Fuori dal museo, dentro la vita. Intervista a Betty Salluce

La mostra Punti di contatto – Restiamo in ascolto al Gaggenau DesignElementi Hub di Milano apre una riflessione sui nuovi spazi dell’arte contemporanea: non luoghi elitari ma ambienti abitati, attraversabili, condivisi.


Forse parlerò solo per me, o forse no, ma ho come l’impressione che si stia diffondendo una stanchezza generale nei confronti delle mostre canoniche. Viviamo una divisione sempre più radicale: da una parte esposizioni che durano un solo giorno o al massimo una settimana, dall’altra i grandi blockbuster dei soliti quattro nomi, capaci di portare folle nei musei e trasformare questi luoghi, sempre più spesso, in spazi di intrattenimento culturale. 

Succede un po’ come al cinema. C’è il film natalizio di Checco Zalone: confortante, rassicurante, perfettamente aderente alle aspettative, quello che sai già non ti farà uscire dalla sala con un nodo allo stomaco. Poi ci sono i film “normali”, che si alternano nelle sale con un ritmo settimanale, spesso troppo frenetico, costretti a sottostare alle logiche della distribuzione, del pubblico, dei numeri. E infine ci sono quei piccoli cinema che seguono una programmazione tutta loro: di solito si trovano in zone residenziali, in quelle vie dove parcheggiare è impossibile, perché lì le persone non passano una notte da turisti, ma ci abitano davvero.

Betty Salluce, “Punti di contatto – Restiamo in ascolto”, Gaggenau DesignElementi Hub, Milano, 2026

Ecco, quelli sono gli spazi della vita reale. Luoghi che magari non hanno poltrone comode, che forse non sembrano nemmeno cinema dall’esterno, ma dove entri e trovi proprio quel film che stavi cercando. È in questa dimensione che si colloca una delle ultime mostre che mi hanno colpito: Punti di contatto – Restiamo in ascolto, di Betty Salluce.

Mentre la intervistavo, una sua frase mi ha colpito in modo particolare:
“Credo che oggi ci sia bisogno di luoghi in cui l’opera non si impone, ma si lascia incontrare. È lì che, per me, l’arte torna a essere una pratica di relazione e di ascolto”.

Avrei potuto chiudere questo pezzo proprio con queste parole, perché in esse è condensata una delle problematiche principali del mondo dell’arte contemporanea. Ma l’intervista è – a mio avviso –  troppo interessante per fermarsi qui. Per questo vi lascio anche la versione integrale. Prima, però, è giusto presentare l’artista.

Betty Salluce nasce a Matera nel 1992 (non avevo mai conosciuto nessuno di Matera). È un’artista visiva che lavora tra fotografia e interventi di cucitura. Nel 2024 vince il Premio Cramum Reti for Art, entrando nella Collezione Paneghini. Vive e lavora a Pisa. La sua ricerca indaga il tempo e l’identità: corpi e paesaggi, spesso sospesi in una dimensione di fermo immagine, trasformano la velocità del quotidiano in silenzio, riflessione e ascolto. Le cuciture ricompongono fratture simboliche, aprendo spiragli di verità in un presente instabile. All’attivo conta già un numero significativo di mostre.

Betty Salluce, “Punti di contatto – Restiamo in ascolto”, Gaggenau DesignElementi Hub, Milano, 2026
Il tuo lavoro nasce da un rapporto fisico con il mondo: camminare, toccare, restare nei luoghi. Tornando all’inizio del tuo percorso, quando hai capito che questo modo di stare nel mondo poteva diventare un lavoro artistico? E perché hai sentito la necessità di usare l’arte come strumento di ascolto, invece che come rappresentazione?

Il mio lavoro nasce da un’esperienza fisica, prima ancora che da un’idea. Camminare, sostare nei luoghi, toccare le superfici sono stati a lungo modi per orientarmi, per capire dove mi trovavo e che relazione avevo con ciò che mi circondava.

Vengo da una piccola realtà di provincia della Basilicata, dove il tempo ha un ritmo diverso. Quando ho lasciato la mia terra e mi sono spostata in città, a Torino, sono rimasta affascinata dal caos e dal movimento continuo. Gli stimoli erano tanti, forse eccessivi, e sentivo la difficoltà di dare forma a tutto questo.

Ho iniziato a osservare i non-luoghi, le architetture incompiute, gli spazi pensati per essere solo attraversati. Da lì è nata una riflessione sull’esistenza dell’uomo e sul segno che lasciamo in luoghi troppo grandi per contenerci davvero. Da sempre mi interessa dare forma a un senso di vuoto che ho riconosciuto prima in me stessa e poi negli altri.

A un certo punto ho capito che questo “stare” lento e attento era già una forma di conoscenza. L’arte è arrivata come necessità, uno spazio in cui poter ascoltare senza dover spiegare, senza trasformare subito l’esperienza in racconto. Per questo non mi interessa la rappresentazione come spiegazione. L’arte, per me, è una forma di ascolto che mantiene l’ambiguità dell’esperienza e la rende condivisibile.

Il filo nelle tue opere non cancella la frattura, la espone. In un presente attraversato da ferite sociali, politiche e intime, quanto per te è importante che l’arte non “guarisca” in senso consolatorio, ma si assuma la responsabilità di tenere insieme ciò che è rotto?

Per me è importante che l’arte si assuma una responsabilità. Il lavoro nasce spesso da un’urgenza personale, ma funziona davvero quando riesce ad aprirsi agli altri, quando crea uno spazio in cui chi guarda può sostare e portare con sé qualcosa.

Viviamo in una società che consuma rapidamente tutto, anche le persone. La velocità rende difficile fermarsi, ascoltare, esporsi. Sembra che l’individualismo sia diventato una risposta, ma io credo che la relazione sia una forma di resistenza. Lo vedo anche nel mio lavoro di insegnante: i ragazzi fanno sempre più fatica a parlare, a mostrarsi fragili, a stare nel confronto. Il giudizio fa paura perché può incrinare equilibri già precari.

Il filo, nelle mie opere, non ha la funzione di chiudere o risolvere. Tiene insieme senza nascondere. Rende visibile la frattura e permette di restare in relazione con ciò che è incompleto. In questo senso il lavoro non offre soluzioni, ma apre uno spazio di presenza e di ascolto.

Betty Salluce, “Punti di contatto – Restiamo in ascolto”, Gaggenau DesignElementi Hub, Milano, 2026
Nei tuoi lavori il paesaggio smette di essere sfondo e diventa corpo vivo, vulnerabile, attraversabile. È anche una presa di posizione sul nostro modo di abitare la terra oggi, in un’epoca di crisi ambientale, estrazione e consumo accelerato?

Nei miei lavori il paesaggio non è uno sfondo, ma un corpo vivo, vulnerabile, attraversabile. Corpo umano e territorio si rispecchiano, si confondono. È una riflessione sul nostro modo di abitare la terra oggi, sull’urgenza di rallentare e di smettere di considerare lo spazio come qualcosa da usare o consumare. Il paesaggio diventa un luogo di relazione, non di dominio.

Il ricamo entra nelle opere come gesto lento, fisico, legato a una memoria familiare e a un sapere spesso considerato “minore”. Che valore ha per te portare questo gesto nello spazio dell’arte contemporanea, e cosa significa trasformarlo in un linguaggio critico del presente?

Il ricamo è un gesto che mi accompagna da sempre e che mi lega a una parte infantile e curiosa di me. È un sapere che per molto tempo è stato considerato marginale, femminile nel senso più riduttivo: alle donne veniva richiesto di saper tenere insieme, di prendersi cura, di mandare avanti una casa. Portare il ricamo nello spazio dell’arte contemporanea significa per me riattivare questa memoria e trasformarla. Il gesto lento e ripetitivo diventa scultura, lavora sul tempo, sul corpo, su ciò che non è immediatamente visibile. Trasformarlo in un linguaggio del presente significa usarlo in modo critico, per interrogarci sul nostro modo di abitare, di prenderci cura, di stare insieme come società, non solo come individui.

Punti di contatto – Restiamo in ascolto non nasce in un museo o in una galleria tradizionale, ma nello showroom Gaggenau DesignElementi Hub a Milano, uno spazio abitato, attraversabile, quotidiano. Perché era importante per te che questa mostra esistesse proprio qui? E cosa cambia, secondo te, nel rapporto tra opera e pubblico quando l’arte esce dai suoi luoghi canonici?

Punti di contatto – Restiamo in ascolto nasce in uno spazio abitato e quotidiano, non in un luogo espositivo tradizionale. Era importante che le opere esistessero in un contesto attraversabile, dove il confine tra arte e vita fosse più sottile. Quando l’arte esce dai suoi luoghi canonici, cambia il rapporto con il pubblico. L’incontro diventa più diretto, meno intimidatorio. Non è richiesto di “capire”, ma di essere presenti. Questo tipo di prossimità è centrale nel mio lavoro.


Mostre come questa suggeriscono un altro modo di pensare l’esposizione: più intimo, meno spettacolare, più legato all’esperienza. Pensi che il mondo dell’arte oggi abbia bisogno di ripensare radicalmente i suoi spazi e le sue modalità di incontro con il pubblico? E se sì, in che direzione?

Penso che l’arte debba essere fruibile, restituibile, capace di entrare nella vita delle persone. Molto spesso gli spazi dell’arte creano una distanza che rende difficile un incontro reale.

Da tempo l’arte prova a ripensare i propri luoghi: dalla street art alle pratiche site specific, dalle residenze agli interventi temporanei in contesti naturali o abitati. In questi casi l’opera non viene semplicemente esposta, ma vissuta.

Credo che oggi ci sia bisogno di luoghi in cui l’opera non si impone, ma si lascia incontrare. È lì che, per me, l’arte torna a essere una pratica di relazione e di ascolto.


Betty Salluce, “Punti di contatto – Restiamo in ascolto”, installation view, Gaggenau DesignElementi Hub, Milano, 2026

Sono felice di aver avuto questo dialogo con Betty Salluce, perché mi è stato utile per parlare di una cosa a cui tengo davvero molto.

Normalizzare l’arte contemporanea significa riportarla nella vita di tutti i giorni. Non come un simulacro fermo, immobile, issato sull’altare della nostra società, ma come una presenza viva, centrale, quotidiana. L’arte non deve stare sopra di noi: deve stare in mezzo a noi. Come entrare in un negozio, attraversare uno spazio abitato, frequentare un luogo che non richiede soggezione. È lì che l’arte contemporanea dovrebbe stare. A riempire i musei, a essere protetta e conservata, ci pensa l’arte storicizzata.

Quella contemporanea, invece, ha ancora un’energia giovane, una certa incoscienza, una voglia di rivoluzione. A volte plateale, altre – come nel caso di Betty Salluce – intima e delicata. Ma sempre attraversata da una tensione vitale. L’arte contemporanea ha (o dovrebbe avere) l’energia di un ragazzo di diciassette anni: ideali nobili, utopie che disegnano l’orizzonte, nulla ancora definitivamente addomesticato dalla borghesia adulta che, prima o poi, finisce per macchiare tutti. E non è detto che sia sempre un male: quante cose si fanno grazie all’incoscienza.

È quell’energia irrazionale, quell’urgenza che ci spinge a fare cose che, crescendo, non siamo più capaci di fare. Ed è proprio quell’urlo che l’arte contemporanea dovrebbe continuare a emettere. Un suono che non può restare chiuso nei luoghi elitari, ma che deve attraversare gli spazi della vita quotidiana, per arrivare davvero a tutti.
A questa mostra non voglio invitare ad andarci, ma vorrei che passandoci di fianco, vi venisse la voglia di attraversare quella soglia e di scoprire qualcosa che non avete ancora visto.
La trovate in Corso Magenta 2 (cortile interno) a Milano e avete tempo fino al 18 dicembre. 

Ci vediamo alla prossima intervista.

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Alessio Vigni
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