Mentre le logiche di mercato e le nuove tecnologie si fanno sempre più invadenti, nel mondo dell’audiovisivo c’è ancora chi sceglie una via creativa controcorrente: verso la scoperta dell’intelligenza artigianale. È questo il caso di Virgilio Villoresi e del suo esordio, Orfeo. Un film interamente analogico che porta a riflettere anche sul senso dell’immagine oggi.
Entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo, l’estetica AI oramai la si ritrova ovunque: nei meme e nei deep fake via social, certo, ma anche nei contenuti giornalistici, sui manifesti, nelle pubblicità, nelle app, nei video per adulti, e chi più ne ha più ne metta.
La normalizzazione di questo fenomeno contribuisce alla creazione di un precedente nella storia dell’uomo segnando lo sviluppo di un’epoca nella quale vi è un importante cambio di registro visivo. Si tratta di un vocabolario nuovo al quale occhio e cervello si sono già ormai abituati, un universo iperrealistico fatto di immagini generate digitalmente che attingono da archivi sterminati di contenuti pregressi.
LA POSTPRODUZIONE COME STILE DI VITA
Quello che nei primi anni Duemila Nicolas Bourriaud definiva “postproduction” (cioè la tendenza da parte di alcuni artisti contemporanei di creare opere sulla base di lavori preesistenti) adesso è una pratica collettiva che non riguarda solo il campo delle arti visive ma che tocca, in altri modi, molteplici settori; fra questi, ovviamente, il cinema e l’intrattenimento on-demand. Proprio come delle macchine, nutrite durante le fasi di machine learning con materiale già noto, anche noi veniamo quotidianamente alimentati da prodotti audiovisivi concepiti per riprendere narrazioni e atmosfere così popolari da essere diventate più che familiari.
Si pensi all’interminabilità di alcune serie televisive, o all’enorme quantità di prequel, sequel, reboot, e remake cinematografici in circolazione. Ciò a cui si sta assistendo è l’avvento di una deriva capitalistica che gioca sulle fragilità dell’uomo odierno, su bisogni come il cavalcare l’hype del momento per la paura di essere tagliati fuori (la cosiddetta “Fear Of Missing Out”), nonché il desiderio costante di sentirsi rassicurati. Quest’ultima è ovviamente una rassicurazione illusoria che si manifesta sia attraverso il collezionismo di oggetti vari – giochi di carte, action figure, e merchandise di ogni tipo – sia con la fruizione di storie che possono anche durare decenni (un esempio recente, Stranger Things). Perché questo fanno i prodotti in serie, danno sicurezza, promettono continuità. In poche parole, ci allontanano dal pensiero della morte.
IL PARADOSSO DI ORFEO
In questo contesto così particolare si sta facendo strada un autore (già attivo da tempo in ambito pubblicitario) la cui pratica ha del paradossale. Stiamo parlando di Virgilio Villoresi, regista toscano classe 1979 che ha di recente debuttato sul grande schermo con Orfeo: un’opera prima che si adegua alle dinamiche narrative di cui sopra con l’intenzione però di far riscoprire la bellezza dell’unicità delle immagini. La pellicola di Villoresi infatti si ispira esplicitamente al primo graphic novel della storia italiana, cioè Poema a fumetti (1969) di Dino Buzzati – che rivisita a sua volta il mito greco di Orfeo ed Euridice –, includendo al contempo tutta un’altra serie di citazioni stilistiche che affondano le radici nella storia del cinema nonché nel proprio bagaglio visivo. Un affascinante calderone immaginifico che parte dalle sperimentazioni di Georges Mélliès e Jean Cocteau per raggiungere le atmosfere di David Lynch, passando per i maestri dell’animazione dell’Est (Jan Švankmajer, Piotr Kamler, Jan Lenica, Zbigniew Rybczyński) e per alcuni grandi nomi nostrani (Federico Fellini, Dario Argento, Mario Bava). Girata in 16mm nel 2025, e realizzata nell’arco di due anni e mezzo (cioè in totale controtendenza rispetto agli attuali tempi di lavorazione), l’opera si avvale esclusivamente di tecniche e tecnologie analogiche che pongono l’attenzione su qualcosa che abbiamo smesso di valorizzare, ovvero lo stupore dei manufatti artigianali. Nonostante l’estrema forza visiva che lo caratterizza, Orfeo tende però a perdersi a causa di una presenza a tratti ingombrante del regista – nonché produttore, doppiatore, e montatore – che rischia di ridurre il tutto a un gran bell’esercizio di stile. Una carrellata di virtuosismi mirabolanti che, tra una tecnica all’altra, tende gradualmente a mettere in secondo piano sia la sensibilità di Buzzati sia la trama stessa del film.
LARGO ALL’AVANGUARDIA
Perplessità a parte, l’estro di Villoresi si affaccia nel panorama cinematografico nazionale e non, come una mosca bianca intenta a lasciare un importante contributo alla cultura visiva che probabilmente verrà meglio interiorizzato in futuro.
Merito della sua genuina atipicità, con questo lungometraggio si delinea così un parallelismo dissonante fra i metodi della sua realizzazione manuale e i processi di restituzione delle immagini fatte con le AI: una sorta di machine learning analogico che, perché no, potrebbe prima o poi dare il via a un nuovo movimento avanguardistico. Lunga vita all’intelligenza artigianale.
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