Matteo Bergamini racconta il suo incontro con Alice Ricci, pittrice dal timbro cromatico surreale, di “vedute” che obbligano la percezione a sintonizzarsi su altre vibrazioni. Per ingannare anche l’occhio tecnologico o, altre volte, per renderlo “complice” di una differente modalità di visione.
Incontro Alice Ricci (1985) nel suo atelier, nel quartiere paulistano di Vila Madalena, e ancora una volta, mi sorprende l’organizzazione dell’ambiente. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: la pittura di Alice è un intreccio di forme che richiedono ampiezza di visione e concentrazione, un orizzonte silenzioso dove vivono paesaggi immaginari proiettati verso pianeti già conosciuti o, almeno, sognati. Ovvero: una pittura completamente fuori dagli standard, sia di quella che potrebbe essere una post-figurazione, sia da un’astrazione di stampo impressionista. La produzione di Alice Ricci vive di una luce – nel vero senso della parola, completamente altra, che si riflette in colori e forme bidimensionali che esistono in simbiosi con il supporto. Ci incontriamo subito dopo la fine della sua residenza a La Ira de Dios, a Buenos Aires, dove ha sviluppato nuovi lavori, mentre una produzione già pronta è stata esposta alla galleria Crudo Arte Contemporaneo, sempre nella capitale argentina…
Alice, l'atelier è molto diverso da come l'ho visto alcuni mesi fa, quando ci siamo incontrati. Questa nuova esperienza in Argentina ha aperto una nuova strada e una nuova produzione?
Sì, sono tornata dall’Argentina e ho riorganizzato l’atelier. Ogni volta che torno dalle residenze si aprono nuovi percorsi, e dopo questo viaggio ho ritenuto necessario selezionare quali lavori e materiali precedenti voglio continuare a rivisitare quotidianamente in atelier. Ho deciso di togliere persino le tracce di colore dal muro, visto che voglio iniziare un altro processo di pittura.
Hai prodotto a Buenos Aires, o hai utilizzato i due mesi per finalizzare lavori in corso?
Ho prodotto nuovi lavori, più sperimentali nello spazio, ma che in qualche modo sono gli sviluppi di quanto ho indagato qui, nell’atelier. Ho continuato con dipinti, ma anche oggetti, che venivano attivati con l’illuminazione della luce al neon. Fondamentalmente i lavori che ho realizzato sono stati pensati a partire da questa luminosità. Ora, di ritorno, sto lavorando alla continuazione di questi progetti, ma che non necessariamente funzionino solo con questa luce.
All'interno della tua produzione hai realizzato diversi lavori nello spazio operando nel paesaggio, sia ambientale che domestico, giusto?
Ho iniziato con installazione, fotografia, mezzi stampati. Poi sono passata al disegno; ho lavorato molto anche con il disegno su carta. Poi il lavoro si è sviluppato nella pittura, ma sempre dialogando con lo spazio, in qualche modo. In fin dei conti le rappresentazioni pittoriche che realizzo sono sempre state pensate in relazione allo spazio, nella loro composizione o in quello che occupano. In Argentina, oltre alla residenza a La Ira de Dios, ho fatto una mostra alla galleria Crudo, esponendo però lavori che erano già pronti: non ho voluto mescolare il pensiero, visto che si trattava di due esperienze diverse.
Quando parli di pittura all'interno dello spazio, intendi comunque una dimensione ambientale?
Quando partecipo a una residenza, ad esempio, preferisco andare senza un progetto definito: mi piace osservare lo spazio e comprendere ciò che mi circonda, e poi mi domando cosa farò. A La Ira de Dios, ad esempio, c’era un fregio sul muro, tipo un grande battiscopa, a un metro dal pavimento, che divideva la parete e ha funzionato come una linea guida. In quel momento, ho pensato allo spazio, alla luce, ai materiali che avevo a disposizione e che ho trovato lì, ho considerato anche le mie condizioni fisiche, visto che ero appena stata operata: questo ha influenzato il processo; ho utilizzato piccole tele sciolte, perché avevo limitazioni di movimento. Ma ho voluto, oltre alle tele, realizzare interferenze nello spazio, quindi ho immaginato lo spazio stesso dell’atelier come se fosse la superficie di una tela.
E cosa è successo?
Ho portato alcuni colori che idealmente avrei utilizzato, pochi, visto che è già successo in varie occasioni di portare un sacco di materiale e sentirmi un po’ persa. Mentre pensavo a cosa avrei fatto, ho abitato lo spazio e, osservandolo, ho realizzato le scale cromatiche che avevo in mente. Ho anche sviluppato collage di dimensioni maggiori, mescolando carte che ho trovato a Buenos Aires.
Ma come nascono queste scale di colori, che vedo sparse nel paesaggio del tuo atelier. Come le crei?
Seleziono i colori con cui lavorerò, e da questi costruisco la scala tonale mescolando con altri colori, scoprendo variazioni cromatiche che si incrociano all’interno di queste scale. E ho sempre voluto lavorare con tonalità vicine, molto prossime le une alle altre, quasi costringendo l’occhio a percepire la sottigliezza che le differenzia. A Buenos Aires ho elaborato uno studio per pensare meglio i colori con cui avrei lavorato sulla tela. Questa pianificazione mi sta facilitando nell’esplorare nuove strade. Costruisco queste scale e le lascio esposte sul muro per ambientarmi con i colori e percepirne i cambiamenti in base alla luminosità durante il giorno.
È come se fosse il tuo modello, la culla dove nasce la tua pittura...
Sì, per pensare la pittura.
Ma operi una mescolanza tra di esse?
In mezzo a queste scale trovo alcune tonalità affini. Per esempio, qui, se guardi, è un viola che tende al giallo, ma qui, proprio nell’intermedio, si avvicinano. Così, i prossimi passi saranno mescolare due scale nella composizione, pensando anche alla relazione con la luce al neon, perché con essa il colore cambia completamente. Ho bisogno di questo studio, perché altrimenti – nel momento di preparare il colore, tutto diventa completamente casuale e…
...E ti sentiresti molto persa...
Esattamente. Normalmente non mi piace lavorare con molti dipinti contemporaneamente, perché non mi fermo a etichettare o nominare… troppe interruzioni. Inoltre, mi piace lavorare con il colore acrilico, perché l’essiccazione è rapida. Molti artisti lavorano con la pittura a olio perché l’acrilico secca in fretta. Esistono ritardanti per l’essiccazione, ma a me piace questa rapidità.
Il tuo processo è molto matematico, ma il risultato è incredibile: E chiaro, la mia non è una critica per essere matematico!
Sì, un po’ lo è; c’è anche la questione delle composizioni con i piani. E questo aspetto di rendere più visibile la pennellata, marcarla, per me è nuovo. Perché, normalmente, lavoravo con colori molto più piatti, angolazioni nella composizione, era più matematico.
Penso che la questione, con questi colori, sia prestare molta attenzione a ciò che stai facendo...
Per fortuna riesco a entrare nel lavoro, nel processo. Quando realizzavo i dipinti precedenti, più geometrici, riuscivo anche a fare altre cose contemporaneamente. Ma penso che questo mi disturbasse un po’.
Ti sentivi un po' annoiata, esausta?
Sì, un po’ esausta, perché mi distraevo. Facevo altre cose, anche della vita quotidiana, perché dovevo aspettare che si seccasse lo strato per vedere quale fosse il passaggio successivo. Adesso no.
Quello che trovo incredibile nei tuoi dipinti, sono i dettagli...
Li sto amando, perché dialogano molto con quello che facevo, con quei piani di colore molto chiari. Ed è interessante perché, nonostante le modifiche, il mio lavoro continua a essere difficile da fotografare.
Vero: come affronti la questione della documentazione?
Pensavo che con questi nuovi lavori sarebbe stato un po’ più facile, visto che hanno colori più vibranti. Quando ho provato a documentarli – con il cellulare, non sono riuscita a ritrarre la verità delle tonalità. Dato che sto usando colori molto saturi nella scala delle tonalità, e le transizioni sono molto sottili, a volte la fotocamera non le registra. Devo sempre chiamare un fotografo per fare la documentazione, ma non è mai come vederlo dal vivo.
Hai studiato Belle Arti?
Alla triennale ho studiato Arti Visive alla FAAP, a San Paolo. Ma durante la triennale ho iniziato a lavorare come assistente di artisti, ero stagista dell’artista Sandra Cinto, che è stata anche la mia professoressa, e facevo freelance per altri artisti, facevo di tutto, produzione, documentazione fotografica e allestimento di mostre, portfolio, modellini, ecc., avevo bisogno di lavorare. Ma dopo poco tempo sono diventata assistente fissa di Sandra, ed è stato molto importante, ho imparato molto: la vita quotidiana in un atelier, organizzazione, allestimento, viaggi, un sacco di cose… e ho conosciuto molta gente. In questo periodo ho conosciuto anche Rodrigo Mitre, fondatore della Mitre Galeria (con sedi a San Paolo e Belo Horizonte), che oggi mi rappresenta. In quell’epoca, in realtà, io ero ancora all’inizio e Rodrigo non aveva ancora la galleria, eravamo tutti giovani. Dopo la triennale, ho fatto subito una specializzazione in Arte e Tecnologia, alla PUC, e durante questo periodo ho anche studiato alla Facoltà di Belle Arti. Durante la triennale e poi nella specializzazione, lavoravo molto con la fotografia, ho iniziato con l’analogico e poi sono passata al digitale. Fotografavo spazi esterni e proiettavo questi registri su altri spazi, e poi fotografavo. In quell’epoca il mio lavoro era proprio questa unione, questa sovrapposizione, al punto che le persone, guardando le foto, non capivano quale fosse lo spazio reale e quello proiettato: alla fine non importava, l’importante era quello che vedevano.
Quindi questa preoccupazione per lo spazio e l'architettura è sempre stata presente.
Sì, la sovrapposizione di paesaggi e di piani. E penso che ci sia sempre stato anche un piacere per il lavoro meticoloso. Quando lavoravo come assistente di Sandra, facevo molte maquette, era una parte che mi piaceva molto. Non ho studiato architettura, ma nella pratica ho imparato a leggere le piante per costruire modelli fisici di spazi espositivi, edifici, aree pubbliche, inclusi progetti istituzionali con facciate, tutto molto dettagliato per le presentazioni. Nel 2019, ho partecipato a una residenza a Rosario, in Argentina. Ero ospitata in un appartamento con una terrazza, dove osservavo molto il paesaggio visto dall’alto, e ho fatto diversi disegni su carta. Nello spazio della residenza ho realizzato un’installazione, erano interferenze con disegni, pittura, e spostamenti di oggetti dello spazio stesso, che poi ho ricreato, a partire dalla stessa dinamica, al Projeto Fidalga, a San Paolo, nel 2023.
È interessante come molti dei tuoi dipinti suggeriscano piante di appartamenti...
È curioso, molti commentano di avere una visione aerea, ma per me la prospettiva è sempre frontale, anche se uso a volte righe da architetto per fare alcuni disegni sulla tela. Gioco con gli elementi dell’architettura, cerco di decostruire un po’ la funzionalità di questi strumenti, cogliendo anche dettagli di vari luoghi per comporre l’immagine. Ho iniziato a prestare attenzione alla transizione tra i colori durante una residenza in un villaggio in Texas, comprendendo meglio questo mio processo con la pittura. Lì l’atelier era grande, ben illuminato e il segnale di internet instabile (fino ad allora molti dei dettagli disegnati nei dipinti venivano da riferimenti di paesaggi virtuali): con queste condizioni ho deciso di esplorare dipinti di grande formato e ho iniziato a osservare più attentamente i colori che usavo.
Quindi è stato l'ambiente a influenzare il tuo sguardo?
Sicuramente. La città si chiamava Corsicana, e quasi non si vedevano persone per strada. Uscivo per correre nel tardo pomeriggio e la luce era intensamente arancione. Prestavo attenzione all’architettura e ai colori della segnaletica, che erano messi in risalto dalla luce del tramonto. Tutto brillava con quel sole. Ho portato con me quell’esperienza di luce, quel riflesso. Da allora ho iniziato a lavorare di più con transizioni tonali sottili, contrapponendole a dettagli più saturi, in modo che questi dettagli galleggino. Come ti dicevo lo spazio dell’atelier era enorme, con molte finestre, ben illuminato con luce naturale, e le tele erano posizionate su due pareti mobili all’interno dell’atelier.
E i tuoi colori sono vibranti davvero: sono tonalità che ricordano proprio la segnaletica stradale, poco convenzionali nella pittura...
Mi piace l’idea di invertire l’uso abituale di questo colore. Lavoro con colori fluorescenti da diverso tempo. Ho persino presentato un’installazione di questo tipo a Projeto Fidalga, nel 2017: era un cruciverba in giallo fluorescente che occupava un’intera parete. Il fatto di aver usato questo colore luminoso, rendeva difficile la visione per trovare le parole nel gioco. Mi piace quando il lavoro non si consegna facilmente, che richieda un buon tempo di osservazione. Oggi siamo molto abituati alla rapidità dell’informazione, nella vita quotidiana. Inoltre, questa difficoltà di documentare il lavoro, che la fotografia non riesca a catturarlo bene, è intenzionale, perché fa sì che il visitatore viva ciò che sta vedendo, dato che nessuna tecnologia riuscirà a restituirlo, non ci sarà futuramente. In quel lavoro, ho usato il colore con l’obiettivo di disturbare la visualizzazione dell’immagine.
Io adoro essere "disturbato" dalla pittura. Penso che sia il massimo del risultato...
Dipingevo l’intera superficie di giallo fluorescente, proiettavo le parole con un proiettore, le contornavo con maschere di silicone, applicavo colore bianco sopra e poi toglievo questo silicone. Il risultato sarebbe stato diverso se avessi dipinto il giallo sul bianco, non avrei avuto la fusione che causava una certa cecità. E mi piace molto questo effetto.
È proprio questa cecità che valorizza l'opera: l'impossibilità di risolverla in un'unica occhiata o di catturarla in una foto. Sono innumerevoli strati che immagino la luce nera riveli: gli elementi nascosti, appaiono...
Esatto. Sono molti segni che convivono nello stesso paesaggio. Qui, per esempio, la pennellata è molto presente. Questi puntini creano una percezione che davvero sfida lo sguardo. Questo arancione fluorescente riflette sulla texture della tela, e quest’area che sembra bianca in realtà contiene altre tonalità. Ho pensato di esplorare anche altri supporti, ma non voglio affrettare i processi, una cosa alla volta.
Chiariamo un punto: perché hai iniziato a interessarti alla luce nera o ultravioletta?
C’è un po’ di influenza della musica elettronica, ho sempre frequentato questi luoghi dai 16 anni, mi piacciono molto house e minimal, e tante altre variazioni. Oltre al mio interesse per la musica, mi è sempre piaciuto osservare lo spazio interno, con questa luce, sembra che siamo trasportati in un altro posto, essa ridisegna l’architettura interna che è diversa vista con luce bianca o naturale. La luce si libera un po’ dalla sua funzione di solo illuminare, rendere nitido, e passa a disegnare. Questo tipo di luce mi rimanda anche all’altro lato del giorno, la notte. Inoltre, l’uso di questa illuminazione, nel mio lavoro, porta la possibilità di presentarsi in tutte le fasi del giorno, in modi diversi.
Ricordo che hai parlato anche di illuminare le opere con la luce del cellulare. Penso che sia un altro colpo perfetto per farci riflettere profondamente riguardo alla fruizione delle immagini...
Ho pensato di fare una mostra pensando a questa caratteristica, con lavori “di giorno” che – man mano che si fa buio, diventano un’altra immagine. Un altro paesaggio nello stesso dipinto. E che il visitatore potesse vedere la mostra con la propria torcia.
Ti definiresti surrealista?
Può darsi, forse un po’, non so. Mi piacciono molto le serie cyberpunk. Ricordo che quando ero a La Ira de Dios, ho avuto molta questa immaginazione, anche perché c’era un paesaggio all’esterno: edifici commerciali, scale antincendio, tutto perfetto, ma nemmeno un’anima. C’era un cortile nell’edificio che vedevo dall’alto, e non ho mai visto nessuno passare. Per questo ricordava un po’ queste serie, Black Mirror o Love, Death and Robots, dove si mescolano questi paesaggi urbani o naturali, ibridazioni tecnologiche, elettroniche. Ti ho già detto che ho una persona molto vicina che gioca in Second Life?
In che senso, nel Metaverso?
Esattamente, mia madre, che a sua volta ha studiato Arti Visive, faceva sculture di torte: mi ha molto incoraggiato a seguire quest’area. Lei si è sempre interessata alla tecnologia, ricordo che era abbonata ad alcune riviste su questi argomenti, e a casa era pieno. Oggi vive in un altro Paese e da anni abita anche questo secondo piano e mi invia diverse foto della sua città virtuale. Ma, in fin dei conti, tutti questi paesaggi, luoghi, spazi a cui accediamo attraverso i social e internet al giorno d’oggi, non so nemmeno se siano ormai così tanto virtuali…
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Tropical Studio #16. Alice Ricci: a sombra brilhante da pintura
Encontro Alice Ricci no seu ateliê no bairro paulistano da Vila Madalena e, mais uma vez, surpreendo-me com a organização do ambiente. Todavia, não poderia ser diferente: a pintura de Alice é um enredo de formas que precisam de uma amplitude de visão e concentração, um horizonte silencioso onde vivem paisagens imaginárias rumo a planetas já conhecidos ou, pelo menos, sonhados. Isto é: uma pintura completamente fora dos padrões, tanto de uma pós-figuração quanto, também, de uma abstração de vertente impressionista ou similar. A produção de Alice Ricci vive de uma luz – no exato sentido do termo, completamente alheia, refletindo-se em cores e formas bidimensionais que vivem em simbiose com o suporte. Encontramo-nos logo depois da finalização da residência da artista em La Ira de Dios, em Buenos Aires, onde desenvolveu novos trabalhos, enquanto uma produção já pronta foi mostrada na galeria Crudo Arte Contemporaneo, também na capital argentina…
por Matteo Bergamini
Alice, o ateliê está bem diferente de como o vi alguns meses atrás, quando nos encontramos. Essa nova experiência na Argentina abriu um novo caminho e mais uma produção?
Sim,voltei da Argentina e dei uma reformulada no ateliê. Sempre que volto de residências, novos caminhos se abrem, e depois dessa viagem achei necessário selecionar quais trabalhos e materiais anteriores quero continuar revisitando diariamente no ateliê. Resolvi tirar até os resquícios de tinta da parede, já que quero começar um outro processo de pintura.
Você produziu em Buenos Aires, ou utilizou os dois meses para a finalização de trabalhos em curso?
Produzi novos trabalhos, mais experimentais no espaço, mas que de alguma maneira são desdobramentos do que vim pesquisando no ateliê em São Paulo. Continuei com pinturas e também objetos que eram ativados com a iluminação da luz neon. Basicamente os trabalhos que eu fiz foram pensados a partir dessa luminosidade. Agora, de volta, estou trabalhando na continuação desses projetos, mas que não necessariamente funcione somente com essa luz.
Dentro da sua produção você já realizou vários trabalhos no espaço, operando na paisagem, quer ambiental, quer doméstica, é isso?
Comecei com instalação, fotografia, meios impressos. Depois fui para o desenho; trabalhei muito com desenho em papel também. Depois foi se desdobrando para a pintura, mas sempre dialogando com o espaço, de alguma forma. As representações pictóricas que venho fazendo, vêm sendo sempre pensadas em relação ao espaço, em sua composição ou ao espaço que ocupam. Na Argentina, além da residência em La Ira de Dios, fiz uma exposição na galeria Crudo, porém expondo trabalhos que já estavam prontos: eu não quis misturar o pensamento, já que se tratavam de duas experiências diferentes.
Quando você fala de pintura dentro do espaço, entende que sempre tem um tamanho ambiental?
Quando participo de uma residência, a exemplo, prefiro ir sem projeto definido: gosto de olhar o espaço e compreender meu entorno, e dai me pergunto o que farei. Em La Ira de Dios, a exemplo, tinha um friso na parede, tipo um rodapé, a um metro do chão, que dividia a parede e funcionou como uma linha guia. Naquele momento, pensei no espaço, na luz, nos materiais que eu tinha em mãos e que encontrei por lá, também considerei minhas condições físicas, já que eu estava recém-operada: isso influenciou no processo; utilizei pequenas telas soltas, pois estava com limitação de movimento. Mas quis, além das telas, fazer interferências no espaço, então compreendi o próprio espaço do ateliê como como se fosse a superfície de uma tela.
E o que aconteceu?
Também levei algumas tintas que supostamente ia utilizar, poucas. Já aconteceu em várias ocasiões de levar um monte de material e ficar um pouco perdida. Então, me limitei a trazer algumas cores. Enquanto pensava no que ia fazer, habitei o espaço e, olhando-o, fui fazendo as escalas cromáticas que tinha em mente. Também desenvolvi colagens em tamanho maior, misturando papéis que encontrei em Buenos Aires.
Mas como nascem essas escalas de cores, que também estão espalhadas na paisagem do seu ateliê? Como é que você as cria?
Seleciono as cores que vou trabalhar, e delas vou construindo a escala tonal misturando com outras cores, descobrindo variações cromáticas que se cruzam, dentro destas escalas. E sempre gostei de trabalhar com o outro tom que vai ao lado, muito próximo ao outro, meio que te forçando a perceber a sutileza que diferencia um tom do outro. Em Buenos Aires eu quis elaborar um estudo para pensar melhor as cores que eu ia trabalhar na tela. Esse planejamento está me facilitando explorar novos caminhos. Construo essas escalas e deixo expostas na parede para ir me ambientalizando com as cores e percebendo suas mudanças conforme a luminosidade no tempo do dia.
É como se fosse o seu modelo, o berço onde nasce a sua pintura…
Sim, para eu pensar a pintura.
Mas você opera uma mistura entre elas?
No meio dessas escalas eu encontro alguns tons próximos. Por exemplo, aqui, se você for ver, ele é um roxo que vai para o amarelo, mas aqui, bem no intermediário, eles se aproximam. Assim, os próximos passos serão misturar duas escalas na composição, pensando também na relação com a luz neon, porque com ela a cor muda completamente. Eu preciso ter esse estudo, porque se não – na hora de preparar a tinta, tudo fica completamente aleatório e…
…E você ficaria muito perdida…
Exatamente. Normalmente eu não gosto de trabalhar com muitas pinturas ao mesmo tempo, porque eu não paro para etiquetar ou nomear… é muita interrupção. Inclusive, gosto de trabalhar com a tinta acrílica, porque a secagem é rápida. Muitos artistas trabalham com pintura a óleo porque a acrílica seca rápido. Existem retardantes para a secagem, mas eu gosto dessa rapidez.
O seu processo é muito matemático, mas o resultado é incrível: E veja, não é uma crítica por ser matemático!
É, um pouquinho, tem até a questão das composições com os planos. E esse aspecto de visibilizar mais a pincelada, marcá-la, também é novo. Porque, normalmente, eu trabalhava com cores bem mais chapadas, angulações na composição, estava mais matemático.
Eu acho que a questão, com essas tintas, é que você tem que prestar muita atenção no que está fazendo…
Ainda bem que consigo, de fato, entrar no trabalho, no processo. Quando eu fazia as pinturas anteriores, mais geométricas, eu conseguia até fazer outras coisas ao mesmo tempo. Mas acho que isso me atrapalhava um pouco.
Você se sentia um pouco chateada, um pouco esgotada? É, um pouco esgotada, porque eu me distraía. Eu ia fazendo outras coisas do trabalho e tal, do dia a dia também. Porque eu tinha que esperar secar a camada para ver qual era a próxima, a passagem seguinte. Agora, não.
O que acho incrível nas suas pinturas, também, são os detalhes… Estou adorando-os, porque conversam muito com o que eu fazia, com aqueles planos de cor bem claros. E é interessante porque, embora as modificações, o meu trabalho continua sendo difícil de fotografar.
Verdade: como é que dribla a questão da documentação?
Achei que com esses novos trabalhos ia ser um pouco mais fácil, já que têm cores mais vibrantes. Quando fui fazer o registro – com o celular, não consegui retratar a verdade dos tons. Como estou usando cores muito saturadas na escala dos tons, e as passagens são muito sutis, as vezes a câmera não registra. Sempre tenho que chamar um fotógrafo para fazer a documentação, mas nunca é o mesmo ao ver ao vivo.
Você estudou Belas Artes?
Na graduação estudei Artes Visuais na FAAP, em São Paulo. Já durante a graduação comecei a trabalhar como assistente de artistas, era estagiária da artista Sandra Cinto, que também foi minha professora, e fazia freelas para outros artistas, fazia de tudo, produção, registro fotográfico e montagem de exposição, portfólio, maquete, etc, precisava trabalhar. Mas depois de pouco tempo fiquei fixa como assistente da Sandra, foi muito importante, aprendi muito, o dia a dia num ateliê, organização , montagem de exposição, viajens, muita coisa.… e fui conhecendo muita gente. Nesse período conheci também o Rodrigo Mitre, fundador da Mitre Galeria, galeria que me representa em São Paulo e Belo Horizonte. Nossa, nessa época, eu ainda estava bem no começo e o Rodrigo ainda não tinha a galeria, todo mundo jovem. Da gradução , fiz em sequência, uma pós-graduação em Arte e Tecnologia, na PUC, e durante esse período também estudei Licenciatura em Arte, na Belas Artes. Durante a graduação e depois na pós, eu trabalhava muito com fotografia, comecei na analógica e depois fui para o digital. Fotografava espaços externos e projetava esses registros sobre outros espaços, e fotografava. Desde essa época meu trabalho já era justamente essa junção, essa sobreposição, a ponto de as pessoas, ao olharem as fotos, não entenderem qual era o espaço real e o projetado, ao final isso não interessava, o importante era o que estavam vendo.
Então essa preocupação com o espaço e a arquitetura sempre esteve presente.
Sim, sobreposição de paisagens e de planos. E acho que sempre houve também um prazer pelo trabalho meticuloso. Quando trabalhei como assistente da Sandra, fazia muitas maquetes de projetos, essa era uma parte que eu gostava muito. Não estudei arquitetura, mas na prática fui aprendendo a ler plantas para construir maquetes físicas de espaços de exposições, prédios, áreas públicas, incluindo projetos institucionais com fachadas, tudo muito detalhado para apresentações. Em 2019, participei de uma residência em Rosario, na Argentina. Fiquei hospedada num apartamento com um terraço, onde observava muito a paisagem vista de cima, fiz vários desenhos em papel. No espaço da residência fiz uma instalação, eram interferências com desenhos, pintura, e deslocamentos de objetos do próprio espaço, que depois recriei,a partir dessa mesma dinâmica, no Projeto Fidalga, em São Paulo, em 2023.
É interessante como muitas de suas pinturas sugerem plantas baixas de apartamentos…
É curioso, muitos comentam ter uma visão aérea, mas para mim a perspectiva é sempre frontal, apesar de usar algumas vezes réguas de arquitetura para fazer alguns desenhos na tela. Brinco com os elementos da arquitetura, busco desconstruir um pouco a funcionalidade dessas ferramentas, também colhendo detalhes de vários lugares para compor a imagem. Antes eu ainda não prestava tanta atenção na transição entre as cores. Foi durante uma residência num vilarejo no Texas que comecei a compreender melhor esse meu processo com pintura. Lá o ateliê era grande, bem iluminado e o sinal da internet era instável (até então muitos dos detalhes desenhados nas pinturas vinham de referências de paisagens virtuais), condicionalmente resolvi explorar pinturas em grande formato e comecei a observar mais atentamente as cores que usava.
Foi o ambiente que influenciou o seu olhar?
Com certeza. Fiquei em uma cidade chamada Corsicana, onde quase não se via pessoas na rua. Eu saía para correr no final da tarde e a luz era intensamente alaranjada. Prestava atenção na arquitetura e nas cores de sinalização, que eram ressaltadas com a luz do entardecer. Tudo brilhava com aquele sol. Eu trouxe comigo aquela experiência de luz, aquele reflexo. Desde então comecei a trabalhar mais com transições tonais sutis, contrapondo com detalhes mais saturados, de forma que esses detalhes flutuem. O espaço do ateliê era enorme, com muitas janelas, bem iluminado com luz natural, e as telas ficavam posicionadas em duas paredes móveis dentro do ateliê.
Mas para quem chega aqui, as cores são vibrantes mesmo. São tons que lembram sinalizações de trânsito, pouco convencionais na pintura…
Gosto da ideia de inverter o uso habitual dessa cor.Trabalho com cores fluorescentes há bastante tempo. Cheguei a apresentar uma instalação no Projeto Fidalga, em 2017, era um caça-palavras em amarelo fluorescente que ocupou uma parede inteira. O fato de ter usado essa cor luminosa, dificultava a visão para encontrar palavras no jogo. Gosto quando o trabalho não se entrega facilmente, que exija um bom tempo de observação. Hoje em dia estamos muito acostumados com a rapidez da informação, no dia a dia da vida. Além disso, essa dificuldade de registrar o trabalho, da fotografia não conseguir capturá-lo bem, é intencional, pois faz com que o visitante viva aquilo que está sendo visto, pois o registro não vai dar conta, não vai ter depois. Nesse trabalho, usei a cor a fim de atrapalhar a visualização da imagem.
Eu adoro ser “atrapalhado” pela pintura. Acho que é o máximo do resultado…
Pintava a superfície toda de amarelo fluorescente, projetava as palavras com um projetor, contornava-as com máscara de silicone, aplicava tinta branca por cima e depois descascava esse silicone. O resultado teria sido diferente se tivesse pintado o amarelo sobre o branco, não teria tido a fusão que causava uma certa cegueira. E eu gosto muito desse efeito.
É justamente essa cegueira que valoriza a obra: a impossibilidade de resolvê-la numa única olhada ou de capturá-la numa foto. São inúmeras camadas que imagino a luz negra traga também: os elementos ocultos, aparecem… Exato. São muitas marcas convivendo na mesma paisagem. Aqui, por exemplo, a pincelada é muito presente. Esses pontinhos criam uma percepção que realmente desafia o olhar. Este laranja fluorescente reflete na textura da tela, e esta área que parece branca na verdade contém outros tons. Tenho pensado em explorar outros suportes também, mas não quero apressar os processos, uma coisa de cada vez.
Mas enfim, esclarecemos: por que você começou a se interessar na luz negra ou ultravioleta?
Tem um pouco de influência da música eletrônica, sempre frequentei esses lugares desde os 16 anos, gosto muito de house e mínimas, e outras tantas variações. Além do meu interesse pela música, sempre gostei de observar o espaço interno, com essa luz, parece que somos transportados para um outro lugar, ela redesenha a arquitetura interna que é diferente vista à luz branca ou natural.
A luz se liberta um pouco de sua função de apenas iluminar, tornar nítido, e passa a desenhar. Esse tipo de luz me remete também ao outro lado do dia, a noite.
Também, o uso dessa iluminação, no meu trabalho, traz a possibilidade dele se apresentar em todas as fases do dia, de maneiras diferentes.
Lembro que você também falou de iluminar as obras com a luz do celular. Acho que é mais uma chutada perfeita para nos refletirmos profundamente a respeito da fruição das imagens…
Eu tenho pensado em fazer uma exposição pensando nessa característica, com trabalhos “de dia” que – à medida que escurece, viram outra imagem. Uma outra paisagem na mesma pintura. Que o visitante pudesse ver a exposição com sua própria lanterna.
Você se definiria surrealista?
Pode ser, talvez um pouco, não sei. Eu gosto muito das séries cyberpunk. Lembro que quando estava na La Ira de Dios, fiquei muito com essa imaginação, até porque tinha uma paisagem do lado de fora: prédios comerciais, escada de incêndio, tudo perfeitinho, mas nem uma alma. Tinha um pátio no prédio que eu via de cima, e também nunca enxerguei ninguém passando. Por isso lembrava um pouco dessas séries, Black Mirror ou Love, Death and Robots, onde se misturam essas paisagens urbanas ou naturais, hibridações tecnológicas, eletrônicas. Já lhe contei que tenho uma pessoa muito próxima que joga no Second Life?
Como assim, no Metaverso?
Exatamente. Minha mãe, ela também estudou Artes Visuais, fazia esculturas em bolos, tive muito incentivo dela em seguir na área. Ela sempre se interessou por tecnologia, lembro que ela assinava umas revistas sobre esses assuntos, lá em casa era cheio, ela continua entendo muito. Hoje ela vive em outro país e há anos também habita esse segundo plano e me envia várias fotos de sua cidade virtual. Mas, afinal de contas, todas essas paisagens, lugares, espaços que acessamos pelas redes e pela internet hoje em dia, nem sei se já são tão virtuais assim…
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