Rebibbia a cielo aperto

Il magazine Hyperlocal dedica al carcere un numero speciale che diventa mostra a cielo aperto: 120 poster, una redazione partecipata con i detenuti e un racconto corale che trasforma il quartiere e il carcere in un unico spazio narrativo condiviso

A Roma, Rebibbia è una città nella città, un quartiere che vive di equilibri instabili e confini invisibili. Da un lato la vita del quartiere, con le sue case popolari, il traffico e la stazione della metro. Dall’altro, oltre il muro, il più grande polo penitenziario d’Italia, con migliaia di detenuti e decine di operatori. È proprio a questa realtà che Hyperlocal, progetto editoriale fondato da Ilaria Gaspari, Raffaele Alberto Ventura, Irene Alison, Antonio Ottomanelli e Mauro Zennaro, ha deciso di dedicare il numero speciale Un mondo alla rovescia, un’edizione che unisce editoria, arte pubblica e partecipazione per restituire visibilità a ciò che solitamente resta fuori campo.

Fino al 18 dicembre, il magazine si è trasformato in una mostra diffusa: 120 poster affissi nello slargo antistante la Metro B Rebibbia, un “giornale a cielo aperto” costruito durante due mesi di lavoro all’interno del Nuovo Complesso, dove diciassette detenuti hanno collaborato alla redazione insieme ad autori, artisti e fotografi. Un gesto di restituzione ma anche di rovesciamento: se il carcere è il luogo dove il mondo si capovolge, questo progetto porta quel capovolgimento nello spazio pubblico, costringendo la città a fermarsi, anche solo per un attimo, e a guardare.

Installazione Bonello, Metro di Rebibbia, Roma 2025

IL NUMERO SPECIALE DI HYPERLOCAL DEDICATO AL CARCERE (E AL QUARTIERE) DI REBIBBIA A ROMA

Nel linguaggio di Hyperlocal, l’architettura diventa racconto, la città una narrazione collettiva. Ogni poster è un frammento di una storia più ampia, costruita con parole, immagini e archivi che attraversano decenni di memoria culturale legata a Rebibbia. Dai progetti di Sergio Lenci, che disegnò il complesso penitenziario come spazio aperto e attraversabile, ai fotogrammi di Tano D’Amico e Angelo Turetta, fino ai rimandi al cinema e alla letteratura – da Cesare deve morire dei fratelli Taviani a L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza.

Negli articoli pubblicati sul magazine online – come quello di Antonio Ottomanelli, che descrive il carcere come un “paese che non si sceglie ma che si abita”, o il testo di Irene Alison dedicato alla fotografia come strumento di libertà (Camera Oscura), o ancora quello di Raffaele Alberto Ventura che riflette sulla rappresentazione della colpa nel cinema italiano – emerge un filo comune: la necessità di raccontare Rebibbia non come eccezione, ma come parte integrante della città e della società.

Dentro queste narrazioni c’è un invito a superare lo sguardo pietistico o distante: a considerare la prigione come un laboratorio umano, dove le dinamiche di potere, paura e speranza che attraversano il mondo esterno diventano più visibili, più nude, più vere.

Fotografia dal progetto “Camera Oscura” a cura di Tano D’Amico

LE COSE CHE NON POSSIAMO DIMENTICARE

Dal 12 al 14 dicembre, nello stesso luogo in cui Hyperlocal ha portato le sue affissioni, si è acceso Le cose che non possiamo dimenticare, un progetto corale promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e prodotto da Artificio Italiano Srl, in collaborazione con SIAE e una rete di partner sociali e culturali. Al centro dell’iniziativa una grande installazione luminosa di Angelo Bonello, pioniere della light art urbana, che innalza davanti alla Metro Rebibbia una croce LED alta sei metri.

Non un simbolo religioso, ma una soglia di luce: un varco che mette in comunicazione il dentro e il fuori. “L’arte ha la funzione di scendere in profondità , di portare alla luce ciò che altrimenti resterebbe celato. L’arte sociale, installata nello spazio pubblico, come in questo caso, compie con questo proposito in maniera ancora più forte, perché si rivolge a tutti e non ad un pubblico selezionato come quello di un museo, è un’arte trasversale capace di arrivare a tutti”, spiega l’artista.

La croce LED richiama visivamente anche le sbarre di una prigione, quel confine fisico e simbolico che separa il “dentro” dal “fuori”. “Mettere ‘in piazza’ i detenuti e le loro storie è un modo per creare un ponte tra il dentro e il fuori del carcere, tra reato e redenzione, una ricerca di quella umanità che si trova nel profondo di ognuno di noi e che si trova anche in chi ha commesso dei reati. È un modo per dare dignità all’essere umano che sta pagando le sue colpe”, conclude Bonello.

Le superfici della croce diventano schermi vivi su cui scorrono volti e parole dei detenuti e delle ex detenute coinvolte in un laboratorio condotto insieme al fotografo Guido Gazzilli. Le loro storie, fatte di mancanze, memorie e attese, diventano parte dello spazio urbano, proiettate nella vita quotidiana dei passanti.

L’installazione era accompagnata da una mostra da un percorso visivo realizzato con la Scuola Romana dei Fumetti, che ha restituito il racconto del quartiere attraverso tavole originali, e da un reading musicale di Amir Issaa, autore e rapper che intreccia parole e suoni per raccontare esperienze di detenzione e riscatto. Tutto è stato pensato per creare un dialogo, un contatto, un momento di riconoscimento reciproco tra il mondo di “dentro” e quello di “fuori”.

Installazione Bonello, Metro di Rebibbia, Roma 2025

GUARDARE DENTRO LE NOSTRE CONTRADDIZIONI

Hyperlocal e il progetto Le cose che non possiamo dimenticare condividono la stessa ambizione: far cadere un muro di indifferenza. Per alcuni giorni, la fermata della Metro B Rebibbia – luogo di passaggio, distrazione, quotidianità – diventa un dispositivo narrativo e visivo che ci mette di fronte, letteralmente, alle contraddizioni del nostro tempo.

La grande croce luminosa e i poster di Hyperlocal parlano la stessa lingua: quella dell’esposizione, della vulnerabilità, dell’ascolto. Ci ricordano che il grado di civiltà di un Paese si misura da come tratta le persone che tiene rinchiuse e che le carceri, più di qualsiasi altra istituzione, rivelano ciò che la società vorrebbe nascondere: il dolore, gli errori, la marginalità.

Questi progetti ci costringono a guardare, anche quando preferiremmo distogliere lo sguardo. Ci mettono davanti a ciò che resta fuori dal campo visivo: le storie di chi ha sbagliato, ma continua a vivere, a scrivere, a sperare. In un’epoca in cui l’empatia sembra ridursi a parola retorica, Rebibbia diventa una lezione di umanità: un invito a riconoscere negli altri – anche nei più lontani – un riflesso di noi stessi.

Guardare dentro il carcere, in fondo, significa guardare dentro la società che lo ha costruito. E accettare che quelle storie, quelle vite e quelle voci non sono una macchia da rimuovere, ma una parte integrante del nostro presente, che chiede ascolto, responsabilità e uno sguardo più accogliente. In una sola parola: umano.

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Alessandro Mancini
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