“Corpi reali, corpi immaginati” al Centro della Fotografia di Roma

Al Centro della Fotografia di Roma la “piccola” mostra di Campo Visivo regge il confronto con Irving Penn: Koike riscrive gli archivi, Alaei racconta le pescatrici iraniane, Alix Marie rende la fotografia materia.

All’interno del neonato Centro della Fotografia di Roma, all’ex Mattatoio, c’è una mostra che rischia di essere oscurata dal nome imponente di Irving Penn. Eppure, per chi è curioso e attratto dal nuovo, Corpi reali, corpi immaginati può riservare sorprese inaspettate: apre sguardi sul mondo e su temi attuali, e merita di essere esplorata con calma. Il Centro della Fotografia apre infatti al pubblico con tre esposizioni in simultanea: oltre alla grande mostra dedicata a Penn, vi sono C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi e la citata Corpi reali, corpi immaginati che – nonostante l’inevitabile “competizione” – tiene testa al mostro sacro, grazie a un allestimento che cattura l’attenzione e all’accostamento di tre pratiche molto diverse, ma capaci di tenere il pubblico agganciato fino alla fine. 

 

Per questo abbiamo deciso di raccontarla e di fare quattro chiacchiere con la sua curatrice, Daria Scolamacchia. Foto-editor, curatrice di fotografia e docente allo IED Roma, Scolamacchia lavora da anni sul rapporto tra immagini, corpo e archivi. In questa mostra firma un percorso che, nelle sue parole, nasce da un’intenzione precisa: “suscitare curiosità e un senso di scoperta: vedere una mostra e volerne sapere di più”. 

Centro della Fotografia, Roma, 2026, Installation view

 “CAMPO VISIVO”, UN OSSERVATORIO SUL PRESENTE

Corpi reali, corpi immaginati si trova dentro Campo Visivo, la sezione del Centro dedicata ai linguaggi contemporanei: sperimentazione, ibridazioni, fotografia che “esce dalla cornice” e diventa dispositivo, installazione, esperienza. “Uno spazio dedicato ai nuovi linguaggi e alle sperimentazioni, in cui la fotografia può diventare un dispositivo che innesca nuove storie, nuove narrazioni, nuove esperienze”, spiega Scolamacchia. È qui che il corpo diventa una lente per leggere il presente: ciò che vediamo, ciò che siamo, ciò che proiettiamo.

Kensuke Koike, “Spider Couple”, Centro della Fotografia, Roma, 2026

TRE ARTISTI, UN TEMA: IL CORPO COME LINGUAGGIO DA DECIFRARE 

Il percorso è tripartito: Kensuke Koike, Forough Alaei e Alix Marie. Tre approcci lontanissimi (archivio manipolato, documentazione sociale, installazione tessile), che però condividono una tensione comune: il corpo e la gestualità come campo di senso. “Ho immaginato una selezione di artisti che lavorassero sulla sperimentazione e che avessero al centro della loro ricerca il corpo e la gestualità”, racconta la curatrice Daria Scolamacchia. 

KOIKE: ARCHIVI RISCRITTI A MANO, CONTRO LA VELOCITÀ DEL DIGITALE

Koike apre la mostra con Today’s Curiosity: cartoline e immagini d’epoca rilette con interventi manuali, minimi e spiazzanti: “nothing added, nothing removed”. Niente Photoshop, niente IA: solo tagli, rotazioni, ricomposizioni. La curatrice insiste sul processo di creazione: “lavora su materiali d’archivio intervenendo e manipolandoli in maniera manuale, creando così nuovi spazi di senso”. I suoi lavori sono un invito a rallentare e a rieducare lo sguardo, in un’epoca di flussi continui: “stiamo disimparando a guardare”, sostiene Scolamacchia, parlando di archivi e immagini. 

ALAEI: FIGLIE DEL MARE, RESISTENZA QUOTIDIANA IN IRAN

Il centro del percorso è affidato a Forough Alaei e alla sua serie Daughters of the Sea (2019–2024): le pescatrici dell’isola iraniana di Hengam, “figlie del mare”, che lavorano e sostengono le famiglie sfidando convenzioni e limitazioni. In un presente segnato da drammi geopolitici e repressioni, queste immagini diventano un racconto di autonomia: “una storia, se vuoi, di resistenza”, sintetizza Solamacchia. Monumentalizzate a parete, le protagoniste non sono relegate a ornamento né a vittima: sono lavoro, scelta, identità incarnata. 

Alix Marie e Forough Alaei, Centro della Fotografia, Roma, 2026

ALIX MARIE: QUANDO LA FOTOGRAFIA DIVENTA MATERIA (E AMBIVALENZA) 

Il finale sposta il corpo su un terreno intimo e sensoriale. In Maman cinque immagini del busto materno, stampate su tessuto, costruiscono una struttura circolare che il visitatore può attraversare. L’effetto è volutamente ambiguo, come il nostro rapporto con la figura materna: abbraccio e confine, protezione e soffocamento. Scolamacchia racconta di aver chiesto al pubblico le sensazioni provate: alcuni parlano di calore, altri di inquietudine, di “un senso di angoscia”. Con STRETCH il corpo femminile entra invece nel lessico della performatività contemporanea: yoga, benessere, disciplina, pressione sociale. “Una riflessione sulla richiesta di performatività del corpo, soprattutto femminile, oggi ”, dice la curatrice. 

Nel nuovo Centro della Fotografia, Irving Penn offre una straordinaria lezione di storia e di forma. Campo Visivo risponde, invece, con un’altra promessa: la fotografia come territorio instabile e interdisciplinare, capace di passare dal gioco percettivo all’affermazione politica, fino alla dimensione tattile e affettiva. È qui che la mostra esce dal suo cono d’ombra e diventa protagonista, senza chiedere reverenza, ma semplice curiosità. “Mi piacerebbe che vedendola, qualcuno dicesse: vorrei vederne ancora, di questi artisti”, conclude Scolamacchia.

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Alessandro Mancini
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