza e la diversità delle ricerche presenti.

Friedrich Andreoni, I Was So Wrong, 2021, installation view, ph. Pasqualini-Fucilla, MUSA

A PALAZZO BRASCHI INVOCAZIONI TRA PAESAGGIO E SPAZIO DOMESTICO

A Palazzo Braschi il progetto romano di BIENALSUR prende la forma di Invocazioni: un dialogo a due voci tra Matías Ercole e Chiara Bettazzi, che mettono in relazione il paesaggio vegetale contemporaneo con gli spazi domestici e museali. Bettazzi presenta un’installazione in cui oggetti d’uso quotidiano – un materasso avvolto da lenzuola bianche, un’asse da stiro, un tavolino da lavoro – si combinano con fiori e piante, dando vita a “oggetti d’incontro” in lenta trasformazione, sospesi tra natura morta e apparizione fantasmagorica.

In questo contesto, abbiamo scelto di approfondire hanno visto il sole cadere di Matías Ercole, una grande tela installata al soffitto che nega la tradizionale idea di quadro-finestra. L’artista parte da paesaggi delle Americhe dipinti da pittori europei dell’Ottocento e li scardina dall’interno: il colore viene prima steso in modo uniforme e poi inciso, graffiato, rimosso, facendo emergere forme in negativo, come se l’immagine affiorasse da un fondo comune. Il risultato è un paesaggio che si frammenta e si dissolve, privo di presenze umane, in cui la natura non è più sfondo ma corpo autonomo, instabile, quasi inquieto. La sospensione della tela sopra le teste dei visitatori trasforma l’opera in un ambiente immersivo: non la si guarda soltanto, la si attraversa, ritrovandosi letteralmente “sotto” un sole che sembra sul punto di cadere.

 

Matias Ercole, Hanno visto il sole cadere, inchiostro e cera su carta su tela, 300x180 cm, 2025, ph. Marcos Mendivil

LE ECOLOGIE DI CONTATTO ALL’AMBASCIATA DEL BRASILE

L’Ambasciata del Brasile presenta Ecologie di contatto: opere che indagano il corpo come luogo di resistenza e vulnerabilità. Qui il paesaggio non è solo sfondo, ma una condizione politica e relazionale, un campo di forze che modella identità, gesti, immaginari.

In questo contesto, abbiamo scelto l’opera senza titolo della serie Objetos para tampar o Sol de seus olhos di Paulo Nazareth, in cui l’artista appare con il volto parzialmente nascosto da foglie tropicali. L’immagine, solo all’apparenza leggera, ribalta i codici della rappresentazione antropologica: il soggetto si sottrae allo sguardo che pretende di definirlo, affermando il diritto a non essere assimilato o fissato in categorie rigide. Accanto ai lavori di Nazareth, la mostra presenta opere che affrontano ferite coloniali, rapporti comunitari e processi di trasformazione culturale, rendendo questo spazio un punto di snodo essenziale della narrazione di BIENALSUR a Roma.

LA MIA MORTALITÀ DOVREBBE COMMUOVERTI ALL’AMBASCIATA DI SPAGNA

Nella sede dell’Ambasciata Spagnola, con La mia mortalità dovrebbe commuoverti il dialogo si concentra sulle relazioni tra corpo, territorio e architettura, facendo emergere la stratificazione delle memorie e delle tensioni storiche. Le opere evocano paesaggi instabili, in cui i confini non sono linee ma processi.

All’interno di questo percorso, abbiamo scelto Ingapirca #5 di Karina Aguilera Skvirsky, una fotografia performativa in cui il corpo dell’artista entra in risonanza con le rovine archeologiche del sito precolombiano di Ingapirca. Skvirsky non si limita a rappresentare il paesaggio: lo abita, lo attraversa, ne riattiva simboli e ferite, trasformando l’immagine in un punto di contatto tra memoria ancestrale e presente. La mostra include anche opere che interrogano l’eredità coloniale, le migrazioni e i processi di costruzione dell’immaginario, offrendo una lettura ampia e sfaccettata del corpo come archivio vivente.

Paulo Nazareth, Senza titolo, dalla serie Objetos para tampar o Sol de seus olhos, 2010, ph. Marcos Mendivil

UN SUONO IN FONDO ALL’ORECCHIO DA AUDITORIUMARTE

L’ultima tappa del percorso è ospitata da AuditoriumArte, all’interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, uno spazio dedicato alle sperimentazioni sul suono e sulle sue manifestazioni visive. Qui la voce, la vibrazione e l’ascolto diventano materia artistica: è Un suono in fondo all’orecchio.
In questo contesto, abbiamo scelto di approfondire I was so wrong di Friedrich Andreoni, un’opera che parte da una breve confessione vocale e la trasforma in spettrogramma. La frase registrata, tradotta in immagine, diventa una sorta di bandiera fragile, un dispositivo che mette al centro la vulnerabilità come atto generativo, scardinando l’idea di errore come fallimento. Accanto all’intervento di Andreoni, la mostra presenta lavori che ampliano il concetto di ascolto, indagando il rapporto tra corpo e vibrazione, memoria sonora e linguaggio.

COSTRUIRE COMUNITÀ ATTRAVERSO L’ARTE

Le quattro tappe romane offrono una visione condivisa: superare la separazione tra umano e non umano, riconoscendo la complessità delle relazioni che compongono il nostro mondo. Come sottolinea il direttore generale Aníbal Jozami, BIENALSUR non mira a occupare territori ma a costruire connessioni: «la nostra non è una geografia fisica, ma una geografia simbolica, che nasce dal desiderio di interrompere l’isolamento, mettere in dialogo pratiche diverse e affermare che la cultura può essere un territorio comune».
In un’epoca segnata da crisi ambientali, disuguaglianze e conflitti, Jozami ricorda che «democratizzare l’accesso all’arte è un atto di resistenza e di speranza, perché l’arte rafforza lo spirito critico, coltiva l’empatia e apre possibilità di immaginare comunità più giuste e sensibili».

Le Invocazioni di Roma risuonano proprio in questa direzione: un invito a guardare il mondo con maggiore attenzione, a riconoscere la pluralità delle presenze che lo abitano e a comprendere che ogni relazione, anche la più fragile, può trasformare il modo in cui viviamo insieme.

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Alessandro Mancini
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