Il Tacheles di Berlino è stato per oltre vent’anni un organismo artistico instabile e vitale: un edificio ferito che ha ospitato pratiche radicali, visioni collettive e conflitti, anticipando le contraddizioni della rigenerazione urbana contemporanea. Ecco la sua storia.
Nel cuore di Berlino, per oltre vent’anni, un edificio ferito ha continuato a vivere. Il Tacheles non era un museo, ma un organismo instabile, contraddittorio, vibrante. Un palazzo liberty sventrato dalla guerra, abbandonato dalla DDR, poi riscoperto e ri-significato da una generazione di artisti che vi trovarono rifugio lavorando la materia e sviluppando una visione. Più vivo di molti musei, più necessario di molte politiche culturali.
Fu occupato nel 1990, a pochi mesi dalla caduta del Muro, da artisti, attivisti, migranti culturali. Diventò subito un laboratorio internazionale di creazione e resistenza. Non solo un luogo dove fare arte, ma un luogo che era esso stesso opera. Un corpo attraversato da forze, utopie e contraddizioni. Al suo interno si alternavano studi, mostre, performance, convivenze radicali. E attorno, Berlino cambiava. La città che negli anni Novanta si offriva come rovina fertile, diventava lentamente oggetto di desiderio per fondi d’investimento e agenzie di “valorizzazione urbana”.
OCCUPARE PER ESISTERE: IL TACHELES COME OPERA COLLETTIVA
Nel primo decennio del nostro secolo al Tacheles non c’era, sì, un direttore, ma affiancato da una costellazione di figure che ne garantivano l’esistenza. Martin Reiter, artista austriaco, fu tra le presenze più carismatiche e politicamente lucide della kunsthaus, portavoce ruvido, costruttore di robot, capace di tenere insieme visione artistica e strategia. Unico membro del nucleo fondatore. Accanto a lui Linda Cerna, addetta all’organizzazione della struttura e alle public relation con stampa, media, politici e amministratori, contribuì a strutturare l’ossatura organizzativa del collettivo. E Barbara Fragogna, artista e curatrice italiana, fu negli ultimi anni del Tacheles una delle anime più vitali della programmazione espositiva, capace di costruire spazi di confronto internazionale in un contesto fragile e straordinario. Fu lei ad aprirci le porte di quell’edificio vivo e scomposto, e a segnare un punto di svolta nella nostra identità, unendo per la prima volta i nostri nomi con un segno grafico, quel “+” che da allora ci definisce come duo, Penzo+Fiore. Eravamo appena arrivati a Berlino da Venezia, con una mostra personale da realizzare in uno spazio che ci sembrava l’esatto contraltare di ciò che l’arte stava diventando altrove, non bianco, non neutro, non funzionale. Il Tacheles era vivo. E si vedeva.
ENERGIA COMUNE, LOTTA CONDIVISA, SGOMBERO ANNUNCIATO
Nel periodo in cui lo attraversammo, lo spazio era popolato da artisti come Petrov Ahner, autore del lavoro I Support Tacheles, una dichiarazione semplice e necessaria che circolava tra le mani e sui muri, come un manifesto collettivo e una supplica. Lui è l’autore anche delle foto che completano questo articolo, foto intime nel documentare una lotta per la sopravvivenza condotta, tra il 2010 e il 2012, da artisti diventati amici e compagni di vita, per quel frammento di tempo. Con lui anche Miriam Wuttke, Alain Ledezma, e tanti altri che partecipavano a un’energia comune, fatta di tensione, precarietà e urgenza.
Ma quella stessa energia cominciava già a incrinarsi. Le pressioni immobiliari si intensificavano, la proprietà cambiava, e l’edificio veniva lentamente svuotato, delegittimato, messo a norma per essere dismesso. Lo sgombero definitivo arrivò il 4 settembre 2012. Da allora, ciò che resta è un progetto edilizio di lusso, un sito commemorativo, e una parola “Tacheles” come brand, anche se esiste un archivio che viene gestito da Martin e Linda, accompagnato da diverse azioni che vogliono tutelare i diritti degli artisti che hanno fatto parte di quella porzione di città così significativa.
DAL LUOGO AL BRAND: LA NORMALIZZAZIONE DEL CONFLITTO
Quella del Tacheles però non è una storia unica, è una matrice. Oggi quel modello si replica ovunque, ogni volta che un edificio in disuso viene affidato agli artisti per “attivarlo”; ogni volta che un borgo si apre alla cultura come ultimo tentativo di sopravvivere; ogni volta che si parla di “rigenerazione” e “arte pubblica” senza mettere in discussione chi possiede il suolo, chi decide le trasformazioni, chi ne raccoglie i frutti.
L’arte arriva sempre prima della ruspa. Viene chiamata a portare luce, colore, narrazione e poi, quando il valore si è alzato abbastanza, viene rimossa. O peggio, viene lasciata lì, depotenziata, convertita in estetica da vetrina. L’artista diventa testimonial, mascotte del cambiamento. La comunità, se c’era, viene silenziata. I luoghi, ancora una volta, vengono riscritti da chi ha i mezzi per farlo.
ESTETICHE PROGRESSISTE PER PROGETTI REGRESSIVI
Il Tacheles non c’è più, ma continua a parlarci. Non come simbolo nostalgico di un tempo più radicale, ma come cartina di tornasole per le nostre attuali illusioni. La sua parabola si iscrive pienamente nel destino post-socialista di Berlino: una città che ha trasformato le rovine del Novecento in capitale creativa, convertendo i vuoti della storia in capitale simbolico. Ma a che prezzo?
L’Est d’Europa ha vissuto, più di ogni altro territorio, la doppia violenza della rimozione e del maquillage. L’arte, inizialmente strumento di risignificazione, è diventata decorazione della nuova ideologia dominante, quella del mercato. E oggi, negli spazi ex-industriali di Bucarest, nei centri storici svuotati dell’Albania, nei quartieri “rigenerati” di Cracovia, come nei borghi del nostro Sud, la stessa dinamica si ripete, un’estetica progressista che serve progetti regressivi.
L’arte, per restare viva, deve allora rifiutare il ruolo di decorazione post-ideologica. Deve tornare a essere linguaggio di conflitto, forma di negoziazione reale, organismo vivo capace di affermare altri valori, altri tempi, altre proprietà. Rivendicare uno spazio è necessario, soprattutto è necessario rivendicare il desiderio di edificare, costruire, creare al di fuori delle logiche ristrette e asfissianti di un pensiero unico esclusivamente rivolto al mercato. Questo al Techeles si respirava, mentre si meditava sotto quel “How long in now?” che faceva da refrain alla Berlino di quegli anni.
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