L’ambigua attrazione delle creature di Carla Grunauer

Nella sua seconda personale alla Galleria Gilda Lavia di Roma, l’artista argentina espone fragili corporeità e inquietudini contemporanee. Per visitarla c’è tempo fino al prossimo 26 febbraio.

Assomiglia a uno strano obitorio lo spazio che accoglie il visitatore in via dei Reti, nel quartiere San Lorenzo di Roma. Quello di Carla Grunauer è un linguaggio fatto di istinto animale, sensazioni ancestrali. Muovendosi tra pittura e scultura, l’artista parla di corpi: brutti, strani, sproporzionati, mutilati e massacrati. Eppure, sono i nostri. La loro è una disarmonia che proviene dalle storture contemporanee, dai nostri malumori, dalle nostre dissonanze. Una bruttezza che non repelle ma che anzi invita ad avvicinarsi: come fa un medico di fronte a un cadavere.

El metal que sueña, Carla Grunauer, Galleria Gilda Lavia di Roma 2026, Installation view, ph. Giorgio Benni

LA MORTE GENTILE CHE POSSIEDE NOI E LE SCULTURE

La prima scultura riposa infatti così, distesa su un piano bianco, illuminata da una luce che si insinua spietata nelle ferite. È un corpo piccolo, embrionale, sanguinante, senza gambe e senza volto. Tuttavia la morte che evidentemente lo possiede non è grottesca, macabra, e neanche spaventosa: è serena, leggera, accarezza le membra invece che colpirle. Arriva tutt’a un tratto la realizzazione che quel corpo così malfatto, incredibilmente, è anche attraente. Forse lo è perché familiare, perché ci ricorda il nostro stato embrionale, il nostro momento di massima fragilità, ora restituito con grazia.

Isolata, in una saletta quasi nascosta, sta una seconda scultura: la creatura questa volta non sta morendo, la sua postura comunica sicurezza, dignità, eleganza. Eppure è frantumata, le sue carni non ci sono più, restano solo le ossa, così belle ed eleganti da sembrare corallo, conchiglia, qualcosa che ha a che fare con il mare. La cassa toracica, i buchi vuoti senza polmoni, le costole sporgenti: sospesi tra disgusto e piacere, a metà tra una strana fascinazione e l’impulso di distogliere lo sguardo, ci sembra di riconoscere in questa materia, così viva eppure così morta, le nostre lacerazioni interiori.

El metal que sueña, Carla Grunauer, Galleria Gilda Lavia di Roma 2026, Installation view, ph. Giorgio Benni

LO SCHELETRO: “AFFASCINANTE STRUTTURA INTERNA DELLE COSE”

Così Benedetta Casini descrive la natura ambigua delle creature di Grunauer: “C’è qualcosa che non quadra nel modo in cui si piegano su sé stesse, nella lunghezza sproporzionata delle gambe rispetto al resto del corpo, nei colli stirati a tal punto che, se dipendessero dal sostegno di una colonna vertebrale umana, finirebbero presto per spezzarsi”.

L’atto di scavare nella pelle, fino a toccare le ossa, tradisce così “la paradossale fascinazione dell’artista per lo scheletro, la struttura interna delle cose”.

Insieme alle maschere dipinte su tela – una sorta di macabro e goffo teatro – il corpus di Grunauer è composto dagli stessi soggetti che affollano i sogni, gli incubi e le visioni: una lettura spietata di ciò che significa essere al mondo.

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Marianna Reggiani
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