Cinque artisti iraniani e la diaspora come denuncia

Cinque artisti e artiste iraniane (Parastou Forouhar, Newsha Tavakolian, Mana Neyestani, Nikzad Nodjoumi, Atena Farghadani) trasformano ornamento, fotografia, pittura e satira in denuncia della repressione e in difesa dei valori profondi della cultura persiana.

In Iran un’immagine può essere tollerata, finché resta decorazione. Ma quando diventa critica, testimonianza, domanda pubblica, l’arte si trasforma in un bersaglio. Per questo, oggi, il lavoro di molti artisti e artiste iraniani – soprattutto in diaspora – non è solo “politico” per i temi che attraversa, ma per la sua stessa esistenza: perché sottrae narrazione al controllo, restituisce voce a chi viene ridotto al silenzio, mette in forma ciò che il regime vorrebbe cancellare.

Mana Neyestani, vignetta

LA DIASPORA COME MEGAFONO POLITICO

“L’arte è da sempre uno degli strumenti più incisivi di protesta e di resistenza”, spiega Maryam Monazam, imprenditrice e art advisor iraniana che vive in Italia. “Nel corso degli ultimi quarantasette anni, numerosi artisti iraniani hanno espresso, attraverso i propri linguaggi visivi, una critica al regime islamico in Iran”.

Tuttavia, se l’arte può costituire un potente strumento di dissenso, allo stesso tempo può trasformarsi in un mezzo altrettanto efficace di propaganda. “Emblematico è il caso di Aydin Aghdashloo, che, dopo la rivoluzione del ‘79, realizzò un ritratto idealizzato di Ruhollah Khomeini nel tentativo di ottenere il perdono degli ayatollah e poter rientrare in Iran”, racconta Monazam. “Un gesto che rimane impresso nella memoria collettiva come un atto controverso e mai perdonato dal popolo”.

Marjane Satrapi, Persepolis, 2000

Oggi Maryam intende invece rendere omaggio agli artisti anonimi: “I fotografi delle manifestazioni in Iran, professionisti e amatori, che con le loro immagini hanno saputo catturare il coraggio di un popolo, creando momenti iconici destinati a diventare memoria visiva di una nazione. Scatti capaci di emozionare il mondo intero, realizzati a rischio della vita e spesso privi di attribuzione, poiché il regime perseguita e arresta chi documenta le sue atrocità”. Si tratta di “fotografie che potrebbero essere premiate nei più importanti contesti del fotogiornalismo internazionale”, aggiunge, “ma che restano senza firma per proteggere i loro autori. Solo talvolta, dopo anni o in seguito all’esilio, queste immagini ritrovano un nome, come nel caso di Yalda Moaiery, premiata con il Courage in Journalism Award nel 2018 e arrestata durante le proteste per l’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022”.  
Con il prezioso aiuto di Monazam, abbiamo selezionato cinque artisti e artiste iraniane che, attraverso tecniche e mezzi diversi, denunciano la brutale repressione del regime e promuovono i veri valori della cultura persiana. 

PARASTOU FOROUHAR: L’ORNAMENTO COME SCENA DEL CRIMINE

L’artista visiva Parastou Forouhar, nata a Teheran nel 1962 e attiva da Francoforte, porta la critica politica nel cuore dell’estetica: pattern seducenti che, osservati da vicino, rivelano una grammatica di sorveglianza e brutalità. La sua storia personale è inseparabile dal lavoro: dopo l’assassinio dei genitori – dissidenti politici uccisi nel 1998 – Forouhar trasforma la ferita privata in questione pubblica. In Documentation costruisce un ambiente fatto di atti, prove, carte e tracce legate a quei delitti e ad altri casi di repressione, imponendo allo spettatore la responsabilità di “guardare” ciò che il potere vorrebbe archiviare. Qui l’ornamento persiano non è decoro: è una superficie che seduce e poi ferisce, perché costringe a vedere l’orrore dentro ciò che sembra esteticamente piacevole.

Parastou Forouhar, Documentation, Deadlines, Stadtgalerie Saarbrücken, 2019-2020

NEWSHA TAVAKOLIAN: IL SUONO NEGATO, L’IMMAGINE CHE PARLA

La fotografa e photojournalist Newsha Tavakolian lavora sulla frizione tra quotidiano e controllo: il suo sguardo non è retorico, ma chirurgico. In Listen (2011) mette al centro le cantanti iraniane a cui è vietato esibirsi da soliste in pubblico o pubblicare album. Le fotografa mentre “cantano” davanti a un pubblico immaginario, in uno studio privato di Teheran: la scena è silenziosa, ma l’assenza di suono diventa denuncia. Accanto ai ritratti compaiono copertine di CD vuote, come se anche l’oggetto che dovrebbe contenere la voce fosse stato svuotato dalla censura. Tavakolian fa parlare proprio ciò che viene negato: non l’eroismo, ma la sottrazione, la distanza tra ciò che si è e ciò che è permesso essere.

MANA NEYESTANI: QUANDO UNA VIGNETTA COSTA LA LIBERTÀ

Il cartoonist e graphic journalist Mana Neyestani, nato a Teheran nel 1973, è stato incarcerato nel 2006 per un disegno contro il regime ed è oggi in esilio a Parigi. Le sue vignette e i graphic essay smontano propaganda e burocrazia, mostrando come l’autorità produca paura attraverso il linguaggio: formule, slogan, accuse, “reati” che nascono per decreto e diventano strumenti di disciplinamento. In un sistema che pretende obbedienza totale, anche il riso può essere un gesto di insubordinazione e una forma di amara consapevolezza.

Nicky Nodjoumi, Internal Inspection, 2014

NIKZAD (NICKY) NODJOUMI: IL POTERE DIPINTO COME CORRUZIONE

Il pittore Nikzad Nodjoumi, noto come Nicky Nodjoumi, nasce a Kermanshah e vive oggi a Brooklyn, New York. La sua pittura è stratificata e teatrale: figure deformate, corpi in bilico, leader senza volto, come maschere in una commedia nera in cui il potere appare macchina di violenza e corruzione. Da oltre quarant’anni esplora la relazione tra dominio e brutalità, e la sua biografia – attraversata dalla rivoluzione del 1979, dalla rottura con il regime e dall’esilio negli Stati Uniti – entra direttamente nella materia visiva. I suoi quadri si fanno palco: non per spettacolarizzare la politica, ma per svelarne l’anatomia, tra propaganda, corpi sacrificabili e gerarchie impunite.

ATENA FARGHADANI: DISEGNARE CONTRO LA LEGGE CHE OPPRIME

L’illustratrice e caricaturista Atena Farghadani (1987) è uno dei casi più espliciti di arte come disobbedienza. Arrestata e imprigionata per disegni satirici contro istituzioni e leggi oppressive, è diventata un simbolo internazionale di come il regime trasformi un’immagine in reato. Tra i lavori più noti c’è la caricatura che ritrae alcuni politici come animali per criticare norme restrittive sui diritti delle donne e della salute riproduttiva: è proprio quel disegno che le è costato una condanna a dodici anni di carcere, confermando quanto il regime tema il potere dell’immagine quando diventa critica pubblica. La sua vicenda è tornata d’attualità anche di recente: nel dicembre 2024 è stata rilasciata dal carcere di Evin dopo una riduzione della pena, ma il suo caso resta un termometro della repressione contro chi usa l’arte per parlare di diritti.

Newsha Tavakolian, Listen, Teheran, Iran, 2011, CC-Magnum Photos

OLTRE LA DENUNCIA: I VALORI CHE RESISTONO

Queste cinque traiettorie mostrano che l’arte iraniana contemporanea non è semplicemente un commento a margine della cronaca, ma un campo vivo in cui estetica e responsabilità coincidono. Forouhar scardina l’ornamento, Tavakolian fa parlare il silenzio, Neyestani usa l’ironia come strumento democratico, Nodjoumi dipinge il potere come teatro corrotto, Farghadani trasforma il disegno in gesto di resistenza. In comune hanno una scelta: non concedere al regime l’ultima parola. Tutti e cinque – intenzionalmente o meno – sono diventati ambasciatori nel mondo dei veri valori della cultura persiana: memoria, dignità, libertà, complessità, coraggio civile.

In copertina: Parastou Forouhar, “Friday,” (detail), fotografia, 2003. Courtesy of Macalester College Law Warschaw Gallery

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Alessandro Mancini
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