Dentro la Venezia che resiste. Intervista a Nularse e Tiziano Pastor

Nularse, cantautore veneziano, e Tiziano Pastor dell’Associazione Casa Michelotto Pastor, raccontano una Venezia intima e resistente, dove musica, architettura e storia si intrecciano rivelando la città oltre il turismo.

Se pensiamo a Venezia, la prima cosa che ci viene in mente è il turismo, quell’enorme flusso di individui che – ormai – in qualsiasi momento dell’anno invade la città. Questo fenomeno ha fatto sembrare che esista solo una dimensione di quello spazio urbano: quella fatta di negozi di souvenir, di ristoranti pessimi che ti servono orribili carbonare o lasagne alla “bolognese” a qualsiasi ora, e di gruppi di addii al celibato o al nubilato che passano da un bacaro all’altro con costumi ridicoli.

Venezia, a un occhio inesperto, può sembrare solo questo. E il rischio c’è. Per scoprire la vera essenza della città devi avere pazienza, saperla attraversare, oltrepassare quello strato superficiale e perderti nelle calli. Se si cerca bene, si arriva in profondità, ed è proprio lì – in quelle stradine che lo scrittore Tiziano Scarpa rappresenta come vene in cui scorre il sangue, mostrando tutta la loro forza vitale – che Venezia rivela il suo volto autentico. Dietro un portone apparentemente identico a mille altri può nascondersi qualcosa di magico, qualcosa che non ti aspetti. Lo stesso accade con le case, che dietro le strutture gotiche, gli echi orientalizzanti e le facciate consumate dalla salsedine custodiscono storie, eventi e progetti: una Venezia diversa, vera, che resiste a quello strato superficiale che giorno dopo giorno rischia di consumarla.

Per questa serie di interviste che sto realizzando per art-frame ho fatto una chiacchierata non con un artista visivo, ma con un artista proveniente dal mondo della musica e uno dei fondatori di un’associazione veneziana che racchiude al suo interno storia, architettura e progettualità culturali. Parlo di Nularse, cantautore delicato che ha recentemente pubblicato il suo nuovo album Ospiti e che, all’interno del tour di presentazione, ha inserito anche una data speciale, accompagnato dal cantautore Bharto: quella del 5 dicembre a Venezia. Durante quella serata si è esibito a Casa Michelotto Pastor, un ambiente estremamente intimo, fatto di stanze colme di dettagli pensati in modo profondamente personale. Un unicum architettonico ristrutturato tra il 1964 e il 1965 dagli architetti Valeriano Pastor e Michelina Michelotto, che la abitarono con i loro figli: una casa nata in un periodo di intenso fermento culturale veneziano, segnato dalle sperimentazioni artistiche e linguistiche di figure come Emilio Vedova e Luigi Nono. Da qui arriva anche la terza voce di questa intervista, quella di Tiziano Pastor, nipote dei due architetti, erede di questa storia e membro della famiglia che ha dato vita all’Associazione Casa Michelotto Pastor, con cui realizzano serate in cui l’architettura dell’edificio dialoga con altri mondi della cultura. 

Sono felice di aver creato questo dialogo, perché sono sicuro che vi servirà non solo per scoprire un grande artista come Nularse, ma anche per scoprire una storia delicata e autentica di un luogo speciale di Venezia.

Nularse, Casa Michelotto Pastor, Venezia
Nularse, da dove nasce il tuo nome d’arte?

NU: ”Nularse” è una parola dialettale che significa “rannuvolarsi”. Indica il momento in cui il cielo si prepara alla tempesta e si carica di energia. L’ho scelta perché conserva un legame con le mie radici, senza però dichiararlo apertamente.

Il tuo ultimo album “Ospiti” nasce da una profonda intimità e sembra parlare di accoglienza e attraversamento emotivo. Qual è l’esigenza dal quale è nato questo progetto?

NU: Sentivo il bisogno di indagare quella particolare sensazione di fugacità che a volte provo nei confronti delle cose e della vita stessa. Questo disco è nato in un momento in cui mi percepivo come un ospite temporaneo della mia stessa esistenza. Non era una percezione negativa, anzi: aveva quasi il sapore di un sollievo. Troppe volte dimentico quanto poco contiamo nel grande schema delle cose; forse, se me ne ricordassi più spesso, vivrei in modo più autentico, più sereno.

Immagino che anche i rapporti tra le persone ne trarrebbero beneficio: ci sentiremmo più vicini, uniti dalla consapevolezza della fragilità e della brevità della vita. Con questo disco, volevo fissare nel tempo quella sensazione, catturare l’attimo effimero che scivola via così rapidamente.

Venerdì 5 dicembre, ha avuto luogo la serata all’interno di Casa Michelotto Pastor. Come questo album dialoga con questo spazio che è a sua volta una stratificazione di storia, volumi e memorie?

NU: Quando ho varcato la soglia di Casa Michelotto Pastor, lasciandomi alle spalle il frastuono di una Venezia che conosco così bene — frenetica, turistica, affamata di bellezza — mi è sembrato di entrare nella mente di una persona che non avevo mai incontrato.
Appena dentro, mi è parso di scorgere una Venezia nuova, vista dall’interno, ma da un luogo completamente inedito. Cambiando punto di vista, anzi assumendo quello di un altro, cambia tutto ciò che ci circonda. Credo che le canzoni di Ospiti possano a loro volta raccontare questo luogo da prospettive diverse, come se volessero popolare queste stanze a modo loro. Per me è un privilegio poter contaminare questo spazio, anche solo per una sera, attraverso le melodie dei miei brani. Ospiti è stato concepito come un album innanzitutto architettonico. Ho cercato di costruire spazi musicali attraverso le canzoni, una sorta di edificio emotivo che racconta come siamo in costante trasformazione: luoghi abitati da emozioni sempre in movimento. E credo che non ci sia cornice più adatta di questa per dare forma a quell’idea.

TI: L’album Ospiti di Nularse è un album delicato, essenziale nella sua complessità ed educato, quale ospite migliore? È un ascolto che pacifica lo spirito. Parto da questo per dire che la relazione, tra musica e architettura, è possibile grazie proprio a queste caratteristiche. Oltre tutto l’album mi piace, quindi ha tutto il diritto di entrare in questo spazio. Per ampliare il discorso, Casa Michelotto Pastor è uno spazio architettonico che mette al centro il dialogo tra spazi. L’esterno cittadino entra all’interno della casa e si diffonde tra le stanze. Lo spazio interiore che ospita lo spazio esteriore e ne crea un dialogo paritario. Il soggetto, in un certo senso, si perde e ci troviamo a domandarci chi sia il vero protagonista? La casa? La città di Venezia? Gli architetti? Non è così importante. Sono tutti elementi che concorrono a creare uno spazio che può anche essere ideale. La casa è un luogo dove ci si sente bene, dove si pacifica lo spirito.

Nularse, Casa Michelotto Pastor, Venezia
Questa abitazione è una combinazione di spazi progettati durante un periodo molto vivace per Venezia, gli anni Sessanta. Ci puoi raccontare brevemente la storia di questo stupendo progetto architettonico?

TI: Questo spazio l’hanno comprato i miei nonni insieme alla coppia di vicini, i Capovilla. Per loro la casa era troppo grande e i miei nonni si sono impossessati di quella che ora è la nostra porzione. È una parte di un Palazzo veneziano, Palazzo Zacco. Il progetto di trasformazione del piano nobile a Ca’ Zacco nasce in un periodo di felice sperimentazione sullo spazio abitativo all’interno di case e palazzi veneziani, quello tra 1964 e il ’65. I due architetti, Valeriano Pastor e Michelina Michelotto, dialogano incessantemente con l’esterno dilatando il ‘dispositivo-finestra’ e inventando così uno spazio intermedio tra interno ed esterno nel quale la città possa fluire. Lo spazio percepito si ingrandisce. La casa si sviluppa su più livelli con generose doppie altezze – piano principale, ammezzato e mansarda – e pur composta da ambiti definiti, offre continue connessioni spaziali tra un ambiente e l’altro. I contenitori e le armadiature sono volumi che compongono un paesaggio ‘urbano’ interno ricco e articolato, e i colori usati con audacia, oltre a essere un omaggio a Venezia, marcano le scelte progettuali. Al restauro della casa hanno partecipato numerosi artigiani conosciuti per la collaborazione con Carlo Scarpa come l’officina dei fratelli Zanon e la falegnameria Capovilla. Negli anni sono state fatte modifiche e aggiunte, ovviamente firmate dai due architetti, come la Lampada a braccio del salone e le poltrone ‘Miki’ che circondano il tavolo rotondo.

Oggi siete voi, un’intera famiglia che si fa custode e attivatrice di questo luogo. Da questa missione è nata poi la vostra associazione e vorrei che tu ci raccontassi cosa vi spinge in questo percorso che ormai dura più di un anno.

TI: Oggi siamo noi. il processo è stato naturale. Forse a causa della disciplina di noi nipoti che siamo musicisti e un cuoco. Le nostre pratiche vedono al centro la condivisione, quale posto migliore per condividere idee musicali e culinarie che una casa? Trovarsi di fronte alla morte conduce sempre a qualcosa, è un fatto rivoluzionario per chi vive, e per chi muore, forse, non lo so. Mi ricordo l’ultimo incontro con il nonno, in cui mi ha dato fondamentalmente delle direttive creative. Mi parlava di fotografie e del fatto che bisogna sempre, in qualche modo, cavarne una visione personale e unica. Mi sono reso conto, e penso di poter parlare anche per Giacomo, Edoardo, Barbara, fratello, cugino e zia, che il posto da cui veniamo è unico e personale. Venezia, in primo luogo, e gli spazi che frequento fin da piccolo, ovvero lo studio degli architetti e questa casa.  Oltre a ciò, pensando a Venezia, ci siamo detti che forse avremmo potuto contribuire alla vita locale. Noi che siamo cittadini. Venezia è piena di arte, ma spesso viene dall’esterno, dalla Biennale per esempio (ed è benvenuta ci mancherebbe). Ma i cittadini sono spettatori invisibili. Venezia è una vetrina passiva. Per noi, aprire al pubblico una casa privata ricolma di sapere cittadino e non è solo un atto civico. Riempirla delle nostre conoscenze e proiettarla sul presente è una grande soddisfazione e anche una sorta di missione: Venezia non è morta, non è solo un bel contenitore, è uno spazio che offre possibilità così come le offre la nostra casa.


L’abitare, nella musica e nell’architettura, può essere un gesto di apertura e vulnerabilità. Cosa significa per voi condividere un luogo così e soprattutto cosa significa accogliere il nuovo progetto musicale di Nularse che si intitola proprio “Ospiti”?

TI: In una casa si ricevono gli ospiti e si è ospiti. Ma a parte questo legame evidente, il primo evento che abbiamo ospitato in Casa Michelotto Pastor è stato “Sceneggiatura per un Pranzo” evento commemorativo per la morte dei Nonni. Consisteva in un concerto/cena itinerante all’interno della casa. ogni momento musicale, portato avanti da me o da Edoardo, corrispondeva a una portata di Giacomo e a una stanza della casa. Questa performance veniva rafforzata da una lettera scritta dal nonno per il loro anniversario di matrimonio del 2017, la lettera intitolata “sceneggiatura per un pranzo” vedeva noi nipoti esibirsi tra le portate del pranzo. Da questa performance, personalmente ci ho ricavato un EP “Casa Pastor”, e ci abbiamo impostato la modalità degli eventi: concerti con aperitivo in quella che è una dimensione casalinga. Forse il contesto architettonico ricercato e unico allontana le persone dall’idea di casa, ma su quei pavimenti ci rotolavamo, giocavamo con i 16 animali di Enzo Mari o i pupazzetti che erano di mio padre, bevevamo il latte e menta fatto dalla Nonna Michelina, mangiavamo il polpettone e osservavamo il coltello personale del nonno ascoltando la RAI sulla radio. La nonna ci raccontava storie, il nonno annuiva sorridendo, insomma vita normale familiare. Ricordi oggi di cui sono ospite.

Nularse, Casa Michelotto Pastor, Venezia
Se questa casa fosse una traccia del tuo disco, quale sarebbe? E perché?

NU: Per le sonorità e per la costruzione stessa del brano, ritengo che Io non mi conosco sia il pezzo più adatto. Ha un’armonia complessa, ma allo stesso tempo scorre leggero grazie alla linea melodica. Mi sembra perfetto per Casa Michelotto Pastor, un’architettura che accoglie con una semplicità apparente, dove ogni elemento sembra trovarsi in perfetta armonia con gli altri. Eppure, osservando meglio, ci sono dettagli inattesi: un affresco di qualche secolo fa, una gigantesca lampada artigianale che richiama le forme di una gondola, posizionata in un complesso e affascinante sistema di argani. Questa convivenza di elementi diversi è, secondo me, fondamentale per generare innovazione. Ho cercato di fare qualcosa di simile nel mio disco: un incontro tra tradizione e innovazione, una forma canzone all’italiana 2.0, in cui la struttura viene scomposta ma mantenuta coesa da un approccio profondamente cantautorale.

Che tipo di ospiti ci sono nel disco? C’è un punto in cui musica e architettura si incontrano anche nel tuo progetto musicale?

NU: In un’altra vita ho conseguito una laurea in Architettura proprio allo IUAV, dove l’Architetto Pastor è stato rettore e docente, ben prima che io vi studiassi. Per me, questo crea un curioso collegamento tra i punti, e questa coincidenza mi riempie di entusiasmo. Al di là di queste casualità, credo che architettura e musica possano incontrarsi in questo album: volevo che fosse una sorta di concept album sulla mia interiorità, con un filo conduttore capace di unire tutti i brani, raccontando la ricerca di sé attraverso la mancanza, il cambiamento e la memoria. Ogni canzone esplora un frammento dell’identità in continua trasformazione. Entrando in Casa Michelotto Pastor, ho percepito un ambiente estremamente intimo, con stanze colme di dettagli pensati in modo profondamente personale. Mi è sembrato di entrare dentro un pensiero, un’idea: un’impressione che mi ha affascinato fin dal primo momento.Noi stessi siamo come stanze, abitate da sconosciuti che, poco a poco, accogliamo nelle nostre vite. Dentro di noi dimorano pensieri, ricordi ed emozioni che bussano alla porta, proprio come ho fatto io entrando in quel luogo. Casa Michelotto Pastor, mi sembra, è perfetta per accogliere tutto questo.

Cosa vorreste che rimanesse agli ospiti che entrano in questa casa e che ascolteranno questo disco?

TI: Spero che gli ospiti che entrano in Casa Michelotto Pastor capiscano il valore del gesto di apertura alla città che abbiamo portato avanti creando l’associazione. Il valore architettonico è evidente. Al momento siamo associazione e abbiamo bisogno del sostegno della comunità, vorremmo fare comunità attraverso le nostre iniziative. c’è un momento per tutto. dobbiamo ricordarci di prendere del tempo per noi, entrarci dentro lasciar vagare il pensiero. Noi che siamo cittadini, architetti, musicisti, cuochi, nipoti, individui. abbiamo bisogno di un posto o una condizione per pacificarsi, volersi bene. L’album Ospiti di Nularse ci porta in quel luogo, Casa Michelotto Pastor pure, almeno per me, spero possa esserlo anche per tutti gli ospiti futuri.

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Alessio Vigni
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