(NIDO), un ecosistema in movimento

In (NIDO), Silvia Patron e Holy Similaun rivelano la performance come soglia etica e terreno di coesistenza; un gesto che attraversa materiali, suono e spazio per generare una relazione più porosa con il mondo. Un atto di ascolto e vulnerabilità che interroga il ruolo dell’arte nel costruire forme di cura condivisa tra corpo, luogo e natura.

Lo scorso 11 aprile, all’Auditorium del Centro Culturale Candiani di Mestre, (NIDO) ha trovato una delle sue emersioni temporanee, ospitata dal collettivo no default all’interno del progetto Backup del 2025. Una cornice che trascende la mera esposizione per attivare un dialogo con le pratiche di cura, archiviazione e risonanza che attraversano l’intera programmazione, consentendo alla performance di espandere la propria natura eco-relazionale.

CORPO, SILENZIO E RITMO ANCESTRALE NELLA PERFORMANCE

Nel silenzio sacro di uno spazio alternativo, un respiro si fa corpo. A un certo punto, mentre (NIDO) prende forma, il gesto del raccogliere – rami, foglie, pulsazioni – smette di appartenere all’essere umano e ritorna a una logica più antica, ancestrale. È il luogo dove l’azione performativa scivola fuori dal dominio, si decostruisce come intenzione, si appoggia su un ritmo non addestrato. Quel tempo più lento, più vasto, che Douglas Livingstone percepiva muoversi nella marea come un animale libero.

La sua intuizione che la Natura segua leggi e cadenze non piegabili, che sia soggetto e non sfondo, arriva qui come un’eco incarnata. È la stessa onda che attraversa il processo creativo di (NIDO), performance site-specific di Silvia Patron e Holy Similaun, la medesima spinta che ricorda che l’essere umano non è il centro ma un punto permeabile e transitorio in una rete di forze.

Holy Similuan e Silvia Patron, (NIDO), San Cipriano, Treviso, 2025

ESTETICA DEL RIFUGIO E ASCOLTO DIRETTO DEL MONDO

In quella costruzione del rifugio, nella sua precarietà scelta, nella relazione tra corpo e materiali raccolti, ci si chiede come possiamo ridefinire il nostro linguaggio estetico, percettivo, corporeo, per aderire di più all’interdipendenza che ci costituisce. Non come gesto moralistico, ma come pratica sensoriale che ricolloca l’essere umano nel paesaggio, reintroducendo una forma di biofilia elementare, quasi prelinguistica, un ascolto diretto del mondo prima delle mappe, prima della volontà.

(NIDO) s’insinua proprio in questa fenditura, un luogo dove l’arte non rappresenta la Natura ma vi si plasma, si lascia condizionare dalle sue densità, dai limiti fisici dei materiali, dalla fragilità strutturale, dall’inafferrabilità del suono. Non è solo un discorso ecologico, è un corpo che si disarma.

TRA SOUND ART E PAESAGGIO SENSORIALE

La presenza sonora dei field recordings elaborati da Silvia Patron e dei paesaggi elettronici di Holy Similaun amplifica questa deriva. Respira attraverso la sua composizione, fatta di battiti oscillanti, vibrazioni che raschiano e si adagiano, costruendo un ambiente, un clima, un’infrastruttura sensoriale che non si può anticipare. È un suono che si accosta alla materia, che la imita e la distorce, trovando nei rumori minimi, tra attriti, sospiri e microesplosioni, una geografia emotiva e tattile. Il corpo della performer si muove entro questo paesaggio come se ne percepisse le fratture, avanzando e arretrando, sprofondando e sollevandosi, lasciando che siano le frequenze a dettare le curve del gesto.

Holy Similuan e Silvia Patron, (NIDO), San Cipriano, Treviso, 2025

UNA PERFORMANCE ITINERANTE IN COSTANTE TRASFORMAZIONE

E allora il nido diventa un luogo di coesistenza instabile, una soglia in cui la vulnerabilità non è cedimento quanto una forma di conoscenza. La costruzione è lenta, frammentaria, a tratti esitante. Un rifugio che non protegge davvero, che non chiude nulla fuori, ma che lascia circolare ciò che deve entrare. È un rifugio poroso, costretto a sentire e osservare senza poter possedere, e proprio per questo più vero di qualsiasi barriera difensiva eretta dall’essere umano.

Nella sua natura itinerante, (NIDO) porta con sé un principio di trasformazione. Ogni spazio che attraversa la modifica, ogni pavimento costringe a un riequilibrio, ogni temperatura sposta il baricentro, ogni parete cambia la qualità del respiro. Non c’è mai una replica, c’è solo un incontro. È qui che la performance diventa non solo site-specific ma eco-specific, confutando un adattamento formale all’ambiente per alimentare una relazione organica con ciò che lo compone. Il processo performativo si fa permeabile ai luoghi, alle crepe, alle risonanze. E così il nido non si ripete ma continua a rinascere.

Holy Similuan e Silvia Patron, (NIDO), San Cipriano, Treviso, 2025

PRECARIETÀ, CURA E RESISTENZA ECOLOGICA

In questa continua interazione tra corpo e ambiente si avverte una verità più ampia: ogni resistenza è fragile, ogni equilibrio è provvisorio. La forza non sta nella stabilità, ma nella capacità di cedere e ricostruire. È la stessa illuminazione che attraversa Livingstone quando descrive l’umanità come organismo in bilico capace di convivere o di autodistruggersi. (NIDO) traduce quella intuizione in gesto, un atto di cura verso ciò che abbiamo reso precario, un modo di rimanere con ciò che respira anche quando è difficile farlo.

E forse è proprio questa l’impronta più radicale della performance di Silvia Patron e Holy Similaun, ricordarci che non siamo separati dal mondo che abitiamo, ma tessuti inesorabilmente nella sua trama. Che ogni rifugio, ogni movimento, ogni scelta è un modo di stare nella direzione della Terra o contro di essa. (NIDO) non lo proclama, lo mostra costruendo un luogo che esiste solo per il tempo in cui lo abitiamo e poi si dissolve, come una marea che non appartiene a nessuno, ma di cui tutti, prima o poi, diventiamo parte.

LINK
Jasmine Miraval
Torna in alto