Incontro con Rodriguez Remor, duo brasiliano con una produzione internazionale, che dai paesaggi incantati della Chapada Diamantina porta al mondo una pratica artistica decoloniale, fatta di grandi installazioni, progetti site-specific e storie dell’uomo.
Ho conosciuto il lavoro di Denis Rodriguez (1977) e Leonardo Remor (1987) con l’installazione Dagmar, Filha do Barro, parte del 37esimo Panorama da Arte Brasileira (la Biennale del Museo di Arte Moderna di San Paolo), nel 2022. Mettendo in relazione video e sculture in ceramica, in particolare un enorme vaso calligrafato, l’opera dialogava anche con l’ambiente esterno, il Parco Ibirapuera. Dopo un primo approccio, ho avuto l’opportunità – nell’agosto del 2024 – di partecipare al programma di residenze del Mirante Xique-Xique (MXX), organizzazione creata e diretta dagli stessi artisti e situata a Igatu, un villaggio nel Parco Nazionale della Chapada Diamantina (nello stato brasiliano di Bahia), che opera facendo convergere arte, comunità ed ecologia.
Durante le settimane passate nella Chapada, le conversazioni con Leonardo e Denis hanno portato alla stesura e alla successiva pubblicazione dell’intervista Destroços e recuperação: vivendo com a mudança sulla rivista Estado da Arte, pubblicata dall’Università Federale di Uberlândia, Minas Gerais.
Dopo uno studio visit all’atelier degli artisti durante la loro residenza alla FAAP (Faculdade Armando Alvares Penteado), nel secondo semestre del 2025, abbiamo ripreso il dibattito sulla pratica della coppia e approfondito questioni che riguardano non solo lo sviluppo dell’arte come fenomeno, ma anche la sua etica.
Cominciamo dall'inizio: come vi siete conosciuti?
LR: Ci siamo conosciuti a una festa, a San Paolo, nel 2010. Io lavoravo a uno spettacolo al Teatro Oficina, responsabile della parte audio-visuale, e Denis come giornalista e fotografo.
DR: A quel tempo facevo anche delle installazioni con backlights, e già lavoravo un po’ con il video. Avevo un canale su UOL e facevo editoriali per riviste di moda. Quando ho conosciuto Leo, il mio lavoro con il corpo e il paesaggio cominciava a prendere forza; il mio sito aveva persino una sezione chiamata Naked 4 Nature, quasi un annuncio di quello che sarebbero stati i miei anni successivi.
E l'idea di formare un duo è venuta insieme alla relazione, appena vi siete conosciuti?
RR: Tutt’altro, ci è voluto del tempo. Tuttavia, già a Porto Alegre, abbiamo iniziato a collaborare, abbiamo fatto un primo lavoro fotografico che si chiamava Corpo Presente (2013), diventato poi un libro d’artista a edizione limitata e una mostra, nel 2014. Nello stesso anno, abbiamo collaborato a un altro progetto, O Valor das Coisas, una ricerca sull’economia della muamba nella Triplice Frontiera (Argentina, Brasile, Paraguay), diventata una mostra all’Atelier Subterrânea e che si è ulteriormente sviluppata in un’installazione immersiva all’Atelier Livre della Municipalidade de Porto Alegre. Subito dopo abbiamo formato il collettivo Galeria Península, un project space durato tre anni.
Domanda obbligatoria: con quali risorse?
RR: Risorse proprie. Poi abbiamo iniziato a partecipare a bandi. Nel 2014, il Fondo Regionale dello stato di Rio Grande do Sul (FAC-RS) aveva politiche regolari di finanziamento, così come la Municipalità di Porto Alegre. Anche la Funarte era molto attiva, molto più di adesso. A un certo punto, nel 2015-16 siamo riusciti a bilanciare i conti: la programmazione mensile era mantenuta con risorse pubbliche, con la vendita di alcune opere e grazie a questo abbiamo investito in migliorie dello spazio, pagato assistenti e personale a progetto e, soprattutto, invitato artisti per mostre e residenze, oltre alla dinamica domestica di ricevere e ospitare artisti a casa.
La pratica dell'ospitalità vi accompagna! Ma alla fine, Igatu è arrivata come e perché?
RR: Il primo viaggio fu nel 2012: venimmo a trovare un’amica di Porto Alegre che aveva lasciato tutto e si era trasferita qui, a Ibicoara. La Chapada ha sempre fatto parte di un sogno… ogni brasiliano desidera conoscerla, ma Igatu è stato un caso. Così abbiamo conosciuto una Chapada rurale e la sua gente che ha molto poco, ma ti offre tutto quello che ha. Le persone, qui, si avvicinano senza paura, con molto affetto. Questi modi di essere e le conversazioni con gli abitanti hanno influito molto sul nostro immaginario. Siamo buoni ascoltatori, e quando le persone anziane si avvicinano e raccontano le proprie storie, veniamo stimolati e quasi sempre diventiamo amici.
Posso immaginare che siano accadute cose che vi hanno sedotto e coinvolto per rimanere...
RR: Idealizzavamo questo territorio che ora abitiamo, ma vivere qui è stata una scelta molto pragmatica, una scommessa. Vivevamo a Madrid e lì ci siamo resi conto che il nostro lavoro parlava di questo luogo. Davanti al severo lockdown madrileño, la nostra risposta è stata trasferirci qui. Non avevamo mai vissuto in un parco nazionale, né nel Nordest brasiliano. Penso che ciò che ci ha sedotto di più sia stata la possibilità di lavorare con il patrimonio grafico rupestre della Chapada Diamantina, visitare siti archeologici ancora non mappati dagli istituti nazionali di tutela, così come conoscere materiali e tecniche non disponibili nelle città, come la paglia del licuri, il sisal, la mica [elementi di piante native, ndr.], raccogliere pigmenti naturali e argilla per modellare. Inoltre, avevamo il desiderio di creare un’istituzione d’arte che fosse una piattaforma teorico-pratica per ricerche legate alla sostenibilità, così nell’agosto 2020 abbiamo fondato il Mirante Xique-Xique, un’organizzazione no-profit, che opera nell’intersezione di arte, comunità e ambiente e mantiene un programma interdisciplinare di residenze di ricerca.
Com'è vivere in un Parco Nazionale?
RR: È percepire la nostra reale statura di fronte al mondo e ai movimenti della natura, in un senso molto pragmatico. La natura cancella agende e crea ostacoli, in alcuni momenti può essere molto favorevole, ma non ci sono garanzie. Qui qualsiasi magnate negazionista dei cambiamenti climatici percepisce la differenza tra paesaggio e natura, e che noi siamo solo una pedina in più nella vita del mondo. Di fronte al pianeta, al clima e a tutte le esistenze che qui abitano, e stiamo parlando delle vite non umane, la nostra conoscenza intellettuale è limitata e risibile, così come la nostra capacità di distruggere e sterminare è immensa. O meglio, la capacità devastatrice di alcuni non trova limiti o barriere negli stati democratici e autocratici che governano il pianeta.
Nella mia percezione, in ciò che ho vissuto nel tempo passato a Igatu, è stata quella di un luogo diventato sublime, cioè capace di collegare la distruzione di decenni di estrazione mineraria con la bellezza della natura più sorprendente.
RR: Questo ci ha interessato e ci interessa molto, anche come argomento per il nostro lavoro.
LR: Pensare la rovina è il mio ingresso nel mondo dell’arte. Quando guardiamo una rovina normalmente vediamo tracce dell’azione umana, ma se prestiamo attenzione, attorno alla rovina c’è sempre molta vita, vita non umana. Appena arrivati, o meglio, quando venivamo come viaggiatori, eravamo molto preoccupati di registrare la storia orale di qui, anche perché finivamo per conoscere persone che ci affascinavano, le cui vite si avvicinavano alla fine. In questo percorso è nato un lavoro chiamato Histórias Vivas, un esteso archivio di audio-conversazioni, che non abbiamo però mai presentato…
È complesso raccontare gli aspetti immateriali di un luogo, specialmente quando hanno molta forza?
RR: Collaboriamo con alcune figure-chiave della Chapada da alcuni anni e ci piace creare progetti immersivi, che permettano agli spettatori un avvicinamento all’atmosfera sensibile di qui, senza bisogno di spiegazioni eccessive. Dopotutto, il nostro obiettivo è creare un’opera che non solo informi, ma anche che ispiri e avvicini le persone a tanta autenticità.
A proposito di opere: durante le nostre conversazioni, e anche nell'intervista pubblicata su Estado da Arte, dall'Università Federale di Uberlândia, Minas Gerais, avete dichiarato di sentirvi un po' ignorati dagli agenti del mondo culturale brasiliano, specialmente per il fatto che lavorate con progetti site-specific, monumentali, e per essere un duo: è cambiato qualcosa negli ultimi tempi, incluso dopo la Residenza alla FAAP?
RR: Esiste questa trama, questo intrico, questo nodo chiamato mondo culturale brasiliano, in cui un piccolo gruppo di persone, gli agenti di potere, elegge e finanzia un altro selezionato e piccolo gruppo di persone, garantendo possibilità di lavoro e visibilità a questi artisti, generalmente pittori che non si preoccupano di perpetuare la logica escludente e tossica dell’arte contemporanea. Negli ultimi anni, il mercato ha determinato ed eroso ciò che restava di autonomia negli spazi istituzionali. E ciò che viene offerto al pubblico, in maggioranza, sono lavori bidimensionali. Esistono poche o nessuna opportunità di lavoro per gli artisti che lavorano con ceramica, scultura, installazione, site specific o video in Brasile. D’altro canto, operare nei grandi centri dell’arte, come San Paolo o Città del Messico, luoghi dove siamo stati in residenza nel 2025, amplia e rende visibili le nostre attività. Questi territori favoriscono scambi, conversazioni, incontri, permettono che il nostro lavoro avvenga fuori dal nostro studio. Forse il vero problema è definire come base operativa e produttiva luoghi periferici come la Chapada Diamantina, perché è il ritmo geologico che opera qui. Per raccontarti rispetto alle barriere che le coppie di artisti affrontano in Brasile e fuori, bisognerebbe fare un’altra lunga intervista.
Voi, oltre ad essere creatori di una residenza, avete partecipato a molti “soggiorni” fuori dal vostro studio – diciamo così, in Brasile: al MASS MoCA, a North Adams, Massachusetts; al McColl Center e al Bemis Center for Contemporary Arts, rispettivamente in Carolina del Nord e in Nebraska, al Sitka Center for Art & Ecology, vicino alla Riserva Ambientale Cascade Head, in Oregon e anche a Madrid, a Campo Adentro (Inland). Come si sviluppa il lavoro a partire da richieste che possono essere anche completamente diverse da quelle conosciute?
RR: Da gennaio 2023, stiamo consolidando una pratica di atelier in spostamento, o atelier nomade, ancora alla ricerca della parola migliore… perché ciò che abbiamo fatto è iscriverci a programmi che offrono atelier attrezzati, con officine di ceramica, legno, metallo e stampa. E in questi luoghi arriviamo con l’intenzione di creare cose, più che ricercare o avere un’esperienza di questi territori. E abbiamo seminato opere e attività dove siamo passati, sculture, lavori partecipativi, installazioni in ceramica e video, monotipi, stampe in bassorilievo…contiamo già su un centinaio di opere fuori dal Brasile.
A proposito di questo: la FAAP si trova nel centro della città di San Paolo: qualcosa della vostra pratica si è trasformato, in relazione all'ambiente? Sono arrivati nuovi formati?
RR: Alla FAAP, durante le 15 settimane di residenza, abbiamo creato due nuove installazioni in cui confluiscono ceramica e video [Amontoado e Vaso-Caverna], una nuova serie di sculture in porcellana [Rascunhos] e un’installazione con disegno, testo, radici di ceramica e candele, il Memorial ao Artista Vivo. Le prime due installazioni sono lavori ancora in corso, perché pensiamo che abbiano bisogno di aumentane la scala. L’Amontoado nella foto contiene solo 35 pietre di ceramica, ma vogliamo integrarlo con altrettante, ovvero la versione finale avrà 70 pietre. L’installazione Vaso-Caverna, che era il progetto presentato alla FAAP, avrà altri due vasi, cioè saranno quattro vasi sovrapposti, impilati, che proiettano due video, formando una torre di quasi 2 metri d’altezza. La creazione di ogni vaso-caverna richiede quaranta giorni ed è possibile creare il vaso che si sovrappone solo dopo che il precedente è stato cotto. Questa installazione ha un tempo lento. Entrambi i lavori fanno riferimento al territorio diamantino. Già la serie di sculture in porcellana Rascunhos, e il Memorial ao Artista Vivo sono nati a San Paolo, risultato dei nostri incontri e riflessioni.
Tornando alle possibilità connesse a ciò che si definisce "mercato dell'arte", cosa manca, secondo voi?
RR: Diversità forse? Stiamo pensando di nuovo ad alta voce rispetto al mercato dell’arte brasiliano. Gli spazi istituzionali con budget promuovono esclusivamente le agende identitarie da almeno dieci anni. Manca diversità anche nei team di artisti rappresentati dalle gallerie, il mercato vuole lavorare solo con la pittura e, principalmente, la pittura legata all’identità. Mancano diversità di argomenti, di territori, di traiettorie, di media, di artisti, di curatori, di ricercatori, di pensiero… il sogno non è un’agenda, l’archeologia non è un’agenda, la geologia neppure, il clima, l’alimentazione, i disturbi, le paure, il corpo, il sesso, il cielo, gli animali, la comunità, niente di tutto questo è stato argomento per l’arte contemporanea egemonica istituzionale in Brasile.
Pensando al corpus del lavoro nel suo insieme, voi avete spesso sollevato la questione di evitare la confusione tra ciò che è una vera pratica decoloniale e ciò che finge di esserlo o, peggio, che non capisce di stare utilizzando gli stessi metodi del colonialismo. Vorreste spiegare come questa attenzione si traduca in una pratica nella produzione di Rodriguez Remor?
RR: Avere un lavoro decoloniale e non essere disposti a cambiare le regole del gioco non significa fare un lavoro decoloniale, è invece la mera rappresentazione de concetto di “decoloniale”. Questo tipo di lavoro ha conquistato il mondo, le fiere, il mercato, i curatori europei parlano di decoloniale e non hanno nemmeno idea, né sensibilità, per sapere cosa significhi realmente. Ora, voler cambiare le cose e non solo occupare il posto degli antichi detentori di potere, questa è la pratica decoloniale. Il nostro lavoro parla di questo, di agire e cercare di causare qualche modificazione. Parla di pratica materiale, ma anche di fare a modo nostro. Sbaglieremo? Certo che sì. Spesso il lavoro non riesce a lottare contro le forze coloniali ancora operanti, desiderose di artisti pelegos [servili, ndr.] e sottomessi, che tacciono di fronte al potere, alla manipolazione e alle molestie. Come agisci nel mondo? Ti piace essere trattato bene dalle persone? Diventi amico di qualcuno che non è solidale e cortese? Ecco… nel lavoro, e quindi nell’arte, vogliamo essere trattati bene, ricevuti con gentilezza e affetto. Come artisti ci ribelliamo contro tutto ciò che è gerarchicamente tossico, ciò che fa perdere tempo, energia e visibilità a noi e alla nostra pratica. Facendo questo, guadagniamo libido e autonomia. Ogni scelta genera conseguenze buone e cattive… c’est la vie.
Il problema, dal mio punto di vista, è che il "decoloniale" è diventato una categoria estetica quando, per sua natura, dovrebbe sfuggire a qualsiasi categorizzazione: dopo tutto, categorizzare, creare schemi, inquadrare, sono atti appartenenti al razionalismo, quindi al colonialismo, all'ordine cartesiano, al potere…
RR: Esatto, si tratta di pura estetica ed è per questo che inonda il mercato. Anche il dissenso sta scomparendo, tutti vogliono compiacere. Sono gli effetti dei social network e del desiderio di follower? Parlando di categorie, penso che se realizzassimo più lavori con una vena queer, circoleremmo di più. Ma non abbiamo quasi lavori queer, solo Corpo Presente e Na Cama com Senhores. I nostri temi ci dirigono verso tutto ciò che va oltre l’ego e non creiamo opere basate sulla nostra identità di coppia gay.
Torniamo al Mirante: mi avete già detto che contemporaneamente lo considerate e non, un lavoro. Io penso che invece abbia tutto a che vedere con la vostra pratica. Inoltre, conferisce ai progetti un tono incredibile, magico, connesso ai misteri del luogo, mettendo in luce una convivenza totale tra voi e il territorio...
RR: Ciò che stiamo creando con il Mirante è un altro corpo collettivo di lavoro sulle specificità di un territorio. E, cosa più importante, è questa volontà di creare una comunità di artisti, curatori, scrittori, critici, architetti, creativi dissidenti; una rete di accoglienza, di cura e di contatto per tutti coloro che sentono di non avere uno spazio per la presentazione e lo sviluppo delle proprie pratiche e lavori.
Dopo cinque anni come ospiti del Mirante Xique-Xique, riuscite a fare un'anamnesi dei fraintendimenti dei residenti?
RR: A volte restano completamente sconnessi dalle potenzialità che questo luogo offre, non capiscono queste eredità. A volte, cerchiamo di parlare in anticipo e anche di mettere un filtro già nella stessa selezione di chi verrà qui.
A proposito del filtro: basterebbe concentrarsi sull'idea di essersi in un luogo remoto dove la Natura è così potente da poter diventare persino spaventosa…
RR: Esatto. Inoltre, qui ci vuole pazienza. In primo luogo con la natura stessa, sovrana, che detta movimenti e incontri, poi con il clima, con la comunità, con il tempo stesso. Infine, molte residenze sono neutre, mentre il Mirante non lo è mai; ciò che offriamo non è un atelier, ma uno spazio-tempo di convivenza e autocura.
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Tropical Studio #17. Rodriguez Remor: destroços, recuperação, resistência
Conheci o trabalho de Denis Rodriguez (1977) e Leonardo Remor (1987) pela instalação Dagmar, Filha do Barro, integrante do 37° Panorama da Arte Brasileira no MAM de São Paulo, em 2022. Colocando em relação vídeo e peças cerâmicas, em especial um enorme vaso caligrafado, a obra também dialogava com o ambiente externo, o Parque do Ibirapuera. Após uma primeira aproximação, tive a oportunidade – em agosto de 2024, de participar do programa de residências do Mirante Xique-Xique (MXX), organização criada e dirigida pelos mesmos artistas e localizada em Igatu – vila situada no Parque Nacional da Chapada Diamantina (Bahia) – atuante na convergência de Arte, Comunidade e Ecologia.
Durante as semanas passadas na Chapada Diamantina, com Leonardo e Denis ocorreram várias conversas que resultaram na publicação da entrevista “Destroços e recuperação: vivendo com a mudança” na revista “Estado da Arte”, publicada pela Universidade Federal de Uberlândia, Minas Gerais.
Depois de um studio visit ao ateliê dos artistas na residência da FAAP, no segundo semestre de 2025, reiniciamos debates e conversas sobre a prática da dupla e nos aprofundamos em questões que abarcam não somente o desenvolvimento da arte como fenômeno, mas também de sua ética.
Vamos começar pelo começo: como vocês se conheceram?
LR: Nos conhecemos numa festa, em São Paulo, em 2010. Eu trabalhava em uma peça no Teatro Oficina, responsável pelo audiovisual, e Denis como jornalista e fotógrafo.
DR: Naquela época, fazia também umas instalações com backlights, e já trabalhava um pouco com vídeo. Tive um canal no UOL e fiz editorais para revistas de moda. Quando conheci o Léo, meu trabalho com corpo e paisagem começava a ganhar força; meu site tinha até uma aba chamada Naked 4 Nature, quase anunciatória do que seriam meus anos posteriores.
E a ideia de formar uma dupla veio juntamente ao relacionamento, logo que se conheceram?
RR: Muito pelo contrário, demorou um tempo. Entretanto, já em Porto Alegre, começamos a colaborar, fizemos um primeiro trabalho fotográfico que se chamou Corpo Presente (2013), que virou um livro de artista com edição limitada e uma exposição, em 2014. Nesse mesmo ano, colaboramos em um outro projeto, O Valor das Coisas, uma pesquisa sobre a economia da muamba na Tríplice Fronteira, que virou uma exposição no Atelier Subterrânea e que ainda se desdobrou em uma instalação imersiva no Atelier Livre da Prefeitura Municipal de Porto Alegre. Logo em seguida formamos o coletivo Galeria Península, um project space que durou três anos.
Pergunta obrigatória: com quais recursos?
RR: Recursos próprios. Depois começamos a nos inscrever em editais. Em 2014, o Fundo Regional do Rio Grande do Sul (FAC-RS) estava com políticas regulares de fomento, como também, a Prefeitura de Porto Alegre. Igualmente a Funarte, estava bem ativa, muito mais que agora. Em um certo momento, 2015, 2016… a gente conseguiu equilibrar as contas, a programação mensal era mantida com recursos públicos, com a venda de algumas obras e assim conseguimos investir em melhorias do espaço, pagar assistentes e pessoal por projeto, convidar artistas para exposições e residências, além da dinâmica doméstica de receber e hospedar artistas na nossa casa.
A prática da hospitalidade vos acompanha! Enfim, Igatu veio como e por quê?
RR: Primeiramente, viemos encontrar uma amiga de Porto Alegre que largou tudo e se mudou para cá, em Ibicoara, em 2012. A Chapada sempre fez parte de um sonho… todo brasileiro deseja conhecê-la, mas Igatu foi um acaso. Assim encontramos uma Chapada rural e seu povo que tem muito pouco, mas te oferece tudo o que tem. As pessoas, aqui, aproximam-se sem medo, com muito carinho. Esses jeitos de ser e de conversar mexeram muito com o nosso imaginário. Somos bons ouvintes, e quando as pessoas mais velhas chegam perto e contam as próprias histórias, isso nos estimula e quase sempre ficamos amigos.
Posso imaginar que aconteceram coisas que seduziram e engajaram para vocês ficarem…
RR: Idealizávamos este território que agora habitamos, mas morar aqui foi uma escolha bem pragmática, uma aposta. Vivíamos em Madri e lá percebemos que o nosso trabalho falava daqui. Diante do severo lockdown madrileño, nossa resposta foi mudar pra cá. Nunca havíamos residido em um parque nacional, nem no interior do Nordeste brasileiro. Acho que o que mais nos seduziu foi a possibilidade de se trabalhar com o patrimônio gráfico rupestre da Chapada Diamantina, visitar sítios arqueológicos ainda não mapeados pelos institutos nacionais de proteção, como também, conhecer materiais e técnicas que não estão disponíveis nas cidades, como a palha do licuri, o sisal, a mica, coletar pigmentos naturais e argila para modelar. Além disso, tínhamos o desejo de criar uma instituição de arte que fosse uma plataforma teórico-prática para pesquisas ligadas a sustentabilidade, então em agosto de 2020, fundamos o Mirante Xique-Xique, uma organização sem fins lucrativos, que opera na interseção de Arte, Comunidade e Meio Ambiente e mantém um programa interdisciplinar de residências de pesquisa.
Como é morar em um Parque Nacional?
RR: É perceber a nossa real estatura diante do mundo e à mercê dos movimentos da natureza. E isso em um sentido bem pragmático. A natureza cancela agendas e cria obstáculos, em alguns momentos ela pode ser muito favorável, mas não há garantias. Aqui qualquer magnata negacionista das mudanças climáticas percebe a diferença entre paisagem e natureza, e que nós somos apenas mais um peão da vida da natureza. Diante do planeta, do clima e de todas as vidas que aqui habitam, e estamos falando das vidas não humanas, o nosso conhecimento humano é tão limitado e risível, entretanto a nossa capacidade de destruir e dizimar é imensa. Ou melhor, a capacidade devastadora de alguns não encontra limites ou barreiras nos estados democráticos e autocráticos que governam o planeta.
Na minha percepção, alias, no que eu vivenciei ficando em Igatu, foi de um lugar que virou sublime, ou seja, conseguiu interligar o assombro de décadas de mineração com a beleza da natureza mais surpreendente.
RR: Isso nos interessou e nos interessa muito, até mesmo como argumento para o nosso trabalho.
LR: Pensar a ruína é a minha entrada no mundo da arte. Quando a gente olha para uma ruína normalmente a gente vê vestígios da ação humana, mas se prestarmos atenção, ao redor da ruína há sempre muita vida, vida não humana. Logo quando chegamos, ou melhor, quando vínhamos como viajantes, ficamos muito preocupados em registrar a história oral daqui, mesmo porque acabávamos conhecendo pessoas que nos encantavam, cujas vidas estavam próximas ao fim. Nesse percurso nasceu um trabalho chamado Histórias Vivas, um extenso arquivo de áudio-conversas, que nunca foi apresentado…
É complexo relatar os aspectos imateriais de um lugar, especialmente quando têm muita força?
RR: Colaboramos com algumas das figuras-chave da Chapada desde alguns anos e gostamos de criar projetos imersivos, que permitem aos espectadores uma aproximação à atmosfera sensível daqui, sem a necessidade de explicações excessivas. Afinal, o nosso objetivo é criar uma obra que não apenas informe, mas que também inspire e aproxime as pessoas a tanta autenticidade.
A propósito de obras: durante as nossa conversas, e também na entrevista que foi publicada na publicação “Estado da Arte”, da Universidade Federal de Uberlândia, Minas Gerais, vocês declararam se sentir um pouco ignorados pelos agentes do mundo cultural brasileiro, especialmente pelo fato de vocês trabalharem com projetos site-specific, monumentais, e por serem uma dupla: mudou alguma coisa nos últimos tempos, inclusive com a Residência na FAAP?
RR: Existe essa trama, esse emaranhado, esse nó chamado mundo cultural brasileiro, no qual um pequeno grupo de pessoas, os agentes de poder, elege e financia outro seleto e pequeno grupo de pessoas, garantindo possibilidades de trabalho e visibilidade para esses artistas, geralmente pintores que não se importam em perpetuar a lógica excludente e tóxica da arte contemporânea. Nos últimos anos, o mercado vem determinando e erodindo o que existia de autonomia nos espaços institucionais. E o que é oferecido ao público, majoritariamente, são trabalhos bidimensionais. Existe pouca ou nenhuma oportunidade de trabalho para os artistas que trabalham com cerâmica, escultura, instalação, site specific ou vídeo no Brasil. Por outro lado, atuar nos grandes centros da arte, como São Paulo ou a Cidade do México, lugares onde estivemos em residência em 2025, amplia e visibiliza os nossos fazeres. Esses territórios favorecem trocas, conversas, encontros, permitem que o nosso trabalho aconteça fora do nosso estúdio. Talvez o grande problema mesmo seja definir os lugares periféricos, como a Chapada Diamantina, como base de atuação e produção, pois é o ritmo geológico que opera por aqui. E sobre as barreiras que as duplas enfrentam no Brasil e fora dele, compartilhar tudo o que pensamos resultaria em uma nova entrevista bem recheada.
Vocês, além de ser criadores de uma residência, já participaram de inúmeras temporadas de “ateliê-afora” – vamos dizer assim, do Brasil: no MASS MoCA, em North Adams, Massachusetts; no McColl Center e no Bemis Center for Contemporary Arts, respectivamente na Carolina do Norte e no Nebraska, no Sitka Center for Art & Ecology, vizinho a Reserva Ambiental Cascade Head, no Oregon e também em Madri, no Campo Adentro (Inland). Como se desenvolve o trabalho a partir de solicitações que podem ser até completamente diferentes das conhecidas?
RR: Desde janeiro de 2023, a gente vem consolidando uma prática de ateliê em deslocamento, ou ateliê nômade, ainda em busca da melhor palavra… pois o que temos feito é nos inscrever em programas que oferecem ateliês equipados, com oficinas de cerâmica, madeira, metal e gravura. E nesses lugares a gente chega com a intenção de criar coisas, mais do que pesquisar ou ter uma vivência desses territórios. E temos semeado obras e fazeres por onde passamos, esculturas, trabalhos participativos, instalações em cerâmica e vídeo, monotipias, gravuras em baixo relevo… já contamos com uma centena de obras fora do Brasil.
A propósito disso: a FAAP fica no centro da cidade de São Paulo: transformou-se algo da vossa prática, em relação ao ambiente? Vieram novos formatos?
RR: Na FAAP, durante as 15 semanas de residência, criamos duas novas instalações que convergem cerâmica e vídeo [ Amontoado e Vaso-Caverna ], uma nova série de esculturas de porcelana [ Rascunhos ] e uma instalação com desenho, texto, raízes de cerâmica e velas, o Memorial ao Artista Vivo. As duas primeiras instalações são trabalhos que ainda estão em andamento, pois achamos que elas precisam aumentar em escala. O Amontoado da foto contém apenas 35 pedras de cerâmica, queremos complementá-lo com outras 35 pedras, ou seja, a versão final terá 70 pedras. A instalação Vaso-Caverna, que foi o projeto submetido à FAAP, terá outros dois vasos, ou seja, serão quatro vasos sobrepostos, empilhados, que projetam dois vídeos, formando uma torre de quase 2m de altura. A criação de cada vaso-caverna leva quarenta dias e só é possível criar o vaso que se sobrepõe depois que o anterior já foi queimado. Essa instalação tem tempo lento. Ambos os trabalhos fazem referência ao território diamantino. Já a série de esculturas de porcelana, Rascunhos, e o Memorial ao Artista Vivo surgiram em São Paulo, resultado dos nossos encontros e reflexões.
Em fato de possibilidades – conectadas ao que se define “mercado da arte”, o que é que está faltando, na opinião de vocês?
RR: Diversidade? Estamos pensando em voz alta aqui o mercado de arte brasileiro. Os espaços institucionais com orçamento tem promovido exclusivamente as pautas identitárias há pelo menos dez anos. Diversidade falta também nos times de artistas representados pelas galerias, o mercado só quer trabalhar a pintura e, principalmente, a pintura ligada a identidade. Falta diversidade de assuntos, de territórios, de trajetórias, de mídias, de artistas, de curadores, de pesquisadores, de pensamento… o sonho não é pauta, arqueologia não é pauta, geologia também não, o clima, a alimentação, os transtornos, os medos, o corpo, o sexo, o céu, os animais, a comunidade, nada disso tem sido assunto para a arte contemporânea hegemônica institucional no Brasil.
Pensando ao corpo do trabalho como um tudo, vocês muitas vezes levantaram a questão de evitar a confusão entre o que é uma verdadeira prática decolonial e a que finge de sê-la ou, pior, que não intende que está utilizando os mesmos métodos do colonialismo. Gostariam de explicar como essa atenção se traduz em “fatos” na produção de Rodriguez Remor?
RR: Ter um trabalho decolonial e não estar disposto a mudar as regras do jogo não chega a ser um trabalho decolonial, é mera representação do decolonial. Esse tipo de trabalho ganhou o mundo, as feiras, o mercado, curadores europeus falam de decolonial e não tem nem ideia, tampouco sensibilidade, para saber o que isso realmente significa. Agora querer mudar as coisas e não apenas ocupar o lugar dos antigos detentores de poder, isso é a prática decolonial. Nosso trabalho é sobre isso, sobre atuar e tentar causar alguma modificação. É sobre prática material, mas é sobre fazer do nosso jeito. Vamos errar? Claro que sim. Muitas vezes o trabalho não dá conta de lutar contra as forças coloniais ainda operantes, desejantes de artistas pelegos e submissos, e que se calam diante do poder, da manipulação e do assédio. Como você atua no mundo? Gosta de ser bem tratado pelas pessoas? Você fica amigo de alguém que não é solidário e cortês? Pois é… no trabalho, e portanto, na arte, queremos ser bem tratados, recebidos com gentileza e carinho. Como artistas nos insurgimos contra tudo que é hierarquicamente tóxico, o que nos faz perder tempo, energia e visibilidade para a nossa obra nesses enfrentamentos. Entretanto ao fazermos isso, ganhamos libido e autonomia. Toda escolha gera consequências boas e ruins… C’est la vie.
O problema, pelo meu ponto de vista, é que o “decolonial” se tornou uma categoria estética quando, pela sua natureza, deveria fugir mesmo de qualquer categorização: afinal de contas, categorizar, criar esquemas, enquadrar, são atos pertencentes ao racionalismo, portanto, ao colonialismo, à ordem cartesiana, ao poder…
RR: Isso mesmo, puramente estética e por isso inunda o mercado. O dissenso também está em desaparecimento, todo mundo quer agradar. Seriam os efeitos das redes sociais e do desejo de seguidores? Falando em categorias, acho que se entregássemos mais trabalhos com uma pegada queer, estaríamos circulando mais. Mas quase não temos trabalhos queer, apenas Corpo Presente e na Cama com Senhores. Alguns assuntos nos direcionam a tudo que vai além do ego e não criamos obras baseados em nossa identidade de casal gay.
De novo ao Mirante: vocês já me disseram que o consideram, e contemporaneamente não, um trabalho, mas eu acho que tenha tudo a ver com a vossa prática. Inclusive, proporciona aos projetos um tom incrível, mágico, conectado aos mistérios do lugar, dando conta de uma convivência total entre vocês e o território…
RR: O que estamos criando com o Mirante é mais um corpo coletivo de trabalho sobre as especificidades de um território. E, o mais importante, é essa vontade de criarmos uma comunidade de artistas, curadores, escritores, críticos, arquitetos, dissidentes criativos; uma rede de acolhimento, de cuidado e de contato para todos aqueles que sentem não existir um espaço para a apresentação e o de desenvolvimento de suas práticas e trabalhos.
Após cinco anos como anfitriões do Mirante Xique-Xique, conseguem fazer uma anamnese dos desentendimentos dos residentes?
RR: Às vezes ficam completamente desconectados das potências que esse lugar proporciona, não entendem essas heranças. Às vezes, tentamos conversar antecipadamente e também colocar um filtro já na própria seleção dos que virão pra cá.
A propósito do filtro: bastaria focar na ideia de ficar em um lugar afastado onde a Natureza é tão potente que pode tornar-se até assustadora…
RR: Exato. Além disso, é preciso ter paciência aqui. Primeiro com a própria natureza, soberana, que dita movimentos e encontros, depois com o clima, com a comunidade, com o próprio tempo. Enfim, muitas residências são neutras, enquanto o Mirante nunca é; o que proporcionamos não é um ateliê, mas um espaço-tempo de convívio e autocuidado.
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