E se la lentezza fosse una scelta espositiva? Lo abbiamo chiesto ai curatori di We Art Open 2026

Il concorso internazionale per artisti We Art Open di No Title Gallery taglia il traguardo della sua nona edizione. Per l’occasione, abbiamo intervistato Vincenzo Alessandria e Angela Bertolo, curatori della mostra finale ospitata negli spazi di SPUMA – Space for the Arts alla Giudecca.

Alla sua nona edizione, We Art Open si presenta come un progetto che ha scelto di misurarsi con durate e sedimentazioni piuttosto che con l’urgenza dell’evento. Lontano dalla logica del format e dalla ricerca di una riconoscibilità immediata, il concorso si configura come un archivio vivo di pratiche, relazioni e possibilità ancora aperte, in cui la dimensione curatoriale non interviene per chiudere i significati ma per mantenerli in una condizione di instabilità produttiva.

La mostra finale del 2026, ospitata negli spazi di SPUMA – Space for the Arts sull’isola della Giudecca, non propone una narrazione unitaria né un tema dichiarato, ma mette in relazione quindici ricerche che operano per scarto, resistenza e trasformazione. In questo contesto, la curatela di Vincenzo Alessandria e Angela Bertolo si muove come un gesto di ascolto verso le opere, verso lo spazio e verso il tempo necessario affinché le pratiche possano emergere senza essere normalizzate.

L’intervista che segue attraversa alcuni nodi centrali del progetto – il rapporto con la storia di We Art Open, la costruzione di una mostra come insieme non gerarchico di ricerche che restano indipendenti pur condividendo lo spazio, la lentezza come postura curatoriale, il ruolo del luogo e della memoria – restituendo una visione della curatela intesa non come esercizio di sintesi, ma come dispositivo capace di generare conseguenze nel tempo. Ne emerge un’idea di mostra come spazio sospeso, in cui l’esperienza non si esaurisce nella visita e l’identità non si dà mai come forma definitiva, ma come processo in perpetuo mutamento.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
We Art Open si costruisce nel tempo, edizione dopo edizione. Quanto conta per voi confrontarvi con la storia del progetto e quanto invece è importante liberarsi dalle aspettative per immaginare la mostra di oggi?

VA: We Art Open è un progetto che cresce per stratificazioni e questo per noi è un valore. Confrontarsi con la sua storia significa riconoscere un percorso fatto di scelte, relazioni e passaggi che hanno lasciato tracce importanti. Non partiamo mai da zero e non vogliamo farlo. Allo stesso tempo, sentiamo la necessità di non trasformare questa continuità in un’aspettativa da rispettare. Ogni edizione deve potersi muovere liberamente, cambiare ritmo, mettere in discussione ciò che è stato fatto prima. Liberarsi dalle aspettative – anche da quelle positive – è fondamentale per restare in ascolto del presente. Il lavoro curatoriale sta proprio in questa tensione: usare la memoria del progetto come base, non come modello. È in questo equilibrio tra continuità e apertura che la mostra di oggi trova il suo senso. 

AB: Credo che prendere le distanze da qualsiasi pre-concetto e aspettativa sia un po’ il fulcro che porta avanti il progetto We Art Open. La mostra non è l’esito di un tema specifico o di una qualche continuità portata avanti negli anni. L’esposizione si configura come un territorio fertile che aspetta solo di essere coltivato di nuove idee, nuovi punti di vista e soprattutto di arte autentica. Tutto questo è possibile grazie all’apertura ideologica del bando il quale non si pone limiti, anzi, si apre a differenti medium artistici. Essendo la nona edizione ha rappresentato e rappresenta tutt’oggi una costanza negli anni, ma questo non porta necessariamente ad una successione vincolata. Il confronto tra le varie edizioni si configura solo come un grande archivio che di anno in anno cresce e restituisce al panorama artistico una narrazione viva e in continua trasformazione, capace di raccontare non tanto dove si sta andando, ma quante direzioni diverse l’arte può ancora prendere quando le si lascia davvero spazio.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
La selezione dei finalisti restituisce un insieme di pratiche molto diverse tra loro che sembrano convivere senza cercare una sintesi forzata. Avete pensato alla mostra come a un campo di coesistenze da attraversare o come una costellazione di posizioni autonome?

VA: Fin dall’inizio ci siamo accorti che le pratiche selezionate erano molto diverse tra loro e non abbiamo sentito il bisogno di forzarle in una sintesi. Anzi, ci sembrava importante mantenere visibile questa diversità senza cercare a tutti i costi un linguaggio comune. Piuttosto che seguire una struttura rigida, abbiamo immaginato la mostra come uno spazio da esplorare, dove le opere possono coesistere anche senza dover spiegarsi l’una con l’altra. L’idea di costellazione ci affascina proprio per questo: suggerisce relazioni possibili, avvicinamenti, risonanze, ma anche distanze. Ogni posizione rimane autonoma, ma al contempo dialoga con le altre. Per noi era fondamentale che la mostra non imponesse allo spettatore di seguire un percorso unico o una lettura prestabilita, ma che lasciasse spazio a un’esperienza più libera, in cui ognuno potesse costruire il proprio modo di attraversare.

AB: Vincenzo Alessandria, il primo giorno di allestimento, ha usato proprio la parola costellazione. Un termine perfetto, perché restituisce la visione comune che ci ha portato a creare la disposizione attuale. Quando si curano mostre nelle quali non è presente un tema comune, l’allestimento si rivela una vera sfida. La coesistenza è necessaria per permettere una giusta comunicazione tra le opere, le quali vengono sì intese come posizioni autonome, ma trovandosi in uno spazio comune è d’obbligo considerare quali accostare vicino, di fronte e con quale distanza. In questo senso, ogni scelta diventa un gesto di equilibrio: non per forzare un dialogo, ma per farlo emergere con naturalezza, rispettando l’identità di ciascun lavoro. Ed è proprio qui che la parola costellazione torna a essere centrale: opere diverse, autonome, ma capaci di costruire insieme una visione comune, fatta di relazioni e nuove possibilità di lettura.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
Curare insieme implica sempre un dialogo tra sguardi, sensibilità e metodi. Come si è sviluppato il vostro confronto e in quali momenti le differenze sono diventate produttive per il progetto?

VA: Collaborare insieme, in questo caso, ha significato soprattutto confrontarsi prima e dopo, permettendo alle idee di prendere direzioni diverse. Con Angela Bertolo il dialogo è stato continuo: abbiamo creato un’idea iniziale comune, condividendo fin da subito un approccio e una sensibilità verso il progetto. Conoscevamo già lo spazio e questo ha avuto un grande impatto sul nostro confronto. Sapere dove sarebbero state collocate le opere ci ha permesso di pensare non solo in termini teorici, ma in modo molto pratico. Da qui è scaturita la decisione, condivisa, di un allestimento che lasciasse respiro tra i lavori, evitando sovrapposizioni eccessive e consentendo a ciascuna pratica di mantenere la propria autonomia. Le differenze sono emerse soprattutto quando l’idea iniziale è stata messa alla prova dall’insieme delle opere. È stato proprio in quel momento che il confronto è diventato produttivo: nel rivedere, aggiustare e, a volte, fare un passo indietro. Piuttosto che cercare una sintesi forzata, abbiamo lavorato per mantenere aperto il dialogo, lasciando che lo spazio e le opere stesse guidassero le scelte finali.

AB: Devo dire che non ho riscontrato grosse differenze di pensiero con cui abbiamo dovuto confrontarci, e questo anche perché io personalmente mi considero ancora una curatrice junior. Ho avuto il piacere di partecipare a progetti fantastici insieme a No Title Gallery che mi hanno permesso di capire quanto l’esperienza, in questo lavoro, sia un fattore necessario e determinante. Vincenzo, oltre che una persona fantastica, è un professionista del settore da ammirare e da cui prendere ispirazione. Per me questo momento è stato di fondamentale importanza per la mia crescita professionale: Vincenzo è stato un mentore senza volerlo. Mi ha dato modo non solo di apprendere di più, ma anche di potermi esprimere e mettere in pratica le mie visioni e le mie idee all’interno di un confronto sempre aperto e costruttivo.

C’è stato un primo confronto ancora prima di entrare nello spazio, in cui abbiamo iniziato a mettere a fuoco le intenzioni e a costruire una prima ipotesi di allestimento. Una base progettuale che, una volta in presenza, si è trasformata in qualcosa di più concreto e preciso: davanti alle opere abbiamo ricalibrato scelte, distanze e accostamenti, lasciando che fosse lo spazio stesso – insieme alle energie dei lavori – a guidare gli ultimi aggiustamenti. È stato quindi un percorso sviluppatosi per gradi e soprattutto per sensazioni. Al di là del fattore visivo che guida la scelta del posizionamento, credo sia inevitabile considerare anche il fattore sensoriale ed emotivo nella giustapposizione delle opere all’interno di uno spazio; ed è proprio in questo equilibrio – tra metodo ed intuito – che il dialogo diventa davvero produttivo per il progetto.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
Molte opere in mostra sembrano sottrarsi a una fruizione immediata, chiedendo allo spettatore tempo, attenzione, talvolta anche una forma di resistenza. Quanto è importante oggi rivendicare questa lentezza come scelta curatoriale?

VA: La lentezza, più che una scelta teorica, è stata una conseguenza del nostro lavoro. Molte delle opere in mostra non si rivelano immediatamente e ci è sembrato giusto assecondare questa esigenza, piuttosto che forzarle in una fruizione rapida o immediata. Nel testo curatoriale parliamo di sospensione e ascolto, e la mostra cerca di tradurre queste idee in uno spazio concreto. Non chiediamo agli spettatori di comprendere tutto, ma di prendersi il tempo per stare con le opere, accettando anche momenti di incertezza o distanza. In questo senso, la lentezza non è un limite, ma una condizione che favorisce una relazione più autentica. Oggi, in un contesto che ci abitua a consumare immagini a una velocità sorprendente, concedere spazio all’attesa diventa quasi un gesto di cura, sia verso le opere che verso chi le osserva. Non si tratta di rallentare il mondo, ma di aprire a un tempo diverso in cui l’esperienza dell’arte possa rimanere aperta e non completamente risolta.

AB: La fruizione dell’arte al giorno d’oggi sta accusando fortemente la velocità con cui la vita scorre. Il consumismo, il capitalismo, la prepotenza con cui i social media sono entrati nel quotidiano stanno intaccando pian piano tutti i fronti, compreso quello artistico. La visita si fa sempre più veloce, l’attenzione dedicata alle opere sta diminuendo e spesso ci si ritrova a scorrere una mostra quasi come si scorre un feed, cercando un’impressione immediata invece di un’esperienza reale. Per questo credo che rivendicare la lentezza oggi sia fondamentale, e non solo come atteggiamento personale, ma proprio come scelta curatoriale. Quando un’opera chiede tempo, chiede anche rispetto: ti obbliga a fermarti e a cambiare ritmo. E in un momento storico in cui tutto ci spinge a consumare rapidamente immagini e contenuti, questa diventa una forma di resistenza necessaria.

Per il curatore creare le condizioni per questa lentezza è parte del ruolo: pensare a un allestimento che lasci spazio, che non sovraccarichi e che permetta allo spettatore di respirare e tornare sulle opere più volte, senza la pressione di dover capire tutto subito. In questo senso la lentezza non è un limite, ma una scelta precisa: un modo per restituire all’arte la sua capacità di trasformare, invece che intrattenere.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
Lo spazio di SPUMA – Space for the Arts e il contesto della Giudecca introducono una dimensione temporale molto specifica, fatta di permanenze, trasformazioni e memorie non pacificate. In che modo il luogo ha inciso sull’esperienza della mostra anche oltre le vostre intenzioni iniziali?

VA: Lo spazio di SPUMA e il contesto della Giudecca hanno avuto un impatto davvero significativo sull’esperienza della mostra, addirittura più di quanto avessimo previsto all’inizio. Conoscevamo già il luogo, ma quando le opere hanno cominciato a prendere vita nello spazio, sono emerse dinamiche in modo del tutto naturale e non sempre prevedibile. C’è una forte dimensione temporale, fatta di stratificazioni e memorie che non si risolvono mai completamente, e questa presenza si percepisce chiaramente. Non abbiamo cercato di spiegarla o di utilizzarla come tema, ma piuttosto di lasciarla agire liberamente. Lo spazio ha influenzato il ritmo della visita, il modo in cui ci si muove tra le opere e persino il tipo di attenzione che viene richiesto.

 AB: Spazio SPUMA – Space for the Arts offre un’idea di white cube distorto: uno spazio apparentemente vuoto e bianco, in cui poter lavorare con grande libertà e senza troppi vincoli, ma paradossalmente anche uno spazio liminale che porta con sé un vissuto e dei significati. È un luogo che non si limita a contenere le opere, ma che in qualche modo le attraversa e le condiziona, anche solo per l’atmosfera che restituisce.

Credo che questo sia legato anche alla sua posizione sull’isola della Giudecca, un contesto che mi sento di definire magico. Personalmente non avevo mai visitato la Giudecca prima di WAO 8, l’edizione dello scorso anno in cui ho fatto da assistente curatoriale, e sono molto contenta di aver avuto modo di vivere questa parte di Venezia. È una zona che viene considerata tra le poche ancora quasi incontaminate dal turismo di massa, e questo si percepisce immediatamente nei ritmi e nei silenzi.

Qui si respira un’aria lenta, e questa lentezza ha sicuramente inciso sull’esperienza della mostra oltre le intenzioni iniziali. È come se il luogo suggerisse automaticamente un altro tipo di presenza perché invita a soffermarsi, ad ascoltare lo spazio e le opere con più attenzione. Proprio la lentezza di cui parlavo nella risposta precedente, ma resa concreta e inevitabile dal contesto stesso. In questo senso, spazio SPUMA e la Giudecca non sono solo uno sfondo, ma diventano parte attiva della mostra, influenzandone la percezione e amplificando quella dimensione di permanenza e trasformazione che il luogo porta con sé.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
We Art Open è anche un dispositivo di visibilità e di opportunità per gli artisti. Come si può oggi sostenere una ricerca senza normalizzarla o renderla funzionale a un sistema di aspettative?

VA: Crediamo che sostenere la ricerca oggi significhi, prima di tutto, non forzarla ad adattarsi troppo in fretta. La visibilità e le opportunità sono fondamentali, ma possono diventare problematiche quando iniziano a influenzare la forma, i tempi o la direzione del lavoro. Per noi, il sostegno è più un atto di fiducia che un’aspettativa di risultato. Creare occasioni, aprire spazi e mettere in relazione, senza pretendere che una ricerca diventi subito chiara, utile o riconoscibile. È un equilibrio delicato, perché il rischio di normalizzare è sempre in agguato. Progetti come We Art Open cercano di accompagnare le pratiche senza incanalarle, permettendo loro di rimanere complesse, magari anche laterali o non completamente risolte. Piuttosto che chiedere agli artisti di conformarsi a un sistema di aspettative, ci interessa offrire contesti in cui il lavoro possa continuare a porsi domande, mantenendo la propria autonomia.

AB: Oggi sostenere una ricerca senza normalizzarla significa, prima di tutto, non pretendere che l’opera “funzioni” subito. Viviamo in un contesto in cui tutto tende a essere immediato e vendibile, anche l’arte: devi spiegarti, devi posizionarti, devi essere riconoscibile. Ma una ricerca autentica spesso nasce proprio nel punto opposto, cioè nell’incertezza. E in un certo senso anche questa mostra si muove dentro questa dimensione: molte opere portano con sé l’imperfezione, la possibilità di fermarsi, di sbagliare e di accettare che non tutto debba essere risolto o chiuso in modo definitivo.

We Art Open, secondo noi, diventa un dispositivo di opportunità nel momento in cui non impone un’unica direzione e non cerca di rendere le opere coerenti con un tema o con un’estetica dominante. L’apertura del bando è fondamentale proprio perché lascia spazio a linguaggi diversi e permette agli artisti di esistere nel loro medium e nella loro visione, senza dover rientrare in una categoria precisa per essere legittimati. È fondamentale che un progetto curatoriale non chieda all’artista di semplificarsi per essere capito, ma piuttosto accompagni lo spettatore a rallentare e accettare che non tutto debba essere immediatamente decifrabile. In questo senso, la cura non sta nel rendere funzionale, ma nel proteggere la complessità e la libertà dell’artista.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
I premi assegnati quest’anno privilegiano la continuità e la possibilità di sviluppare ulteriormente le pratiche. Pensate che il valore di una curatela si misuri anche nella sua capacità di generare conseguenze nel tempo più che nel riconoscimento immediato?

VA: Sì, e forse oggi più che mai. Per noi, il valore di una curatela non si limita solo al momento della mostra o al riconoscimento immediato, ma si misura nella capacità di lasciare un’impronta che continui a lavorare nel tempo. I premi di quest’anno seguono questa direzione: non come un punto di arrivo, ma come un’opportunità per andare avanti. Siamo molto consapevoli della responsabilità di accompagnare una ricerca, darle il tempo di svilupparsi e permetterle di evolversi senza forzare i risultati. Una mostra può essere anche molto ben riuscita, ma se rimane isolata rischia di esaurirsi rapidamente. Crediamo che una curatela abbia senso quando riesce a creare condizioni durature: relazioni che continuano, dialoghi che si riaprono, occasioni che si ripresentano nel tempo. Non sempre queste conseguenze sono immediatamente visibili, e va bene così. A volte, il lavoro più significativo è proprio quello che emerge in modo laterale, magari inaspettato, solo dopo.

AB: Guardiamo alla curatela come a un ponte, non come a una destinazione. Non credo che tutto debba esaurirsi con il finissage della mostra. Una delle cose più belle di questo settore è la comunicazione viva e costante: il bisogno di restare in connessione con gli altri, che siano artisti, curatori, galleristi, o semplicemente persone che orbitano intorno a questo mondo. Il momento della mostra diventa un forum vivente in cui gravitano tutte queste figure che possono aprire nuove possibilità: progetti futuri, collaborazioni, oppure anche solo scambi di idee, visioni e sensibilità. Non necessariamente da tutto questo nascono conseguenze professionali immediate – come contratti o opportunità concrete – ma spesso si generano effetti altrettanto importanti che riguardano la crescita personale. E questo vale sia per chi lavora nel settore, sia per un visitatore curioso. Perché è proprio la curiosità che ci permette di uscire dall’individualismo e costruire ponti di connessione umana tra persone diverse.

In questo senso, sì: credo che il valore di una curatela si misuri anche nella sua capacità di lasciare tracce nel tempo, più che nel riconoscimento immediato.

We Art Open 2026, SPUMA – Space for the Arts, ph Marta Mancuso / CIRCUIT
Se doveste indicare ciò che questa edizione lascia volutamente aperto – una tensione, una domanda, una zona irrisolta – quale aspetto vorreste che rimanesse con il pubblico anche dopo la visita?

VA: Ci piacerebbe che rimanesse una sensazione difficile da definire, qualcosa che non si chiude completamente con la visita. Non cerchiamo una risposta, ma piuttosto una piccola sospensione, un’immagine o un dettaglio che continua a riaffiorare anche dopo. La malinconia che pervade questa edizione non è legata alla tristezza, ma a una forma di vicinanza: la sensazione di essere a contatto con qualcosa che però non si lascia afferrare subito. Se il pubblico esce dalla mostra con l’idea che non tutto debba essere immediato, che alcune cose richiedono tempo per sedimentarsi, allora per noi è già un grande risultato. In fondo, ciò che speriamo rimanga aperto è proprio questa domanda: come vivere il presente senza ridurlo a una risposta rapida, accettando invece le sue zone d’ombra, le sue sospensioni e le sue ambiguità. Se questa tensione accompagna lo spettatore anche al di fuori dello spazio espositivo, allora il nostro lavoro continua.

AB: Vorremmo che questa edizione lasciasse volutamente aperta una tensione che non si risolve in modo netto: l’idea che la realtà – e anche noi stessi – non si chiuda mai in una sola versione. Che il pubblico uscisse con la sensazione che non tutto debba essere immediatamente chiaro o corretto, e che anche l’incertezza possa avere un valore.

Se c’è una domanda che mi piacerebbe restasse addosso, è quella legata all’identità come processo: quanto di ciò che siamo è davvero nostro, e quanto invece è costruito da ciò che ci circonda, dagli sguardi degli altri, dai ruoli e dai linguaggi che ci vengono assegnati. In fondo, questa mostra invita proprio a rimanere in quello spazio sospeso – tra trasformazione e resistenza – senza la necessità di chiudere tutto in una risposta unica.

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Jasmine Miraval
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