Parigi consacra Gerhard Richter con una retrospettiva monumentale che più cresce e più sfugge. Tra immagini sfocate, memoria storica e astrazioni violente, la mostra alla Fondation Louis Vuitton rivela un artista libero, indisciplinato, impossibile da risolvere.
Parigi è una città che sa vendersi, ogni stagione sceglie un nuovo mito da mettere in vetrina: un architetto, un pittore, un intellettuale che la rassicuri del fatto di essere ancora il centro simbolico del mondo. Questa volta il mito scelto è Gerhard Richter. E bisogna dirlo: non poteva fare scelta migliore. Richter è, oggi, il più elusivo dei giganti. Un maestro senza stile o con troppi stili, un pittore che ha reso la sfocatura più tagliente di una lama e l’astrazione più violenta di un documento storico. La grande retrospettiva della Fondation Louis Vuitton, oltre 270 opere distribuite in un intero museo, non è un’esposizione: è un’indagine, un caso ancora aperto. E il sospetto, alla fine, è che nessun critico, nessun curatore, nemmeno lui stesso, abbia mai davvero “risolto” Richter. È troppo mobile, troppo indisciplinato, troppo allergico a qualunque narrativa monolitica. Forse siamo davanti all’unico grande artista veramente libero.
LA MOSTRA DI GERHARD RICHTER ALLA FONDATION LOUIS VUITTON DI PARIGI
La mostra si apre con un quadro che vale come una firma incendiaria: Tisch (1962). Un tavolo banalissimo tratto da una fotografia da rivista. Ma è già distrutto: una pennellata grigia, larga, diagonale, lo attraversa come una ferita. È la dichiarazione di un nuovo inizio: la pittura non è più uno strumento di conferma: diventa uno strumento di dubbio. Non a caso Picasso un altro spirito refrattario diceva: “La pittura è un’arma da usare contro il nemico”. Da qui nasce tutto: l’idea che nessuna immagine meriti piena fiducia. Richter viene dalla Germania, una Germania dove le immagini sono state armi di propaganda, involucri della menzogna, maschere di un’identità marcia. Non sorprende che il suo rapporto con il visibile sia un rapporto di sospetto. Per lui ogni immagine nasce già corrotta e quindi va resa ancora più inaffidabile sfocata, attenuata, incrinata (vi ricorda qualcosa?).
IMMAGINI CORROTTE E MEMORIA STORICA NELLA PRIMA SEZIONE
La prima sezione della mostra è un inventario di questo sentimento: fotografie dipinte di parenti, amici, figure pubbliche, momenti storici. Tutto è esitante. Tutto è colto nell’attimo in cui la realtà sta già svanendo. Dentro questi quadri apparentemente “freddi” si nasconde un pathos enorme. Ma Richter non te lo dice apertamente: te lo lascia intuire dietro una superficie gelatinosa, come se la storia fosse uno specchio appannato.
Poi arrivano le opere che tutti conoscono, quelle che lo hanno trasformato in un artista di culto negli anni Ottanta e Novanta. I ritratti familiari che diventano drammi sepolti, gli oggetti anonimi che trasformano in reliquie le tante Marianne, Onkel Rudi, Ema (Nude on a Staircase). Tutti casi di studio su come memoria personale e memoria storica possano fondersi in qualcosa di imprevedibile.
Ed è qui che la mostra colpisce con più forza: il pubblico arriva con l’idea che Richter sia un pittore colto, controllato, distante; scopre invece un artista emotivo, quasi brutale, perfino troppo umano. Ogni opera è un piccolo trauma estetico non per la violenza, ma per l’ambiguità e l’ambiguità il male del nostro tempo, da queste parti, vale più di mille gesti gridati. Poi, senza preavviso, tutto cambia tono. Il mondo figurativo crolla, le foto svaniscono, le forme si liquefanno: arrivano le grandi astrazioni, gli squeegee, i quadri che hanno trasformato il maestro tedesco in una superstar globale i Cage, e tutto ciò che ne è seguito. Entrare in queste sale è come entrare in un laboratorio di chimica diretto da un alchimista ubriaco: la pittura è maltrattata, tirata, raschiata, stratificata, ferita, talvolta quasi uccisa. A volte sembra musica. A volte geologia. A volte qualcosa di vivo.
L’AMBIGUITÀ COME TRAUMA ESTETICO E l’ARTE ASTRATTA COME ATTACCO, NON COME FUGA
Una delle cose più sorprendenti e più sottolineate dai tanti critici che ci hanno avuto a che fare, è che Richter non usa l’astrazione come fuga, ma come attacco. I suoi quadri astratti non sono contemplativi: sono valanghe, colpi, interrogazioni sullo spazio e sul colore come fossero processi mentali. In queste sale la mostra diventa pura fisicità: colori che esplodono, implodono, si urtano, si respingono. È pittura che ti parla con la voce di una tempesta.
Per il gran finale arriviamo a ciò che Richter è oggi: un artista anziano che ha scelto di non dipingere più con la stessa intensità. E come biasimarlo? Quando sei il pittore vivente più importante del mondo, puoi concederti di cambiare ritmo. Si dedica così alle lastre di vetro, alle fotografie manipolate, a piccole tele dove il colore non ha più bisogno di urlare. È come vedere un maestro zen che ripone la spada e decide di parlare solo se interrogato con sincerità. Questo momento della mostra è poetico: le opere diventano meditazioni, superfici trasparenti, quasi ascetiche. La materia si alleggerisce, la mente si apre. Il gesto non cerca più la vertigine: cerca la chiarezza.
UN ARTISTA CHE SFUGGE A OGNI NARRATIVA
L’effetto complessivo è sorprendente: la mostra è enorme, eppure più si ingrandisce più Richter sfugge. Ogni volta che credi di aver capito qualcosa di lui, quella cosa ti scivola dalle dita. Ogni volta che identifichi un metodo, lui lo sabota. Ogni volta che costruisci una narrativa, lui la sfuma: letteralmente.
È questo che lo rende un gigante contemporaneo: non la coerenza, ma la capacità di tenere insieme le sue contraddizioni senza bisogno di risolverle. Richter non è un pittore che spiega il mondo: è un pittore che ti costringe a guardarlo di nuovo. Con più attenzione, più onestà, più sospetto.
Quando esci dalla Fondation Louis Vuitton hai la sensazione che il mondo sia più confuso di prima…ma solo perché stai finalmente cominciando a vederlo. Questa retrospettiva non è un tributo. È un test. Un’avventura. Anche se ricorda, in parte, la grande mostra alla Tate Modern del 2011, poco importa. È un confronto diretto con un artista che ha passato una vita a ripetere: “non fidarti delle immagini. Nemmeno delle mie”. Ed è per questo che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di artisti come lui.
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