In occasione della settimana più attesa a Bologna, Parsec apre i suoi studi a Rachele Maistrello e Susana Ljuljanovic: un attraversamento del processo tra memoria, paesaggio e immagini in trasformazione.
Sembra sempre che l’arte più importante stia succedendo altrove. In uno spazio più grande, con un titolo più rumoroso, con una fila fuori che giustifichi l’attenzione. E invece, ogni tanto, accade il contrario: le cose più interessanti succedono in silenzio, in un luogo che non chiede di essere celebrato ma semplicemente attraversato. Durante Art City Bologna 2026, Parsec sceglie questa dimensione laterale e necessaria. Non una mostra nel senso classico del termine, ma un’apertura. Due studi che si spalancano, due pratiche che si rendono visibili non nel loro esito finale, ma nel loro farsi. Rachele Maistrello e Susana Ljuljanovic non espongono opere come oggetti conclusi: espongono una condizione, un tempo di lavoro, una soglia. Il percorso di Rachele Maistrello si muove lungo una linea sottile che tiene insieme corpo, paesaggio e sapere scientifico. La Diamond Saga non si presenta come un progetto da decifrare, ma come un sistema aperto, un’indagine che mette in relazione l’umano e la natura senza gerarchie, senza risposte preconfezionate. Fotografia e video diventano strumenti speculativi, ma restano sempre ancorati a una dimensione sensibile, quasi intima. Ci sono materiali di backstage, tracce del lavoro in camera oscura, frammenti che normalmente resterebbero invisibili.
LA RESIDENZA PARSEC DURANTE ART CITY BOLOGNA 2026
E poi c’è un gesto notturno, quasi clandestino: uno screening visibile dalla strada, dalla serranda abbassata, che inizia al calare della sera e prosegue fino all’alba. Un’opera che non si offre comodamente, che richiede presenza, attenzione, una scelta precisa di tempo. Il giorno seguente, una selezione di acque a cura dell’artista restituisce alla ricerca una dimensione ancora più concreta, fisica, quotidiana. Il lavoro di Susana Ljuljanovic si muove invece in un territorio fragile e instabile, dove la memoria non è mai neutra e le immagini non sono mai innocenti. Čuti! nasce da ciò che non c’è più: fotografie perdute, oggetti scomparsi, ricordi che resistono solo come sensazioni.
I LAVORI DI RACHELE MAISTRELLO E SUSANA LJULJANOVIC
Attraverso video, scultura, suono e intelligenza artificiale, l’artista tenta una ricostruzione che non ha nulla di nostalgico. Le immagini ricreate non fingono autenticità; dichiarano apertamente la loro natura artificiale e proprio in questo scarto trovano una nuova forza emotiva. Il confine tra analogico e digitale, tra reale e simulato, non viene mai risolto. Rimane aperto, abitabile, attraversabile. Una sessione di live recording aperta al pubblico aggiunge un ulteriore livello: il suono come memoria che si forma nel momento stesso in cui viene ascoltata, destinata a trasformarsi subito dopo. Parsec, in questo contesto, non si limita a ospitare, prende posizione. Sceglie di essere uno spazio di esposizione del processo, non solo del risultato. Un luogo in cui il pubblico non è chiamato a comprendere, ma a stare. A condividere il tempo dell’incertezza, della ricerca, dell’errore.
Forse è questo che resta, uscendo non un’immagine da ricordare, non un concetto da citare, ma la sensazione di aver assistito a qualcosa che stava ancora accadendo. In un sistema dell’arte che spesso arriva quando tutto è già deciso, questa apertura è un gesto raro e, proprio per questo, necessario.
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