Tra intimo e collettivo: Moira Ricci al MAMbo 

Quarta Casa conduce lo spettatore in un viaggio quasi onirico al confine tra verità e artificio.

Ogni pratica artistica che interroga le immagini si confronta con un’evidenza solo apparente: ciò che si palesa davanti alla fotocamera in un determinato momento non si esaurisce mai in un’entità assoluta (ab-solutus: liberato, sciolto); è invece una superficie attraversabile, fatta di interstizi, di stratificazioni che l’immagine può o meno rendere visibili. Nel momento in cui si deposita su una fotografia, un frammento di mondo smette dunque di essere un semplice dato e comincia a rivelarsi come materia interrogabile, suscettibile di essere riaperta e rimodellata, rimanendo, in qualche misura, mancante di un altrove che poteva essere e non è stato. 

È precisamente attorno a questo spettro di un altrove possibile che danza l’opera di Moira Ricci (Orbetello, Grosseto, 1977), artista con un debole per la manipolazione della materia fotografica protagonista negli spazi del MAMbo di Bologna fino all’11 gennaio 2026 con Quarta Casa, la prima retrospettiva che raccoglie pezzi del suo percorso artistico, dal 2009 al 2024, trasportando lo spettatore in un viaggio quasi onirico sospeso su una soglia: quella tra autobiografia e collettività, ineluttabilità del passato e potenziali futuri, verità e artificio.

LA SOGLIA COME COLLANTE DELLA RETROSPETTIVA DI MOIRA RICCI A BOLOGNA

Ed è proprio la soglia, nel percorso espositivo, a giocare il ruolo di collante e fil rouge: si parla di un confine fra realtà e finzione, certo, ma soprattutto fra ciò che appare e ciò che si lascia intuire, fra il passato come deposito di accadimenti e il passato come materia da cui estrarre possibilità latenti. La fotografia smette così di essere lo strumento che sancisce il “così è stato”, e si trasforma nella leva che consente di varcare questo confine. 

In questo punto si inserisce la questione autobiografica, la più urgente per Ricci, che prende conseguentemente spazio e si assume a metodo per tutto il suo percorso: il racconto della propria vita, infatti, non costituisce unicamente un repertorio affettivo da esibire, ma diventa strumento di comprensione di un mondo visto, osservato e decifrato attraverso ciò che è più fragile e quotidiano. L’essenza di questo approccio è già tutta nella provenienza dei materiali coi quali Ricci lavora: archivi di famiglia, storie contadine, leggende della Maremma e luoghi carichi di racconti di vita, che nelle mani dell’artista si trasformano in qualcosa di sacro, in oggetti simbolici carichi di altro e capaci dunque di scavalcare la dimensione documentaria; ogni frammento autobiografico viene portato fino al limite della sua verosimiglianza, manipolato e reinserito in un immaginario che fonde ricostruzione, desiderio e lutto, in un continuo esercizio di attraversamento di questa soglia intesa come passaggio necessario per tentare una comprensione più ampia di ciò che siamo.

Moira Ricci, Quarta Casa, 2025, MAMbo, Bologna

FIGURA E FINZIONE. LA MAREMMA NELLE FOTO MANIPOLATE COME SPECCHIO DEL POSSIBILE

L’esposizione Da buio a buio (2009 – 2015), cui è dedicata un’intera stanza dell’esposizione, è forse il primo grande laboratorio di questa poetica. Ricci raccoglie le storie che la madre le raccontava da bambina – racconti popolari tipici della Maremma, popolati di esseri ibridi e inquietanti – e li trasforma in un bestiario che sembra provenire insieme da un altrove ignoto e da una quotidianità domestica e incrinata, come se le creature dei racconti di Tommaso Landolfi fossero uscite dalla pagina per assumere una forma allo stesso tempo spettrale e concreta; l’uomosasso, il lupomannaro, la bambina-cinghiale e i gemellini non appartengono infatti alla tradizione folclorica nel senso stretto del termine, sono invece figure che prendono corpo attraverso la fotografia, strumento-ponte grazie al quale il mito arriva a contaminare la realtà umana.

Le fotografie, pur chiaramente manipolate, assomigliano a ritagli di cronaca locale: compaiono pagine di finti giornali, appunti manoscritti, materiali che imitano archivi familiari oggi perduti o mai esistiti. È un gioco serissimo con la struttura stessa della credibilità: lo spettatore si trova davanti a un sistema di prove che pur collocandosi – ancora una volta – sulla soglia tra reale e artificioso, produce l’effetto di una storia possibile.

Moira Ricci, Quarta Casa, 2025, MAMbo, Bologna

SPAZI MUTI, SGUARDI IN ATTESA. LA VITA CONTADINA COME RESIDUO E INVOCAZIONE

Nel ciclo Dove il cielo è più vicino (2014 – 2023), il lavoro sulla soglia assume una forma più rarefatta e metaforica. Fotografando i poderi abbandonati della sua terra d’origine, Ricci ne evidenzia l’inutilità eliminando digitalmente porte e finestre: frutto di un mondo passato che però continua a imporre i suoi residui nel presente, l’edificio assume così una forma perturbante e muta, diventando anche simbolo di denuncia sociale di una realtà, quella contadina, che giorno dopo giorno si trasforma in processo produttivo forse efficientissimo, ma inevitabilmente svuotato del suo ciclo originario e della sua tensione naturale, con i ritmi dettati da terra e cielo.

Non è un caso, infatti, che l’altra faccia di questo lavoro presenti ritratti di contadini intenti a rivolgere lo sguardo proprio al cielo: si tratta di un atto di interrogazione, una domanda rivolta a un’entità altra, fuori campo, forse perduta ma ancora desiderata. L’elemento immaginifico ritorna poi in un video che completa il progetto e che sposta lo sguardo ancora oltre: una vecchia mietitrebbia diventa l’ossatura di un’astronave (costruita interamente a mano, grazie all’aiuto del padre dell’artista) che si prepara a un viaggio verso un ignoto che forse sarà capace di fornire una risposta alla domanda di significato dell’essere umano.

Moira Ricci, Quarta Casa, 2025, MAMbo, Bologna

UN DIALOGO ARTIFICIALE E STRUGGENTE NELLE FOTO DELLA MADRE SCOMPARSA

Ma il percorso espositivo di Quarta Casa trova il suo punto più profondo nella serie 20.12.53 – 10.08.04, dedicata alla madre dell’artista, prematuramente scomparsa nel 2004 a causa di un incidente domestico. Ricci recupera una cinquantina di fotografie dal vecchio archivio familiare, immagini che ritraggono la madre nel corso della vita, a diverse età e sempre immersa in contesti di semplice quotidianità: una festa, un’uscita al mare, un pranzo, un compleanno, tutte occasioni provenienti da un passato dove Moira non c’era e nelle quali forzosamente s’intromette attraverso la manipolazione dell’immagine, spostando così ancora più in avanti – e più nel profondo del suo intimo – la ricerca sulla soglia tra verità e finzione, passato e presente.

In ogni fotografia Ricci appare dunque accanto alla madre come se fosse sempre stata lì: bambina, adolescente, adulta, a seconda del contesto dello scatto originale. Grazie anche al sapiente lavoro di regolazione di colori e luci, l’intrusione dell’artista non è mai violenta, ma anzi si colloca in una dimensione sommessa e intima, come se le due donne provenienti da tempi e mondi diversi si intrattenessero in una conversazione muta e sacra, atta a ricostruire un dialogo che la storia ha interrotto. Se l’intero processo ha anche un ruolo di supporto all’elaborazione del lutto personale, l’artista stessa ribadisce a più riprese di aver voluto creare “un futuro possibile”; un futuro nel quale poter avvisare la madre di ciò che le sarebbe successo e dal quale partire per creare una realtà alternativa in potenza. 

Moira Ricci, Quarta Casa, 2025, MAMbo, Bologna

Spettro barthesiano e insieme dispositivo salvifico, la foto compie qui il suo ultimo salto e si trasforma in spazio che accoglie e ingloba in sé stessa la funzione di soglia: è qui che la perdita può essere nuovamente guardata senza consumarsi del tutto; qui la storia individuale si disperde nel paesaggio e il paesaggio restituisce figure, presenze, ipotesi.

È su questa soglia fragile e instabile che Ricci ci chiede di sostare. Una soglia che non separa il vero dal falso, ma restituisce al reale la sua parte mancante: quella del possibile.

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Letizia Cilea
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