I campi profughi a Beirut con gli occhi di Rä di Martino

Kodrok, la terza personale di Rä di Martino negli spazi della Galleria Valentina Bonomo a Roma, documenta le vite dei profughi siriani e palestinesi tra analogico e digitale.

Nella precarietà dei campi profughi libanesi, Rä di Martino cammina sul filo che separa realtà e finzione, maneggiando con cura i concetti di memoria, identità e distorsione mediatica.

Il suo strumento è la manipolazione digitale, che accosta immagini di ordinaria resistenza all’estetica inquietante del videogioco. Scene di vita quotidiana – un bambino in bici sul lungomare, un palazzo distrutto, una sala giochi nel seminterrato – diventano pezzi di un loop infinito di automatiche ripetizioni.

Kodrok, Rä di Martino, Galleria Valentina Bonomo Roma, credit Christian Rizzo

KODROK: IL LOOP DEL VIDEOGIOCO

È molto più di un’abile post-produzione: è un discorso politico, in bilico tra verità e universi pixelati. Il linguaggio automatizzato e la reiterazione meccanica rendono le immagini compatibili con lo schermo del computer o del telefono, i pochi centimetri quadrati attraverso cui passa tutto ciò che, per i nostri occhi, ha rilevanza.

L’estetica del videogioco si rafforza nella serie che titola la mostra: Kodrok presenta scatti realizzati nelle sale giochi disseminate nei campi, in cui bambini e ragazzi siriani e palestinesi costruiscono un universo alternativo, fatto di gioco, immaginazione, personaggi. In galleria, al centro della parete principale, un bambino dà le spalle all’obiettivo mentre fissa lo schermo sulla scrivania. Intorno a lui pareti sporche, sedie di plastica, cavi elettrici, una sorta di bunker clandestino dove si costruisce e si inventa un futuro lontano e diverso.

IL WORKSHOP IN LIBANO DEL 2025 CON I PROFUGHI

Per Rä di Martino il dialogo con il Libano inizia a maggio 2023, con l’obiettivo di conoscere, toccare, parlare con una terra che con dignità risponde al dramma delle migrazioni.

Nell’estate del 2025, l’artista tiene un workshop di fotografia con i ragazzi dei campi profughi: “Ho dato loro una macchina per scattare, perché volevo il loro punto di vista”. In mostra, lo scatto di un bambino in bicicletta sul lungomare proviene infatti da qui: “Per me era importante includerlo nel percorso, per rappresentare questa collaborazione con loro”. Il concetto di autorialità si piega di fronte all’esigenza – più urgente –  di restituire voce alla comunità.

Kodrok, Rä di Martino, Galleria Valentina Bonomo Roma, credit Christian Rizzo

GLI SCATTI “PURI” DELLA SERIE ELECTRIC WHISPERS 

“Per me la fotografia pura è rara, manipolo quasi sempre”, ha spiegato di Martino, che tuttavia ha scelto di includere nel percorso alcuni scatti della serie Electric Whispers, fotografie non alterate che si avvicinano al documentario. Bambini nelle strade, tende malmesse, strade affollate, tramonti sul mare, bottiglie di plastica imballate fuori dai negozi – “Lì l’acqua la devi bere per forza imbottigliata” – raccontano la bellezza di una terra trafitta a sangue dalla crisi umanitaria.

LE CAMPAGNE LIBANESI NELLE IMMAGINI DI OPEN TREES

Due scatti dalla serie (ongoing) Open Trees concludono il percorso, convivendo in un piccolo spazio isolato. Sono campagne libanesi sulle quali si staglia un albero sospeso in aria, aggiunto digitalmente in post-produzione. È un lavoro che parla di archivio, memoria, alterazione delle fonti. “Si tratta di una serie che è analogica e digitale al tempo stesso, che parla di fotografia da prospettive diverse”.

Rä di Martino tesse un racconto che non compatisce, non conforta e non fornisce risposte. Al contrario invita a interrogarsi e a fare i conti con un senso di smarrimento che è collettivo, condiviso e figlio di un presente che sempre più somiglia a un videogioco senza via d’uscita.

LINK
Marianna Reggiani
Torna in alto