La mostra Living, Working, Surviving dedicata a Jeff Wall al MAST di Bologna indaga il tempo dell’azione sospesa e il ruolo dello spettatore davanti alle immagini. Per visitarla c’è tempo fino all’8 marzo.
Né prima, né dopo. Non all’inizio, ma neanche alla fine. Non più esattamente una cosa, ma non ancora del tutto un’altra. Sospeso, caduco, perturbante, precario; ma anche durevole, puntuale e perfettamente messo a fuoco: il percorso fotografico sull’opera di Jeff Wall intitolato Living, Working, Surviving (al MAST di Bologna fino all’8 marzo) è letteralmente un gerundio inglese.
Un espediente linguistico acuto, quello impiegato dal curatore Urs Stahel e dallo stesso artista, grazie al quale s’insinua sin dal titolo della mostra il concetto di azione in durata, di gesto che è contemporaneamente soggetto del proprio dispiegarsi (vivere vivendo, lavorare lavorando, sopravvivere sopravvivendo), ponendo così chi osserva nel bel mezzo di un divenire, di uno svolgimento che aveva un prima e avrà un dopo, ma che nel processo di trasformazione in medium fotografico ha perduto la sua sequenzialità cronologica per trattenere l’azione in uno stato di latenza, di attesa di un movimento che lo spettatore – e solo lui – può immaginare.
LA MOSTRA DI JEFF WALL AL MAST DI BOLOGNA
Così accade in A Partial Account of events taking place between the hours of 9.35 a.m. and 3.22 p.m., Tuesday, 21 January 1997, una delle opere di apertura del percorso, che si sintetizza in una successione di frame inquadranti due uomini e due donne in varie azioni e interazioni, sempre frammentate e posizionate sulla soglia del non detto, in balia del mistero; o meglio, di una potenziale interpretazione che ogni spettatore vorrà ricavare.
IL RUOLO DELLO SPETTATORE NEGLI SCATTI DI JEFF WALL
L’uso della parola spettatore non è casuale, se si pensa che lo stesso Wall definisce la sua fotografia con il termine cinematography, collocandola così all’interno tanto di un processo di movimento (come se i suoi scatti corrispondessero, appunto, almeno a uno dei 24 frame per secondo necessari a generare il movimento cinematografico), quanto in una dimensione di preparazione registica, di teatro di posa maniacalmente studiato per mettere in scena un frammento di quotidianità che, pur nel suo essere accadimento reale, ne è allo stesso tempo una ricostruzione: lo scatto del fotografo di Vancouver, infatti, non scaturisce mai da una cattura immediata dell’evento, ma dall’osservazione di scene vissute di prima mano, sigillate nella memoria e ricostruite in un reale set, con tanto di scelta accurata di ambienti, soggetti, e ripetizione di azioni fino al raggiungimento di un equilibrio formale ritenuto indispensabile a restituire valore e formalità di quel ricordo.
TRA LA RAPPRESENTAZIONE TEATRALE E IL DOCUMENTARIO
In tal senso il suo lavoro si distingue in due filoni, entrambi rappresentati nell’esposizione bolognese: se il cosiddetto blatant artifice vede immagini che assolutizzano la loro dimensione teatrale – come nel caso di The Well, vero e proprio set cinematografico con tanto di simmetrie e assi visivi –, il near documentary include pezzi che si presentano come delle quasi fotografie d’inchiesta, in realtà realizzate in collaborazione con le persone che ne sono protagoniste: si tratta di uomini e donne comuni, come gli homeless impegnati a trascinare le loro valige in Overpass, che vengono chiamati a posare in scenari appartenenti alla loro quotidianità, arrivando così ad assumere anche il ruolo di interpreti e messaggeri delle condizioni socio-economiche più disparate. Un approccio mutuato dal neorealismo cinematografico italiano, che nel suo voler essere per volontà dello stesso Wall – del tutto non-politico, finisce per parlare della miseria umana post-capitalista in maniera più puntuale, materica (e politica) di tanti altri scatti realizzati da colleghi e reporter militanti.
IMMAGINI CHE DIVENTANO “UN MOMENTO DI VERITÀ SOCIALE”
Proprio con questi lavori si raggiunge il cuore dell’esposizione del MAST, che circa a metà percorso riporta una citazione di Wall secondo la quale “queste immagini possono considerarsi un momento di verità sociale, ottenuto grazie agli strumenti della poesia”: rappresentazione finta di una società vera, dunque, raggiunta tramite una poesia intesa nel senso di composizione, di costruzione ragionata e concreta, di una materialità quasi tridimensionale, a sua volta potenziata in maniera esponenziale grazie alla tecnica più cinematografica di tutte: quella del lightbox.
Vera rivoluzione introdotta da Wall a partire dagli anni Settanta, la retro-illuminazione che accompagna la quasi totalità delle sue opere ha trasformato radicalmente il paradigma della fotografia per come la conoscevamo, facendola entrare di diritto nel mondo delle installazioni: formato mutuato dall’estetica pubblicitaria urbana (tanto che il lightbox Uomo in strada, realizzato nel 1995, potrebbe quasi sembrare una pubblicità da catena di mid-fashion che trovi per strada, se non fosse per il rivolo di sangue presente sul viso e giacca del soggetto), la giustapposizione dell’immagine alla fonte luminosa imprime alle scene un peso visivo che si avvicina, ancora una volta, alla scena cinematografica, impedendo allo spettatore una fruizione di tipo passivo.
IL MONDO ATTRAVERSO L’OBIETTIVO DI JEFF WALL
Le proporzioni 1:1 delle stampe esposte nelle sale centrali della mostra costringono dunque all’immersione nello spazio fotografico, invitandoci a investigare sulle vite di quei personaggi, a entrare nel loro mondo e a soffermarci su elementi solo apparentemente secondari, ma che possono rivelarsi decisivi nella costruzione del senso; allo stesso modo, e forse in maniera ancor più sorprendente, sono i titoli di queste opere a spiazzare ulteriormente l’osservatore e a condurlo su un piano ulteriore di coinvolgimento: telegrafici, spesso iper-descrittivi e focalizzati su dettagli, oppure ridotti a un’unica parola, sono indizio misterioso di qualcosa di altro, più profondo e doloroso, reale nel suo essere messo in scena, un disvelamento di verità che l’autore non sa o non osa dichiarare e il cui significato, tra i tanti esempi possibili, sta proprio nel contrasto tra l’immagine straziante di un uomo circondato da spazzatura, accasciato su una bici poggiata a un muro, e una semplice didascalia che recita solo “Ciclista, 1996”. Ma può, quell’uomo lì, essere solo un ciclista?
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