L’India oggi: laboratorio di tensioni e possibilità

L’India del presente è un territorio in rapido mutamento, dove modernizzazione accelerata, memorie coloniali, conflitti identitari e stratificazioni sociali millenarie convivono e si scontrano, generando un laboratorio unico di tensioni e possibilità.

L’India contemporanea è un gigante in movimento, un subcontinente che attraversa simultaneamente molteplici temporalità. Mentre le megalopoli si espandono a ritmi vertiginosi e l’economia si proietta verso scenari globali, persistono stratificazioni sociali millenarie, conflitti identitari mai risolti, memorie coloniali che affiorano nei gesti quotidiani. È un paese di oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone, dove la convivenza non è mai un dato acquisito ma una negoziazione continua tra lingue, religioni, caste, tradizioni che si intrecciano e si scontrano. Un “vortice temporale”, per usare un’espressione che coglie perfettamente la vertigine di un luogo dove passato remoto e futuro prossimo coesistono senza sintesi apparente.

India. Di bagliori e fughe, PAC Milano, 2025, ph. Nico Covre

ARTE CONTEMPORANEA IN INDIA: UNO SPAZIO DI ELABORAZIONE CRITICA

In questo scenario complesso e spesso contraddittorio, l’arte contemporanea indiana si è affermata negli ultimi decenni come uno spazio privilegiato di elaborazione critica e immaginazione collettiva. Non si tratta semplicemente di una produzione artistica che riflette le dinamiche sociali, ma di pratiche che nascono direttamente dal “vivere associato”, dall’urgenza di confrontarsi con le tensioni della convivenza, di dare forma a interrogativi che non hanno risposte semplici. Gli artisti indiani di oggi lavorano in un contesto segnato da accelerazioni economiche che creano nuove élite e nuove marginalità, da una crescente repressione politica che cerca di imporre narrazioni univoche sulla nazione e l’identità, da trasformazioni culturali che mettono in discussione equilibri secolari.

DISUGUAGLIANZE, NARRAZIONI NAZIONALISTE E NUOVE PRATICHE ARTISTICHE

Le disuguaglianze sociali si amplificano mentre il discorso pubblico tenta di omogeneizzare la straordinaria diversità culturale del paese in un’unica narrazione nazionalista. In questo clima, le pratiche artistiche diventano terreno fertile per nuove forme di associazione, dissenso e solidarietà. Gli artisti operano spesso in collettivi, creano archivi della memoria che resistono alla cancellazione, utilizzano linguaggi visivi che emergono dalle periferie e dai margini, inventano forme di alterità che sfuggono alle categorizzazioni dominanti. Non è un’arte che si limita a rappresentare il reale, ma che cerca attivamente di trasformarlo, di aprire spazi di possibilità dove l’immaginazione possa operare come forza politica.

India. Di bagliori e fughe, PAC Milano, 2025, ph. Nico Covre

L’INDIA COME SPECCHIO DI DINAMICHE GLOBALI

Questo fermento non riguarda solo l’India. Le questioni che gli artisti indiani affrontano – i confini contesi, i corpi controllati, le memorie coloniali, le gerarchie sociali fossilizzate, le ecologie minacciate – vanno ben oltre i confini geografici e culturali del subcontinente. Sono questioni globali che assumono in India una particolare intensità, una visibilità che illumina dinamiche presenti in molte altre società contemporanee. L’India diventa così una sorta di laboratorio dove osservare in forma amplificata i dilemmi della modernità, della globalizzazione, della convivenza nella differenza.

INDIA. DI BAGLIORI E FUGHE: LA MOSTRA AL PAC DI MILANO

È in questo contesto ricco e problematico che si inserisce la mostra che il PAC di Milano dedica all’India contemporanea, proseguendo il proprio viaggio tra le diverse espressioni dell’arte internazionale. India. Di bagliori e fughe è un’ampia collettiva che presenta le opere di ventisette artisti e collettivi.

La selezione comprende voci diverse per provenienza geografica, formazione e linguaggi espressivi: da Anju Acharya a Millo Ankha, da Pinak Banik a Kaur Chimuk, da Tenzin Gyurmey Dorjee a GABAA, da Malik Irtiza a Shefalee Jain, da Ranjeeta Kumari a Uzma Mohsin, da Maksud Ali Mondal a Jithinlal N R, da Renuka Rajiv a Smita Urmila Rajmane, da Kaushal Sapre a Niroj Satpathy, da Moonis Ahmad Shah a Ritika Sharma, da Mohit Shelare a Gagan Singh, da Sumakshi Singh ad Aarti Sunder, da Suvani Suri ad Alina Tiphagne, da Gopa Trivedi ad Aasma Tulika, fino alla Panjeri Artists’ Union e a Gyanwant Yadav. Molti di questi artisti sono ancora poco conosciuti al pubblico europeo, rendendo la mostra un’occasione preziosa di scoperta e confronto con pratiche artistiche che raramente trovano visibilità nei circuiti espositivi internazionali.

India. Di bagliori e fughe, PAC Milano, 2025, ph. Nico Covre

PRATICHE ARTISTICHE TRA MEMORIA, COLLETTIVITÀ E RESISTENZA

La mostra indaga le frizioni della convivenza, proiettando lo sguardo in avanti e sondando possibili vie di fuga. Non propone una ricognizione completa dell’arte indiana contemporanea, ma una selezione mirata di pratiche nate dall’urgenza del vivere in comune: esperimenti collettivi, archivi di memoria, canzoni, movimenti sociali e linguaggi visivi che scaturiscono dalla necessità di condividere spazio e destino, inventando forme di alterità capaci di resistere all’omologazione.

Il percorso espositivo si articola come un mosaico eterogeneo di scenari instabili e in trasformazione, restituendo la complessità e le tensioni della società indiana e, per estensione, globale. Le opere spaziano dal disegno alla pittura, dalla fotografia alla videoarte fino alla performance, creando un universo ricco e talvolta contraddittorio che rifiuta sintesi facili o narrazioni lineari.

MEMORIE DOMESTICHE, GEOGRAFIE CONTESE E CORPI SORVEGLIATI

Il ricamo kantha, tradizionale tecnica bengalese di riutilizzo dei tessuti, diventa nelle mani di alcuni artisti un archivio vivente della memoria domestica, dove i gesti femminili di cura e riparazione si trasformano in atti di preservazione culturale. I paesaggi del Kashmir emergono come geografia contesa, intrappolata tra narrazioni di nazionalità, speranza, cancellazione e ritorno – un territorio dove la bellezza naturale convive con la militarizzazione, dove ogni immagine porta il peso di conflitti irrisolti.
Il corpo umano, visto attraverso il linguaggio medico e scientifico, emerge come terreno di controllo, ansia e desiderio di dare ordine a ciò che ci turba. La scritta che campeggia nella sala — “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità” — non è un frammento casuale, ma richiama il Manifesto del Futurismo di Marinetti (1909). Rievocando l’estetica della macchina e dell’accelerazione, il slogan funziona da lente critica: se il Futurismo voleva innalzare la velocità a valore estetico, molte delle opere in mostra ne rovesciano o complicano le premesse, mostrando come la modernizzazione imponga nuove forme di controllo sul corpo, sulla memoria e sulla vita collettiva. In questo senso il corpo, visto attraverso il linguaggio medico e scientifico, diventa terreno di disciplina e di ansia — e le opere che esplorano connessioni storiche tra il Bengala e l’Europa rivelano anche l’ambiguità di certi riferimenti politici, inclusa l’attrazione che alcuni nazionalisti indiani hanno mostrato verso i modelli autoritari italiani del Novecento.

India. Di bagliori e fughe, PAC Milano, 2025, ph. Nico Covre

ARTE, COLONIALISMO, CASTE E MONDI COSMOLOGICI

Manufatti coloniali e dipinti della Compagnia delle Indie mostrano come la ribellione sopravviva negli oggetti, nei paesaggi e nelle pieghe della vita quotidiana, anche quando sembra che la dominazione abbia cancellato ogni traccia di resistenza. Un’infra-scultura di “nodi” collega idealmente spazi gestiti da artisti in diverse regioni del mondo, suggerendo reti di solidarietà e scambio che operano al di sotto delle geografie ufficiali.
Un murale ci interroga sulla fissità della logica delle caste e delle gerarchie sociali, sistema che continua a strutturare profondamente la società indiana nonostante i proclami di modernità. Le foreste, i margini e le periferie del Kerala si manifestano come luoghi dove coesistono la vita e l’aldilà, dove le cosmologie tradizionali persistono accanto alla modernizzazione accelerata. Cosmografie e strani bestiari svelano i mostri di ieri e di oggi, creature che creiamo a nostra immagine e somiglianza, alimentate dal nostro bisogno di ordine e dalla nostra paura del caos.

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Lucia Antista
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