No Other Choice di Park Chan-wook racconta il collasso che segue la perdita del lavoro, intrecciando precarietà, desiderio di stabilità e disperazione nel capitalismo contemporaneo. Christian Nirvana Damato ne propone un’analisi in due parti, leggendo il film come una riflessione sul confine fragile tra sopravvivenza, etica e violenza sistemica.
L’essere umano, come tanti organismi viventi, persegue una lotta in cui per vivere necessità di una stabilità interna, contrapponendosi all’entropia crescente del sistema esterno. Il capitalismo viene spesso definito, a livello teorico, come un modello entropico – si ciba e si autoriproduce attraverso crisi, disastri, instabilità e oscillazioni. Al tempo stesso, tenta mediante la burocrazia di configurare un certo ordine delle cose, una certa forma di controllo sempre più capillare, anche se oggi vediamo come il controllo – lungi dall’essere solo ipertecnologico – torna a configurarsi in una dimensione medioevale di pura violenza – amplificata a seconda dei casi e delle tecnologie impiegate. Di conseguenza, se il capitalismo come sistema socio-economico ricalca una logica di un sistema naturale che sì, ha creato la vita (abiogenesi), ma che non se ne cura affatto, vien da sé che tale sistema è completamente sbagliato, giacché dovrebbe essere stato creato dagli umani per gli umani, dunque dovrebbe avere un carattere neghentropico (di stabilità) e non entropico (instabilità).
La ricerca di stabilità diventa dunque una lotta disperata e cieca dove l’animalità riprende il sopravvento e l’etica decade, superando le logiche del bisogno in quanto organismi viventi e sfociando in un desiderio ossessivo e sfrenato all’interno di un contesto dove l’empatia, l’altruismo e la sensibilità vengono visti come punti deboli all’interno di un curriculum.
Alla fine, il protagonista uccide la concorrenza e ottiene il lavoro senza essere scoperto. Nelle scene finali, i due cani tornano, la casa non viene più venduta, Mi-sum sorride felice alla sua famiglia e in una giornata di pioggia affronta il suo nuovo agognato lavoro, a partire da una fila chilometrica di macchine in autostrada.
AUTOMAZIONE INTROIETTATA
Un’altra questione, presa sottilmente, emerge verso la fine del film: l’azienda che assume il protagonista ha tagliato anch’essa il personale sostituendolo con la robotica e le AI, al punto che lo stesso lavoro di Mi-sum dovrà essere di semplice revisione alle macchine. Il passaggio è chiaro: da una dimensione del lavoro operaio come uno spazio di socialità e possibili alleanze, l’introduzione dell’automazione riduce i team di lavoro frammentando e atomizzando il lavoro individuale. Tuttavia, arrivare alla sostituzione concreta degli esseri umani con AI e robot: la logica frammentata, atomizzata, fredda, predittiva e calcolatrice è già stata introiettata. Sin dall’inizio del film, in cui avviene il licenziamento del gruppo di dipendenti, non vi è nessuna protesta, nessuna unione dei lavoratori a fronte del licenziamento; quello che avviene è invece il ritiro in solitudine, la depressione e la disorganizzazione totale, lasciando lo spazio – e vittoria, alla legge del più forte.
LINK
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