Cosa conta oggi per un giovane curatore? Risponde Niccolò Giacomazzi

Abbiamo intervistato Niccolò Giacomazzi, promettente curatore della nuova generazione. Tra sottrazione curatoriale, sperimentazione e opacità produttiva, il dialogo attraversa il suo metodo di lavoro e il ruolo dello spettatore.

Niccolò Giacomazzi è un curatore della nuova generazione. Ha uno sguardo attento, modi gentili e una naturale eleganza che non è solo estetica ma anche professionale. Sa fare il curatore, e lo fa con una consapevolezza che spesso manca altrove.

Le sue mostre sono un invito alla sperimentazione e alla messa in discussione, spingono gli artisti a uscire dalla propria comfort zone senza forzature, ma con intelligenza e ascolto. A mio avviso è uno di quei nomi che, tra qualche anno, ritroveremo con naturalezza sui palcoscenici che contano dell’arte contemporanea.

Jacopo Zambello, Sprofonda ovunque, Dieci&zerouno, ph di Filippo Molena
Da quale necessità reale nasce un progetto curatoriale per te?

Il punto di partenza sono sempre le artiste e gli artisti con cui lavoro e penso. La necessità nasce innanzitutto dal desiderio di un confronto reale, che non sia solamente funzionale alla realizzazione di una mostra, ma possa mettere anche in discussione il mio ruolo. Per questo credo che la figura curatoriale che distribuisce i compiti e detta i ruoli debba lasciare spazio a un accompagnamento meno spettacolare. L’operato dell’artista deve rimanere al centro come soggetto principale.
Con questo non parlo dell’idea di curatore “fantasma”. Il potere non svanisce, si negozia.
Agire per sottrazione vuol dire far parte di questo negoziato: a volte bisogna rimanere dietro le quinte, accettare di non avere il controllo totale del progetto e mettere in conto che alcune decisioni vengano messe in discussione.
Questo non vuol dire rinunciare ad esporsi, perché rimane l’incidenza sul contesto e sulla cornice, ma la funzione autoriale del curatore non può occupare il centro del palcoscenico. Spesso questo ha assunto una rilevanza sproporzionata rispetto ai processi che accompagna.

Che tipo di sguardo chiedi allo spettatore davanti alle opere?

Non nascondo il fatto che diversi progetti che ho portato avanti, che ho difeso e sostenuto fino in fondo, ripensandoci a distanza di tempo presentano ancora delle zone di opacità. Non si tratta di confusione, ma di non raggiungere una comprensione istantanea. Ecco, quello che desidererei negli occhi degli spettatori è di non soddisfare immediatamente il bisogno di comprendere e capire tutto, di sospendere questa urgenza e di lasciarsi turbare nel tempo e, magari, un giorno trovare delle risposte anche fuori dallo spazio.

In che modo il tuo ruolo di curatore incide sulle scelte dei o di un artista?

Tento sempre di spingere un artista ad andare oltre ciò che già conosce del proprio lavoro. Mi piace l’azzardo, rischiare il tutto per il tutto. All in! A volte questo comporta un buco nell’acqua, ne sono consapevole, e può capitare di fare due o tre passi indietro. Si rischia di generare degli attriti e che fuoriescano domande scomode. Ma il rapporto curatore-artista non si può ridurre a un galateo relazionale o a una retorica della collaborazione, in cui bisogna mantenere buoni rapporti con tutti. Questo potrebbe generare una relazione che non riesce a dar vita a nuove narrazioni e produrre forme. Cerco un modello che sposti l’attenzione verso una curatela che si fa garante di un processo, invece che fare l’organizzatore di un progetto. Procedere con un ritmo più consapevole. Poi, spesso, si fa pace.

Antonio Della Guardia, Nei calanchi della visione (2025), Supernova, ph Eleonora Cerri Pecorella
Qual è il rischio principale che ti assumi con una mostra?

Lavorare a un progetto, che sia una mostra o un appuntamento più effimero, comporta delle responsabilità condivise che non possono essere attribuite a una singola figura. La riuscita o il fallimento di un progetto sono da spartire senza gerarchie rigide.

Da questa premessa, ritengo che i rischi principali che mi assumo siano due. Il primo è lavorare con artisti giovani o con pratiche ancora in fase di definizione, in cui io sento un potenziale non ancora espresso, proponendo loro progetti più complessi rispetto a quelli affrontati in precedenza. Questo comporta che la credibilità di chi cura venga messa in discussione. Il secondo è sperimentare con testi critici diversi da quelli tradizionali, che possono causare una lettura ambigua o insufficiente. Tento di restituire un’atmosfera o uno stato emotivo più che una descrizione o una spiegazione.

Cosa dovrebbe restare allo spettatore una volta uscito dallo spazio espositivo?

Come dicevo prima, se una mostra viene concepita come un dispositivo esperienziale, questa non può essere immediatamente risolta o esaurita in una visita unica. Non sostengo un’arte iper-concettuale autoreferenziale, che spesso rischia di gratificare un certo narcisismo intellettuale, però non si può nemmeno uscire da uno spazio e pensare “ah sì, ho capito tutto!”. Ci sono mostre che sono tornato a vedere più volte, per farmi nuove domande. Mi piacerebbe che uno spettatore sentisse il desiderio di tornare in uno spazio per interrogarsi ulteriormente. Quando chiedo alle persone che vengono alle mostre di individuare almeno una criticità in ciò che hanno visto, non lo faccio per trovare per forza un difetto, ma con la speranza di stimolare un pensiero critico e allenare lo sguardo nel rintracciare aspetti fuori dall’ordinario.

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Francesco Liggieri
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