Nella sua seconda personale alla Galleria Gilda Lavia di Roma, l’artista argentina espone fragili corporeità e inquietudini contemporanee. Per visitarla c’è tempo fino al prossimo 26 febbraio.
Assomiglia a uno strano obitorio lo spazio che accoglie il visitatore in via dei Reti, nel quartiere San Lorenzo di Roma. Quello di Carla Grunauer è un linguaggio fatto di istinto animale, sensazioni ancestrali. Muovendosi tra pittura e scultura, l’artista parla di corpi: brutti, strani, sproporzionati, mutilati e massacrati. Eppure, sono i nostri. La loro è una disarmonia che proviene dalle storture contemporanee, dai nostri malumori, dalle nostre dissonanze. Una bruttezza che non repelle ma che anzi invita ad avvicinarsi: come fa un medico di fronte a un cadavere.
LA MORTE GENTILE CHE POSSIEDE NOI E LE SCULTURE
La prima scultura riposa infatti così, distesa su un piano bianco, illuminata da una luce che si insinua spietata nelle ferite. È un corpo piccolo, embrionale, sanguinante, senza gambe e senza volto. Tuttavia la morte che evidentemente lo possiede non è grottesca, macabra, e neanche spaventosa: è serena, leggera, accarezza le membra invece che colpirle. Arriva tutt’a un tratto la realizzazione che quel corpo così malfatto, incredibilmente, è anche attraente. Forse lo è perché familiare, perché ci ricorda il nostro stato embrionale, il nostro momento di massima fragilità, ora restituito con grazia.
Isolata, in una saletta quasi nascosta, sta una seconda scultura: la creatura questa volta non sta morendo, la sua postura comunica sicurezza, dignità, eleganza. Eppure è frantumata, le sue carni non ci sono più, restano solo le ossa, così belle ed eleganti da sembrare corallo, conchiglia, qualcosa che ha a che fare con il mare. La cassa toracica, i buchi vuoti senza polmoni, le costole sporgenti: sospesi tra disgusto e piacere, a metà tra una strana fascinazione e l’impulso di distogliere lo sguardo, ci sembra di riconoscere in questa materia, così viva eppure così morta, le nostre lacerazioni interiori.
LO SCHELETRO: “AFFASCINANTE STRUTTURA INTERNA DELLE COSE”
Così Benedetta Casini descrive la natura ambigua delle creature di Grunauer: “C’è qualcosa che non quadra nel modo in cui si piegano su sé stesse, nella lunghezza sproporzionata delle gambe rispetto al resto del corpo, nei colli stirati a tal punto che, se dipendessero dal sostegno di una colonna vertebrale umana, finirebbero presto per spezzarsi”.
L’atto di scavare nella pelle, fino a toccare le ossa, tradisce così “la paradossale fascinazione dell’artista per lo scheletro, la struttura interna delle cose”.
Insieme alle maschere dipinte su tela – una sorta di macabro e goffo teatro – il corpus di Grunauer è composto dagli stessi soggetti che affollano i sogni, gli incubi e le visioni: una lettura spietata di ciò che significa essere al mondo.
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