Tropical Studio #18. Rocha, il “dritto” del Maranhão

A tu per tu con Romildo Rocha, uno dei più curiosi artisti brasiliani emergenti, che mette in luce l’esperienza della vita quotidiana e l’identità del suo Maranhão attraverso una pittura affilata e ironica

Le fiere d’arte contemporanea sono i luoghi più distanti per chi vuole godere dell’esperienza della contemplazione, per questo sono rimasto estremamente stupito quando, nel 2024, durante l’inaugurazione di ArtRio – a Rio de Janeiro – il mio sguardo si è cristallizzato davanti a una piccola parete di dipinti, peraltro di piccolo formato, le cui figure rimandavano a un’immaginario completamente estraneo a ciò che il gusto semi-globalizzato del mercato propone ai quattro angoli del mondo.

In esse, un florilegio di visioni di un Brasile rurale, ma vissuto da tutti almeno qualche volta nella vita: uomini che giocano a biliardo, motociclisti, figure in trattorie, un bambino che vomita dal finestrino dell’autobus, Santi, Gesù Cristo, il Diavolo, donne che litigano per un “macho” e via dicendo…

Ecco l’universo di Romildo Rocha (1989), originario di São Luís do Maranhão, che attraverso la lente specifica del suo territorio – quel paesaggio ricco e vivissimo di leggende, tradizioni, colori e misteri – ci consegna un realismo esistenzialista curioso, che vive al confine tra naïf e sofisticato: uno sguardo ironico e persino scomodo, esattamente come lui stesso si mostra.

Attualmente in mostra a San Paolo, alla Galleria Zipper, nel XVII Salão dos Artistas Sem Galeria, questa conversazione è stata registrata con Rocha nel suo atelier a São Luís, lo scorso agosto.

Romildo Rocha, “A fazedora de bestas”, olio su tela, 30 x 40 cm, 2025
L'ultimo quadro che ti ho visto dipingere, postato in Instagram, aveva un arbitro di judo...

Quello è il mio sensei di judo, un ragazzo davvero fantastico: mi alleno da molti anni e non mi ha mai chiesto nulla. Non ho l’abitudine di regalare i miei lavori, ma questa volta ho fatto un’eccezione…

Prima di tutto, volevo sapere di più sul tuo percorso: quando ci siamo incontrati, a San Paolo, mi hai parlato della tua formazione in disegno industriale...

Esattamente, mi sono laureato in disegno industriale, anzi, era più disegno tecnico. Quindi righelli e scalimetro; non c’entrava nulla con quello che faccio oggi. Mi sono specializzato in Design del Prodotto, ma col tempo sono passato al Design Grafico. E nell’ambito della grafica ho lavorato molto con i marchi, con lo sviluppo dell’identità visiva. Mi piace molto questo universo e mi piace giocare con i loghi, inserendoli nei vestiti dei miei personaggi…

Infatti, mescoli i due lati della società: quello più spirituale e tradizionale e quello più capitalista – anch'esso a suo modo già dentro una “tradizione” - visto che è costume di tutti indossare magliette di squadre di calcio...

Sì, a volte è un’attivazione decisamente esagerata, come accade nei dipinti che raccontano le feste popolari, dove anno dopo anno è sempre più forte la presenza, anzi, l’assedio dei marchi all’interno delle stesse manifestazioni culturali, tanto che queste sono diventate il palcoscenico delle imprese.

Però, in fin dei conti, il tuo immaginario continua a essere ispirato dall'identità nordestina...

Il mio immaginario è tutto brasiliano, di São Luís in particolare. Nel dipinto che ho iniziato poco fa, reinterpreterò San Francesco, patrono degli animali, mescolandolo con Jeca Tatu, il personaggio creato da Monteiro Lobato, che era l’incarnazione dell’uomo di campagna. Povero, lavorava scalzo e prendeva malattie, fintanto che calzatosi decise di calzare anche tutti gli animali della fattoria [all’epoca in cui Lobato inserì Jeca Tatu nel racconto Uropês, nel 1914, si denunciava l’abbandono rurale e la valorizzazione dell’igiene, ndr]. Ne nascerà questo grande abbraccio tra di loro, in modo ironico, seguendo l’ispirazione della letteratura del cordel. [Letteratura popolare brasiliana, tipica del Nordest, caratterizzata da narrazioni in rima stampate su opuscoli e anticamente rilegate a corde, ndr].

Romildo Rocha, “Auto do Bumba-meu-boi”, olio su tela, 40 x 60 cm, 2023
Non è complicato per un artista, oggi, ispirarsi a qualcosa di così tradizionale?

Ci ho pensato molto: quello che ritraggo e che mi piace non è necessariamente di moda e, forse, non attira nemmeno l’attenzione di chi compra attualmente. Ma io non riesco a dipingere per la moda, capisci?

Già. Personalmente penso che il tuo lavoro abbia una profondità molto forte, ben oltre la questione dei colori vivaci, di ciò che è la faccia del Maranhão, delle favole sull'entroterra del Brasile, del Nordeste e quant'altro: si tratta, in primo luogo, di un lavoro d'autore mentre, a mio avviso, esiste una bolla con un eccesso di narrazioni biografiche, con molta pretesa concettuale che finisce per standardizzare persino i mercati...

In questo senso sono diventato cinico da tempo, fratello mio. A volte le persone non capiscono quanto lavoro c’è dietro un’opera piccola, specialmente nella realtà di São Luís. Già a San Paolo o a Rio l’atteggiamento è diverso; i collezionisti non piangono per avere sconti e quant’altro. Comunque, rispetto al mio lavoro, ho un amico pittore che afferma una cosa che trovo interessante: lui dice che se fossi anziano il mio lavoro avrebbe più successo. Sarà che devo davvero aspettare di invecchiare per vedere tutto funzionare? [ride, ndr]

Oggi lavori ancora come designer?

Ogni tanto attendo alcune domande, soprattutto per quanto riguarda i murales. Ho partecipato a diverse residenze artistiche come writer, ho dipinto a San Paolo al SESC Consolação, per esempio, e in molti posti del Brasile, ma quando sono passato all’arte contemporanea ho trovato molto pregiudizio nei confronti degli artisti che hanno lavorato con l’arte urbana, sai? Forse anche più di quanto ce ne sia verso gli artisti indigeni o black, tanto che ho quasi percepito un ricominciare da zero, l’entrare davvero in un nuovo percorso. È molto strano, sembrava che tutto ciò che avevo fatto fosse diventato impraticabile.

Romildo Rocha, “Viúva Negra”, olio su tela, 60 x 80 cm, 2025
Però realizzi molte pitture, scenografie e quant'altro, in occasione delle Feste di San Giovanni qui a São Luís, no? Consideri questo lavoro come parte della tua traiettoria di artista o è un'altra cosa?

In questo caso è così: una volta sentivo una certa responsabilità verso tutto questo mondo, capisci? Dopotutto, mi nutro di queste culture e con questi scambi è come se offrissi una contropartita. Però amo questa dimensione. Nel 2025 sono stato invitato a dipingere il Boi de Pindaré, un altro gruppo di Bumba Meu Boi [festa di folklore tipica dello stato del Maranhão, che combina personaggi umani e animali fantastici, ndr] molto tradizionale qui. In tutti i modi, anche io appartengo a questo luogo che lotta per sopravvivere: è una parte del mio lavoro che voglio mantenere, sai

Perché hai smesso con i graffiti?

Ho smesso di dipingere per strada perché la polizia mi ha preso, per scritte e quant’altro. In realtà, non erano nemmeno scritte vandaliche: stavo solo cancellando il nome di Bolsonaro, all’epoca della pandemia. Amavo stare per strada, anche perché è un modo per eternizzarsi: l’artista è vanitoso, l’artista vuole stare in uno spazio di circolazione. Però io mi sono ritrovato a 30 anni in commissariato per questo. Non avevo voglia. Così ho iniziato a dipingere, dipingere, dipingere…

È stato complicato questo passaggio dalla dimensione del murale alla "miniatura", visto che richiede un approccio alla pittura completamente diverso...

Totalmente, ma è dovuto anche a una questione di spazio in atelier. Lo spazio è un limite della pittura. Quando vivevo a casa di mia madre, il mio atelier era più grande; anzi, ho molti lavori conservati lì…

E molti anche qui...

Già, anzi mi sto espandendo in relazione alle proporzioni con cui lavoro di solito. Ogni tanto arrivano persone dell’arte che mi chiedono qual è il mio prezzo al metro lineare. Non so nemmeno cosa rispondere, visto che un’opera piccola può essere molto più ricca, avere anche più personalità e storia, di un quadro grande, come dicevo. Ad ogni modo mi estenderò anche per cercare di raggiungere più pubblico… [ride, ndr]

Romildo Rocha, “Contemporary X Jesus Christo”, olio su tela, 50 x 70 cm, 2025
Beh, se qualcuno ti chiedesse un'opera di grande formato potresti optare per realizzare un murale! Anzi, non mi hai ancora raccontato come sei entrato in quel mondo, così diverso da quello delle gallerie...

Stavo uscendo dall’università e sono andato a dipingere per strada, appunto, con i ragazzi dei graffiti. Da molto tempo pensavo che quella scena fosse interessante, ma ho voluto entrarci solo quando ho capito cosa avrei dipinto, ispirato dal linguaggio della letteratura del cordel. Ho iniziato a esplorare queste narrazioni, dipingendo nel mio quartiere o in città. Una volta, però, era solo in bianco e nero; i colori brillanti – l’azzurro, il rosso, il giallo – sono arrivati dopo.

E le lettere? Anzi, direi "le insegne" che entrano sempre nei tuoi racconti dipinti?

Sono arrivate, inizialmente, da un libro il cui titolo è Il design brasiliano prima del design. Era un libro su imballaggi, ornamenti e lettering… Ho pensato che il mio lavoro sarebbe stato arricchito se avessi inserito un po’ di questi elementi. All’epoca i miei dipinti erano ancora molto simmetrici, ma l’unione di questi elementi grafici combinati con i colori ha dato vita a una bella formula che mi ha messo più a mio agio.

Quanto tempo ci vuole per dipingere una tela di piccolo formato?

Ah, dipingo velocemente: in un paio di giorni la faccio. Ho avuto molte più difficoltà in passato.

Caspita, due giorni mi sembrano pochissimi!

Sì, ma dipende. Ho faticato molto con questa cosa del medium, sai? Ho impiegato molto tempo per raggiungere un alto livello nei dettagli, per imparare a dipingere le minuzie. Inoltre, non dipingo di getto: abbandono le tele, poi ci ritorno, ne prendo una più piccola da sistemare, le lascio lì ad aspettarmi…

Torniamo ai tuoi temi? C'è un misto tra profano e sacro, Dio che sfiora il diavolo, paesaggi intimi e persino erotici, fatti quotidiani, oggetti di consumo che diventano simboli, come le moto per i motociclisti, oltre appunto alle feste tradizionali cooptate dai marchi di cui abbiamo già parlato...

Mi piace molto l’universo della lotta. Il quadro Dio perdona, dove una donna tiene un uomo a terra con una mossa di jiu-jitsu ha una dimensione teatrale: tutti intorno che guardano, loro due che litigano in mezzo, come in un’arena. A volte, sono certo di dipingere la famiglia che abita di fronte al mio atelier: tutto il giorno la loro televisione è sintonizzata su programmi musicali di serestas e video di show di paredão [genere musicale tradizionale, specialmente nel Nordest brasiliano, ndr]. Inoltre, ho viaggiato molto con mio padre che era camionista; con lui ho scoperto l’interno del Maranhão, ogni angolo dello stato. Inserisco sempre questi riferimenti rurali e ho sempre desiderato vivere in un luogo più lontano dalla città: abbiamo un pezzetto di terra, in campagna, ma da quando è stato invaso dai ladri ci siamo un po’ scoraggiati all’idea di trasferirci. Ad ogni modo ho sempre conosciuto da vicino questo universo, quindi per me è molto naturale parlare delle cose dell’entroterra. Vicino ad Alcântara, per esempio, c’è la comunità quilombola di Itamatatiua: lavorano con la ceramica tradizionale, è una ricchezza immensa, una grande saggezza…

Romildo Rocha, “Jogo do Cão”, olio su tela, 90 x 70 cm, 2023
Ma la pittura è sempre stata nella tua vita? Hai sempre dipinto?

No, no. Non mi interessava per niente l’idea di essere artista, ma all’università la gente già mi diceva che lo ero. Artista di cosa? Non lo sapevo, ma mi piaceva, avevo questa sensibilità. Quando sono uscito, come ho già detto, ho iniziato a dipingere murales… Ma non ti ho mai detto che volevo diventare militare?

Non che non me l'hai detto...Allora è adesso che inizia l'intervista!

Già, fin da piccolo volevo fare il militare. Ho fatto molti concorsi, ma non sono passato in nessun tipo: dall’esercito alla marina, non sono mai passato. Ho rinunciato, anche perché c’è un’età limite per accedere alla carriera militare e ormai non è più possibile. Grazie a Dio.

Ma da dove viene questo desiderio di fare il militare?

Quando ero bambino, mia madre mi ha iscritto a un progetto speciale chiamato “Bombeiro Mirim” [letteralmente: piccolo Vigile del Fuoco, ndr], che si svolgeva nei fine settimana. Era un progetto di comunità e c’erano molte attività – tipo letture e quant’altro – che coinvolgevano i militari, i poliziotti, i vigili del fuoco, i fucilieri di marina, con i ragazzi. All’epoca ne rimasi incantato, ma oggi ho un altro sguardo su quel mondo…

Oggi sei in mostra a San Paolo, al diciassettesimo Salone degli Artisti senza galleria, alla Galleria Zipper. Cosa ci diresti, riguardo ai tuoi prossimi passi?

Penso che dobbiamo sempre rispettare chi ha creduto in noi, sai? Anche passando attraverso momenti complicati, è nostra responsabilità valorizzare il nostro lavoro, tenere duro. Oltre all’impegno con me stesso, ce l’ho anche con le persone che mi hanno scelto. In passato mi sono messo più pressione, oggi sono più tranquillo. Ma la vita non è mica uno zuccherino, amico.

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Tropical Studio #18. Rocha, o moral do Maranhão

Já que as feiras de arte contemporânea são os lugares mais distantes para quem quer aproveitar a experiência da contemplação, fiquei extremamente estupefato quando, em 2024, durante a abertura da Art Rio – no Rio de Janeiro, o meu olhar cristalizou-se perante uma pequena parede de pinturas, inclusive, de pequeno porte, cujas figuras remetiam a uma imagética completamente alheia ao que o paladar meio globalizado do mercado propõe aos quatro cantos do mundo.
Nelas, um florilégio de visões de um Brasil interiorano, porém, vivenciado por todos pelo menos algumas vezes na vida: homens jogando sinuca, motoqueiros, figuras em botecos, uma criança vomitando pela janela do ônibus, Santos, Jesus Cristo e o Diabo, mulheres brigando por um macho e assim por diante…
Eis o universo de Romildo Rocha (1989), natural de São Luís do Maranhão, que pela específica lente dos seus próprios arredores – por aquela paisagem rica e vivíssima em lendas, tradições, cores e mistérios, entrega-nos um realismo existencialista curioso que vive na beira entre o naïf e o sofisticado: um olhar irônico e até incômodo, exatamente do jeito pelo qual o artista se mostra.
Atualmente em exposição em São Paulo, na Galeria Zipper, no XVII Salão dos Artistas Sem Galeria, essa conversa foi gravada com Rocha no ateliê dele em São Luís, no passado mês de agosto.

A última tela que vi você pintando, no Instagram, tinha um juiz de judô…
Esse é o meu Sensei de judô, um cara muito massa: eu treino há muitos anos e ele nunca me cobrou nada. Não tenho costume de presentear as pessoas com trabalhos, mas dessa vez fiz uma exceção…

Antes de tudo, queria saber mais sobre o seu percurso: quando nos encontramos, em São Paulo, você me contou da sua formação em desenho industrial…
Exatamente, eu sou formado em desenho industrial, aliás, era mais desenho técnico. Portanto réguas e escalímetro; não tinha nada a ver com o que eu faço hoje. Fui habilitado em design de produto, mas com o tempo migrei para o design gráfico. E dentro do gráfico trabalhei muito com marcas, com desenvolvimento de identidade visual. Gosto muito desse universo e gosto de brincar com essas logomarcas, colocando-as na roupa das minhas personagens…

De fato, você mistura os dois lados da sociedade: o mais espiritual e tradicional e o mais capitalista, contudo bem tradicional por sua vez, já que é costume de todo mundo vestir camisa de time…
É, às vezes é uma ativação bem exagerada, como acontece nas pinturas que relatam das festas populares, onde ano após ano é cada vez mais forte a presença, aliás, o assédio de marcas dentro das manifestações culturais.

De fato, as brincadeiras culturais se tornaram os palcos das marcas. Mas, afinal de contas, a sua imagética continua sendo inspirada pela identidade Nordestina…
O meu imaginário é todo brasileiro, de São Luís mesmo. Na pintura que comecei há pouco vou reinterpretar São Francisco, padroeiro dos animais, misturando-o com o Jeca Tatu, figura criada por Monteiro Lobato, que era a encarnação do homem da roça. Pobre, trabalhava descalço e pegava doenças, até que ao calçar-se, resolveu calçar de vez todos os bichos do sítio [na época em que Lobato colocou Jeca Tatu no conto Uropês, em 1914, denunciava-se o abandono rural e a valorização da higiene, ndr]. Aí, virá esse abração entre eles, de uma forma até irônica, seguindo a inspiração na literatura do cordel.

Não é complicado para um artista, hoje em dia, inspirar-se em algo tão tradicional?
Pensei muito sobre isso: o que eu retrato e que eu gosto não necessariamente está em voga e, talvez, nem chame a atenção de quem está comprando coisas atualmente. Mas eu também não consigo ficar nessa de pintar para a moda, entendeu?

Pois é. Pessoalmente eu acho que o seu trabalho tenha uma profundidade muito forte, bem além da questão das cores vivas, do que é a cara do Maranhão, das fabulações sobre o interior do Brasil, do Nordeste e tal: trata-se, primeiramente, de um trabalho autoral enquanto, ao meu ver, existe uma bolha com um excesso de narrativas biográficas, com muita pretensão conceitual que acaba padronizando até os mercados…
Nesse sentido eu já desromantizei muito, meu irmão. Às vezes as pessoas não entendem quanto trabalho está por trás de uma pequena obra, especialmente na realidade de São Luís. Já em São Paulo ou no Rio a atitude é diferente; os colecionadores não choramingam por descontos e tal. Mas, enfim, sobre o meu trabalho, eu tenho um amigo pintor que fala uma coisa que acho interessante: ele diz que se eu fosse idoso o meu trabalho teria mais sucesso. Será que tenho mesmo que esperar envelhecer para ver tudo fluir?[risas, ndr] 

Mas ainda trabalha como designer?
De vez em quando atendo a algumas demandas, principalmente falando em mural. Eu já participei de várias residências artísticas como grafiteiro, pintei em São Paulo no SESC Consolação, a exemplo, e em muitos lugares do Brasil, mas quando fui pra arte contemporânea achei muito preconceito com os artistas que já trabalharam com a arte urbana, sabe? Talvez bem mais do que tem com preto o com índio, até que quase percebi que estava recomeçando do nado, entrando em um novo caminho mesmo. É muito doido, parecia que tudo que já fiz se tornasse inviável.

Porém, você realiza muita pintura de fantasias, cenários e tal, nas festas juninas aqui em São Luís, não é? Considera esse trabalho como parte da sua trajetória de artista ou é outra coisa?
Nesse caso é assim: antigamente eu me via até com uma certa responsabilidade com isso, entendeu? Afinal de contas eu me alimento dessas culturas e com essas trocas é como se eu oferecesse uma contrapartida. Mas também eu amo essa dimensão. Em 2025 eu fui convidado para pintar o Boi de Pindaré, mais um grupo de Bumba Meu Boi bem tradicional daqui. De qualquer forma, eu também pertenço a esse lugar que luta para sobreviver: é uma vertente do meu trabalho que eu quero manter, sabe?

Por que você parou com o grafite?
Parei de pintar na rua porque a polícia me pegou. Pichação e tal. Na verdade, nem era pichação; eu só estava apagando o nome de Bolsonaro, na época da pandemia. Eu amava estar na rua, mesmo porque é uma forma da gente se eternizar: o artista é vaidoso, o artista quer estar em um espaço de circulação. Mas eu me vi com 30 anos dentro de uma delegacia por conta disso. Não dá. Assim comecei a pintar, pintar, pintar…

Foi complicada essa mudança da dimensão mural à “miniatura”, já que ela exige uma aproximação à pintura completamente diferente…
Totalmente, mas é também devida a uma questão de espaço no ateliê. O espaço é um limitador da pintura. Quando vivia na casa da minha mãe, o meu ateliê era maior; inclusive, tenho muitos trabalhos guardados lá…

E muitos tem aqui, também…
Pois é, inclusive estou me expandindo, perto da proporção que eu normalmente trabalho. De vez em quando chegam agentes da arte perguntando qual é o meu valor por metro linear. Eu nem sei o que responder, já que uma obra pequena pode ser bem mais rica, ter também mais personalidade e história, do que uma pintura grande. Mas enfim, vamos esticar também para tentar atender mais público… [risas, ndr]

Bom, se alguém lhe pedir para um trabalho de grande formato você poderia optar para realizar um mural mesmo! Inclusive, você ainda não me contou como entrou naquele mundo, bem diferente do das galerias…
Estava saindo da faculdade e fui pintar na rua, com os moleques dos grafites. Há muito tempo achava aquela cena massa, mas só quis entrar quando percebi o que ia pintar, inspirado pela linguagem da literatura do cordel. Comecei a explorar essas narrativas, pintando no meu bairro, ou pela cidade. Outrora, porém, era só preto e branco; as cores brilhantes – o azul, o vermelho, o amarelo, vieram só depois.

E as letras? Aliás, eu diria “os letreiros” que entram sempre nos seus causos pintados?
Vieram, inicialmente, de um livro cujo título é O design brasileiro antes do design. Era um livro sobre embalagens, adornos e letras…Pensei que o meu trabalho teria ficado enriquecido se eu tivesse colocado nele um pouco desses elementos. Naquela época as pinturas ainda eram bem simétricas, mas a junção desses elementos gráficos combinados com as cores, resultaram em uma bela fórmula que me deixou mais confortável.

Quanto demora para pintar uma tela de pequeno formato?
Ah, eu pinto ligeiro: em uns dois dias eu faço. Já tive muito mais dificuldade.

Caramba, dois dias acho bem pouco!
É, mas depende. Eu já apanhei muito com essa coisa do médium, sabe? Demorei muito para chegar a um nível alto em detalhes, para saber pintar as minúcias. Além disso, eu não pinto direto: largo as telas, volto nelas, pego uma coisa menor para ajeitar, deixo elas à minha espera…

Vamos voltar aos seus temas? Tem uma mistura entre profano e sagrado, Deus que esbarra o capeta, paisagens íntimas e até heroicas, fatos cotidianos, objetos de consumo que se tornam símbolos, como as motos para os motoqueiros, além das festas tradicionais cooptadas pelas marcas que já debatimos…
Eu gosto muito do universo da luta. A tela Deus perdoa, onde uma mulher segura um homem no chão com um golpe de jiu-jitsu tem uma dimensão teatral: todo mundo assistindo em volta, os dois brigando no meio, como em uma arena. Às vezes, tenho certeza que eu estou pintando a galera que mora na frente do meu ateliê: todo o dia a televisão deles está ligada em programas musicais de serestas e vídeos de show de paredão. Além disso, eu viajei muito com meu pai que era caminhoneiro; com ele descobri o interior do Maranhão, cada canto do estado. Eu sempre coloco essas referências rurais e também sempre almejei de morar em um lugar mais afastado da cidade. A gente já tem um sítiozinho, no interior, mas desde que foi invadido e roubado demos uma desanimada. Mas enfim, sempre conheci por perto esse universo, portanto é muito natural para mim falar das coisas do interior. Ao lado de Alcântara, a exemplo, tem a comunidade quilombola de Itamatatiua: eles trabalham com a cerâmica tradicional, é muita riqueza, muita sabedoria…

Mas a pintura sempre esteve na sua vida? Você sempre pintou?
Não, não. Eu não queria ser artista de jeito nenhum, mas na faculdade a galera já falava para mim que eu era artista. Artista de que? Não sabia, mas eu gostava, tinha essa sensibilidade. Quando saí, como já falei, comecei a pintar murais…Mas eu não lhe falei que eu queria era me tornar militar?

Falou não…Então é agora que começa a entrevista!
Pois é, desde pequeno eu queria ser militar. Aí eu prestei muito concurso, mas não passei por nenhum tipo: de exército até marinha, não passei em nada. Desisti, mesmo porque tem uma idade certa para acessar a carreira militar e já não dá mais. Graças a Deus.

Mas de onde veio esse desejo de ser militar?

Quando era criança, minha mãe me colocou eu num projeto especial chamado “Bombeiro Mirim”, que acontecia nos finais de semana. Era um projeto da comunidade e tinha muitas atividades – tipo leituras e tal, que envolviam os militares, os polícias, os bombeiros, os fuzileiros da marinha, com os meninos. Aí eu fiquei encantado naquela época, mas hoje tenho um outro olhar sobre aquele mundo…

Hoje você está expondo em São Paulo, no décimo sétimo Salão dos Artistas sem galeria, na Galeria Zipper. O que você falaria, em relação aos seus próximos passos?
Eu acho que sempre temos que respeitar quem acreditou em nós, sabe? Mesmo passando por momentos complicados, é nossa responsabilidade valorizar o nosso trabalho, segurar a onda. Além do compromisso comigo mesmo o tenho também com as pessoas que me escolheram. Eu já me cobrei mais, hoje estou mais tranquilo. Contudo, a vida não é mamão não, cara.

Matteo Bergamini
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