Cronaca semiseria di una cena post-opening, dove lo spirito incontra il curry e l’arte scende dal piedistallo.
Viva gli opening, viva le chiacchiere dentro le mostre. Viva anche il bicchierino di prosecco offerto. Vorresti rifiutarlo, ma poi cedi sempre. Viva gli incontri dei soliti personaggi che rivedi a ogni inaugurazione. Che dire poi delle chiacchiere di circostanza, di quel “ah, certo che mi ricordo” quando in realtà non sai minimamente chi hai davanti. Viva anche il foglio di sala, o il testo critico, che viene letto da quattro gatti – perché l’arte contemporanea, si sa, “ognuno può interpretarla come vuole”. Affermazione che, come direbbe qualcuno di politicamente scorretto (e se capisci questa frase sai esattamente a chi mi riferisco), “fa venire voglia di mettere mano alla fondina”.
È sabato 20 febbraio. Dopo una giornata di cose da fare in casa sono stanco, molto stanco, ma sono stato invitato alla mostra personale di Filippo Cigni alla Galleria d’Arte La Fonderia, a Firenze. Artista che ho già intervistato qui per art-frame.
Guardo l’orologio: segna già le 18, l’orario in cui dovrei essere all’opening. Come sempre sono in ritardo. Sono troppo ottimista con i tempi, convinto di riuscire a fare tutto più velocemente di quanto sia umanamente possibile. Ognuno ha i suoi difetti. Io ho anche questo.
La tranvia è impraticabile. In macchina non se ne parla. La scelta ricade su quelle biciclette a noleggio tramite app. Ne trovo una: sembra perfetta. Batteria scarica. Ne trovo un’altra: forse è lei, quella giusta. La attivo, faccio due pedalate e capisco che la pedalata assistita non funziona. Impreco. Fatico. Quando passo vicino all’Arno mi sfiora persino l’idea folle di scaraventare la bici in acqua. Mi trattengo, direi che non è il caso di spingersi fino a questo livello, sarebbe davvero eccessivo. Arrivo davanti alla galleria, stoppo la corsa e, lo ammetto, pianto due calci sperando di provocare almeno un minimo danno alla bici e alla compagnia di sharing. Risultato: solo un dolore passeggero al piede. La bici sta benissimo. La compagnia pure, godendo di avermi preso i soldi della corsa.
Entro alla Galleria d’Arte La Fonderia, uno spazio interessante, dove si fa davvero ricerca. Niccolò, il gallerista, ha dato a Filippo, per questa mostra, l’intero spazio, convinto della maturità del progetto. E devo dire che ha ragione.
Non mi dilungo troppo sul progetto espositivo, ma vi dico questo: Le Ragioni dello Spirito si fonda sull’idea che lo spirituale non sia una forma da esibire, ma un’esperienza che scaturisce dalla precisione della struttura. L’opera è compiuta, autonoma, indipendente dal suo operatore. Deve quasi sparire. Solo così può lasciare spazio all’evento spirituale.
Non siamo più di fronte a un artista creatore, ma a un compositore. Materia e operatore – così si definisce lo stesso Cigni – si fondono in qualcosa di più alto. Se l’opera è costruita correttamente, può ospitare l’evento spirituale. E qui arriva il paradosso, ovvero il superamento dell’arte stessa grazie all’esposizione delle opere. L’arte muore, trasalisce, svanisce. Si va oltre il giudizio, oltre il gusto, oltre le categorie.
È possibile? Nella ricerca di Filippo sembrerebbe di sì. E allora c’è ancora spazio per il dialogo? Per me sì. Per Cigni non lo so. Forse dovrei intervistarlo di nuovo per approfondire questo tema.
Resto fino alla fine. In galleria si forma uno strano gruppo: il gallerista, la sua collaboratrice, l’artista, un giovane editore, un curatore di una collezione di un’importante famiglia nobiliare, due architetti – una ragazza e un ragazzo – un artista che si dedica anche all’insegnamento, un personaggio dallo stile del tutto particolare e io.
Tavolo prenotato. Si va a cena.
Il ristorante scelto è indiano. La fame è tanta. Sono le 21 passate e con la giornata che ho avuto non vedo l’ora di mangiare. Arriviamo al locale e ordiniamo subito antipasti misti, bottiglie di birra, e quello strano simposio ha inizio.
Tavolo stretto. Piatti condivisi. Spezie forti. Ed è lì che improvvisamente lo spirito cambia forma.
Non si parla più di trascendenza, ma di immanenza. Della vita.
La cosa sorprendente – e per me rassicurante – è che l’arte contemporanea, quella che spesso appare distante, teorica, autoreferenziale, nasce esattamente qui, in questi luoghi, in queste tavolate. In conversazioni normali. In battute. In frustrazioni condivise. In entusiasmi molto poco spirituali e molto concreti.
Dialoghi che qualcuno definirebbe non del tutto etici. Strategie imbarazzanti per conquistare una ragazza o un ragazzo. Dubbi sul proprio lavoro e pensieri comuni e quotidiani. Riflessioni sul senso di fare arte oggi. Fragilità esposte tra un bicchiere di birra e un pollo tikka masala mangiato con le mani.
Chi lavora nella cultura non è una personalità metafisica. È una persona che si sporca le dita di curry.
Persone che ridono, si lamentano, si interrogano sul senso di quello che fanno. E forse è proprio questo il punto.
Una mostra come Le Ragioni dello Spirito lavora sulla struttura per predisporre un’esperienza che supera la materia. Ma quella struttura nasce dalla mente di qualcuno che vive relazioni, affronta confronti, coltiva dubbi, condivide tavoli.
Lo spirito non è nei “supermarket spirituali green”, scrive Cigni, ma non è nemmeno in un iperuranio artistico come spesso immaginiamo.
È in un tavolo troppo stretto. In qualcuno che parla troppo. In qualcuno che ascolta troppo poco. In qualcuno che osserva in silenzio.
E allora forse il vero delitto che abbiamo compiuto quella sera non è contro l’arte. Ma contro quell’aura sacra dell’arte stessa, che chi sta fuori dal sistema immagina. Il vero omicidio è dell’idea che l’arte contemporanea sia separata dalla vita.
Se c’è una cosa che ho capito sabato è questo: la contemporaneità non si comprende nei white cube, ma nei ristoranti dopo le inaugurazioni.
E allora viva le tavolate dopo gli opening. Viva le chiacchiere qualunquiste. Viva il linguaggio scorretto. Viva le battute, le freddure, il confronto. Viva anche quelle persone che incontri e non sopporti.
Forse è proprio nelle cene, nei pranzi, nelle tavolate che l’arte può tornare a essere accessibile. È lì che le persone si riavvicinano davvero e che la sua aura – finalmente – viene uccisa, per fare spazio a ciò che resta: l’umano.
Andate agli opening. Leggete i testi di sala. Salutate persone che non ricordate di aver mai visto. Ma poi fermatevi a cena con gli artisti e tutti i personaggi che orbitano loro intorno. È lì che troverete davvero l’essenza di quello che avete visto in galleria.
Ricordate: le opere restano alle pareti, le persone tornano a casa con nuovi dubbi e domande.
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