No Other Choice di Park Chan-wook – Parte I

No Other Choice di Park Chan-wook racconta il collasso che segue la perdita del lavoro, intrecciando precarietà, desiderio di stabilità e disperazione nel capitalismo contemporaneo. Christian Nirvana Damato ne propone un’analisi in due parti, leggendo il film come una riflessione sul confine fragile tra sopravvivenza, etica e violenza sistemica.

Quando una persona non trova lavoro, in una totale condizione di povertà corre il rischio di vedersi come unica scelta di sopravvivenza quella di accettare lavori precari, sfruttamento e umiliazione, oppure delinquere. Quando una persona perde il lavoro dopo tanto tempo, e la sua vita riversa in una condizione dove il futuro è incerto e il passato non detiene alcun risparmio, proprietà o eredità, il rischio è finire sul lastrico e perdere tutto. Se nell’arco di dieci, quindici o venti anni di fatica ci si costruisce e ci si abitua a un tenore di vita che si ritiene essere stabile, tornare indietro viene percepito come un fallimento catastrofico.

NO OTHER CHOICE DI PARK CHAN-WOOK

Questo fallimento è proprio quello che si manifesta nel film No Other Choice (Park Chan-wook, 2026). Mi-sun (Lee Byung-hun), il protagonista, viene licenziato dall’azienda in cui lavora da 25 anni a causa di una spietata acquisizione che porta al taglio del 20% dei dipendenti. Da questo momento in poi, Mi-sun si ritrova in un vortice di lavori precari e insoddisfacenti, senza alcuna possibilità di risalita. Sua moglie nel frattempo trova un lavoro part-time, ma nonostante questo risulta impossibile portare avanti il tenore di vita costruito nel tempo: una bella casa con una serra, un figlio e una figlia, due cani e un giardino. La casa deve essere venduta, i cani devono stare con i nonni per risparmiare, attività sportive e abbonamenti Netflix devono essere sospesi. Di fronte al dispiacere dei figli, Mi-sun non ci sta, e non appena trova la candidatura perfetta per le sue qualifiche, l’unica possibile, si rende conto che “non c’è altra scelta” che sbarazzarsi letteralmente della concorrenza. Pur mantenendo i tratti della commedia nera, e pur essendoci un chiaro riferimento di critica verso la competizione tossica e l’iperlavoro nel contesto sudcoreano, proviamo ad allargare il campo dei significati.

No Other Choice di Park Chan-wook – Parte I

INSTABILITÀ E COLLASSO DEL QUOTIDIANO

Perdere il lavoro per cui si è sacrificato il tempo di una vita equivale al collasso della quotidianità, delle abitudini e della stabilità. Questo collasso in una realtà alternativa che non si credeva possibile – fino a quando andava tutto bene – è ciò che contraddistingue la contemporaneità di questo XXI secolo: pandemie, forti instabilità geopolitiche, minacce nucleari, guerre, povertà, crisi climatiche e precarietà lavorativa. Trovarsi in una condizione completamente nuova, in cui tutto ciò che si dava per scontato evapora e l’entropia cresce, crea una condizione di stress perenne nell’individuo, uno stato di allerta costante. Questo survival-mode-on porta spesso a scoprire nuovi aspetti di sé stessi, tanto positivi quanto potenzialmente negativi. In una condizione di disperazione tutto diventa possibile, le regole che prima sembravano funzionare non valgono più, nel momento in cui queste ci hanno tradito, rovinandoci.

L’apparato capitalista, finché ha permesso una vita di sacrifici e benessere per lui e la sua famiglia, tutto sommato veniva di buon grado accettata. Dopodiché, una volta sputato fuori dalla società, Mi-sun si ricorda come, a sua detta, ha lavorato come uno schiavo per 25 anni. In questo caso non abbiamo però un soggetto emarginato che si ribella come il Joker di Phoenix, ma un uomo che – immedesimato nel ruolo socio-simbolico di padre – vuole (sente di dovere) a tutti i costi rientrare nel circuito che l’ha sputato fuori – perché a differenza del comico di Gotham si era guadagnato una famiglia e dei privilegi di cui non intende privarsi. Il “non ho nulla da perdere” si trasforma in “ho tutto da perdere, quindi agisco rischiando tutto”. Il punto comune è la disperazione, ma nel secondo caso questa ricalca un classico bisogno umano che la società porta al suo eccesso e alla sua deriva più tossica: la ricerca di stabilità.

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Christian Nirvana Damato
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