Alla Fondazione Spazio Vitale di Verona c’è una mostra collettiva che indaga il rapporto fra l’onnipresenza tecnologica e la nascita di nuove credenze. Ce ne parla Anastasia Pestinova, curatrice del progetto espositivo Tulpa. Salvation Protocol
La capacità, attraverso la pratica della meditazione, di dare forma e vita a un pensiero molto intenso viene ben espressa dalla tradizione esoterica del buddhismo tibetano con il concetto di “tulpa” (ovvero, “emanazione”): un fenomeno di origini antichissime che in tempi più recenti è stato assimilato anche dal mondo della televisione – si pensi a serie come X-Files, Twin Peaks, o Adventure Time –, e dalle sottoculture di Internet.
E se è vero che “è vivo ciò che ci sommuove, commuove, turba e perturba, ci sposta o devia dallo stato in cui siamo” (La tecnologia è religione, Chiara Valerio), la sensibilità artistica non può che captare tali energie tramutandole in opere e progetti. Attingendo proprio dalla credenza dei tulpa, nonché dalle sue reinterpretazioni contemporanee, la giovane ricercatrice e curatrice Anastasia Pestinova ha da poco dato vita a un’esposizione collettiva che analizza e rielabora proprio queste suggestioni.
Intitolata Tulpa. Salvation Protocol, la mostra si snoda sui due piani della Fondazione Spazio Vitale di Verona per fornire al pubblico un assaggio di quella fitta nube spettrale, a cavallo tra il magico e il distopico, che caratterizza il nostro tempo. Fra video e installazioni fortemente evocativi, fino al 21 febbraio si viene così invitati a perdersi – e a ritrovarsi – in un labirinto oscuro che la stessa Pestinova ci illustra qui di seguito.
Il titolo da te scelto per l’esposizione è Tulpa. Salvation Protocol, che fa esplicito riferimento alla cultura tibetana. Come mai questa scelta, e come si aggancia al resto delle questioni che solleva la mostra?
Per chi ha vissuto una certa epoca di Internet, il concetto di “tulpa” è quasi familiare. Negli anni Dieci, su forum e siti web circolavano creepypasta e thread su come “creare” una tulpa, intesa come un’entità che cresceva in base al tempo dedicato alla sua visualizzazione. Solo durante la preparazione della mostra, leggendo diverse pubblicazioni sul termine, ho capito che quell’uso comune era in gran parte una reinterpretazione teosofica, non coincidente con il significato storico tibetano. Questa archeologia del concetto, mostra come ciò che chiamiamo cultura sia anche un processo di distorsione della trasmissione. Ed è proprio di questo rumore virale — di una contaminazione iscritta ontologicamente nella mediazione — che parla la mostra.
Su cosa verte l’intero progetto? Da quale esigenza è nato, e quali sono stati i tuoi punti di riferimento per il suo sviluppo?
In uno dei suoi testi, William Burroughs rievoca una serie di casi legati al Moka Bar e alle registrazioni del Watergate, riconducibili a pratiche di magia del caos, dove la tecnica del cut-up viene applicata alla registrazione con l’obiettivo di produrre “alterazioni della realtà”. Indagare il medium nella sua doppia natura tecno-magica non significa limitarsi al pensiero cospirativo o alle nuove forme di credenza nate dallo sviluppo tecnologico. Né basta leggerlo esclusivamente come apparato di potere e controllo. Si tratta soprattutto di mostrare come il medium esercita effettivamente un potere coercitivo sulla realtà. In questo contesto, “magia” è un modo per nominare ciò che ha una logica operativa, ma viene spesso coperto da miraggi e suggestioni.
Come è avvenuta la scelta degli artisti invitati?
Ogni caso è stato particolare: ciascun artista affronta un aspetto specifico della questione, dando forma a un insieme coerente. Il lavoro di Beatrice Mika Sakaki mi ha colpito per il modo in cui mette a tema la sorveglianza e il potenziale implicito della sua sovversione. La ricerca di Irene Mathilda Alaimo era rilevante perché indaga il modo in cui i dispositivi tecnologici trasformano le forme del religioso e del divino. Il lavoro di Gabriele Longega era importante perché si muove in una dimensione più apertamente magica, rielaborando fonti e immaginari alchemici. Giacomo Erba affronta invece le tematiche del complotto e della documentazione pseudoscientifica. La ricerca di Luca Campestri, infine, rispondeva alla mia esigenza di parlare della spettralità del medium, del suo rumore intrinseco e della sua virulenza.
Un’opera che più di tutte ti ha colpito, e perché
È difficile soffermarmi su un solo lavoro: tutti mi hanno toccato personalmente. Se devo sceglierne uno, direi How to Document a Miracle in the XXI Century: the Miracle of the Sun di Mathilda. La prima volta che l’ho visto ho provato la stessa sensazione che avevo guardando alcuni dei miei mockumentary giapponesi preferiti. È quella sensazione in cui il regime di documentazione trascende sé stesso.
Com’è nata la collaborazione con Fondazione Spazio Vitale?
Ho conosciuto la Fondazione seguendo con attenzione le prime mostre che ne hanno segnato la nascita; mi sembrava un contesto unico nel tessuto della città. Il momento di collaborazione più concreto è nato dall’incontro con Davide Bonamini, fondatore dello spazio, e con Giulia Moscheni, la curatrice con cui collaboriamo.
Qual è la tua posizione nei confronti delle nuove tecnologie e del loro attuale utilizzo (non solo nel campo artistico, ma anche nella società)?
Se prendiamo il caso dei LLM (“Large Language Models”, ndr) e della loro diffusione di massa, il pericolo non sta nella tecnologia in sé, ma nel modo in cui viene progettata e governata: l’architettura del software è sempre politica. Una recente dichiarazione di Jeff Bezos, secondo cui l’hardware locale dei PC sarebbe ormai obsoleto, riflette una tendenza già in atto: lo spostamento sistemico verso il cloud e verso forme sempre più centralizzate di gestione delle risorse. Se pensiamo alla teoria dell’individuazione di Gilbert Simondon, questa dinamica tende a produrre un’alienazione della tecnologia da sé stessa, perché impone un’organizzazione secondo una logica teleologica e sovrana. È una direzione che diventa particolarmente evidente nel messianismo tecnologico di Peter Thiel.
Raccontaci un po' della tua formazione e dei motivi che ti hanno portata in Italia..
Ho una formazione prevalentemente filosofica: ho conseguito la triennale all’Università Statale di Mosca e la magistrale all’Università di Verona, concentrandomi negli ultimi anni su realismo speculativo, ontologie piatte e sul dark turn. Non direi che ci sia stato un unico motivo preciso per venire qui: piuttosto una costellazione di fattori.
In un momento storico così complesso e delicato, quali pensi siano le responsabilità di una giovane curatrice? Che peso credi possa avere ciò che fai, e cosa ti auspichi possa arrivare a chi ne fruisce?
La cosa più importante è preservare la propria “anima” e la propria mente dalla dissoluzione nelle logiche di mercato. Per “mercato” intendo non solo quello dei beni, ma anche quello delle idee e delle ideologie. Quanto all’influenza sugli altri, si tratta soprattutto di condividere ciò che per me ha senso, più che proporre una direzione.
Dove sta andando la tua ricerca?
Mi interessa l’arte nel punto in cui non coincide più con il “mondo dell’arte”, inteso come ciò che resta di un atto di trasgressione. La curatela è un modo di stare attenti a questa dinamica. Ultimamente mi sto focalizzando di più sul suono, in particolare sulla sintesi modulare. Vorrei integrare saperi più pratici nella mia ricerca e dedicarmi al rumore non solo in chiave virale o mediatica, ma anche come processo stocastico.
Hai già in mente qualcos’altro dopo questa esperienza?
Penso di continuare le linee di ricerca che hanno dato origine a questo progetto espositivo, approfondendo il concetto di rumore. Con la Fondazione Spazio Vitale stiamo riflettendo su alcuni possibili sviluppi, vediamo che direzione prenderanno.
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