Con il progetto Corpo Tessuto, Simone Miccichè indaga guerre, migrazioni e identità culturali attraverso la rappresentazione pittorica dei tessuti. Lo abbiamo incontrato per parlare del ruolo dell’artista e del corpo nei conflitti contemporanei.
“L’assenza e la presenza di un corpo migrante”: così si legge sul retro del catalogo che accompagna Corpo Tessuto 01, il progetto che l’artista bolognese Simone Miccichè, classe 1989, porta avanti dal 2015. Dal 5 al 15 febbraio 2026, in occasione di Art City Bologna 2026, gli spazi di eXtraBO – Fondazione Bologna Welcome hanno ospitato una selezione di opere del progetto, in una mostra curata da Federica Fiumelli e Francesco Liggieri.
La ricerca di Miccichè si concentra sull’analisi strutturale e pittorica di tessuti appartenenti a tradizioni culturali differenti: trame, pieghe e pattern vengono restituiti con una precisione quasi illusionistica, ma l’indagine formale non è mai fine a sé stessa. Ogni frammento di stoffa diventa segno di appartenenza e dispositivo per interrogare un sistema geopolitico in continua trasformazione, in cui guerra e migrazione occupano uno spazio centrale. Dopo la residenza presso VIR Viafarini-In Residence alla fine del 2025, il progetto proseguirà con una personale prevista entro il 2026 alla B&B Fine Art di Lugano. Abbiamo intervistato l’artista per farci raccontare il suo percorso creativo e personale.
Nella biografia presente sul tuo sito si legge “Miccichè può liberamente sentirsi allineato con i propri tempi”: che tempi sono questi?
Non sono tempi felici. La guerra è ovunque, costante. Ricordo che già alle medie mi stupivo nel vedere il telegiornale pieno di conflitti. Un giorno mio padre mi disse: «Simone, ci deve sempre essere una guerra». Quel “deve”, pronunciato con naturalezza, mi ha segnato. Non era una giustificazione, ma la constatazione di un meccanismo che sembra inevitabile: c’è sempre chi ne trae profitto, e le ragioni per combattere non finiscono mai.
Il tuo progetto “Corpo Tessuto” nasce nel 2015 e si confronta con scenari di conflitto. Quanto incide l’attualità sulla tua produzione?
Incide moltissimo: il mio progetto si basa su ciò che accade nel mondo. Nella vita mi annoio facilmente e questo mi spinge a sperimentare tecniche e linguaggi diversi; Corpo Tessuto, però, è una ricerca che continua perché continua il suo oggetto, cioè i conflitti. Se dovessi aspettare la fine della guerra per dichiararlo concluso, non finirebbe mai. I fronti sono così numerosi che non riuscirei comunque a tradurli tutti su tela, anche perché ogni opera richiede uno studio lungo e meticoloso.
Hai insegnato per nove anni alle superiori: quanto ha inciso questa esperienza sul tuo percorso?
Ho insegnato diverse discipline: grafica, storia dell’arte, discipline pittoriche.. Amavo molto quel lavoro, ma era totalizzante. Due anni fa ho fatto il salto, scegliendo di dedicarmi solo all’arte, e non mi sono più guardato indietro: quando elimini le distrazioni, ti costruisci una bolla; ora posso dipingere anche dieci ore di fila. Lasciare l’insegnamento non è stato semplice, ma mettendo tutto sulla bilancia non ho avuto dubbi. E se un giorno dovesse andare male, tornerei in aula con amore ed entusiasmo.
Perché il tessuto è diventato il centro del tuo linguaggio artistico?
Perché è un linguaggio potentissimo. Ogni cultura ha una propria identità tessile: dalla Sicilia e il pizzo alla tradizione ucraina del ricamo, dove ogni singola regione custodisce uno stile specifico. Mi affascina incredibilmente questo legame tra trama e identità: è un sistema visivo infinito, molto diverso dalla rappresentazione canonica del corpo.
Eppure nei tuoi quadri il corpo umano c’è sempre…
Sempre. Anche quando non lo si riconosce immediatamente. Il tessuto copre una parte del corpo – mai l’intero – perché non voglio che l’identificazione sia immediata. Ma la presenza del corpo umano è fondamentale: sono le persone a pagare le conseguenze delle scelte politiche, dopotutto.
Il titolo Corpo Tessuto suggerisce un legame inscindibile tra tessuti e corpi.
Esatto. È il tessuto che si fa corpo, il corpo che si fa tessuto. O, semplicemente, indica che in ogni opera convivono entrambi. Ci sono molte interpretazioni, lascio che sia il fruitore a decidere.
È impossibile osservare i tuoi quadri senza coglierne la loro forte connotazione politica.
Lo è, perché scelgo di dipingere tessuti provenienti da paesi segnati da guerra, povertà, migrazione: dall’emergenza nel Mediterraneo alle politiche del primo mandato di Donald Trump verso il Messico, fino alla Palestina. Nella serie dedicata a quest’ultima ho scelto di dipingere la kefiah ma anche i tallit israeliani. Era importante per me mostrare che le vittime non coincidono con le decisioni geopolitiche: la guerra si decide nei palazzi, ma a pagarne il prezzo sono civili e soldati.
Scegli di portare su tela simboli fortemente connotati. Che responsabilità senti come artista?
Non sento una responsabilità come artista, la sento come essere umano. Certo, la mia forma personale di dissenso è dipingere ed esporre, è il mio linguaggio: ma tutti dovremmo aprire gli occhi e sentirci responsabili e cercare di far sentire la nostra voce di fronte a genocidi e guerre.
Come è strutturato il tuo processo creativo?
Sulle tele di Corpo tessuto opero in tre fasi. Prima mi dedico alla ricerca sul contesto culturale e sul tessuto. Poi realizzo un servizio fotografico con un modello o una modella coperti dalla stoffa. A quel punto scelgo il dettaglio del corpo su cui concentrarmi, evitando sempre il corpo intero. Solo a questo punto posso procedere con la restituzione pittorica su tela.
Sembra un processo molto lungo, quanto tempo richiede ogni tela?
Dipende da molti fattori, anche dalla fortuna. A volte, anche la singola scelta della stoffa può richiedere settimane. Ad esempio, per la tela dedicata alla Cina la selezione è stata complessa perché le possibilità erano infinite. Anche la pittura stessa richiede tempistiche differenti: nella serie realizzata in residenza a Milano (da settembre a dicembre 2025 presso VIR Viafarini-In Residence, ndr) per la serie dedicata alla comunità egiziana milanese ho dovuto sovrapporre cinque strati per rendere la complessità della trama e delle sue sfumature dorate.. quello è stato un processo lungo.
E alla fine cosa hai scelto per la Cina?
Un raso nero con fiori rossi, usato per occasioni importanti. Sono fiori che sbocciano in inverno: volevo evocare la forza, la resistenza.
Nella tua biografia sul sito si parla di continua sperimentazione, ricerca, indagine.. dove ti ha condotto questa tua ricerca?
Dal punto di vista tecnico ho imparato moltissimo: nel tempo ho raffinato la scelta delle tele, dosaggi dell’olio, ho cominciato a modificare i pennelli per migliorare la resa delle texture. Quando lavoravo a scuola ho studiato e imparato a padroneggiare molte tecniche per trasmetterle ai miei studenti, e questa voglia di ricercare e sperimentare mi è rimasta.
E sul piano personale?
Lavoro su ciò che non capisco. Non sempre trovo risposte, e forse non è questo l’obiettivo. In un progetto così radicato nel conflitto, la consapevolezza più forte è un’altra: l’idea che possa durare all’infinito mi inquieta e mi indispone, perché significherebbe che la guerra continua a essere ovunque.
LINK
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