Un dialogo sul segno che l’arte lascia nel tempo e nello sguardo di chi osserva.
La prima volta che ho visto un’opera di Valerio Berruti è stata sfogliando il catalogo di un noto premio per l’arte che oggi non esiste più e al quale, in quegli anni, partecipavo anch’io. Fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno: mi chiedevo come fosse possibile dipingere in quel modo, con una cifra così poetica e allo stesso tempo così devastante.
Ho ritrovato poi il suo lavoro in altri cataloghi, ho visitato molte sue mostre e me lo sono ritrovato davanti alla Biennale del 2009, nel Padiglione Italia curato dai “due Beatrice”, Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice. Io ero lì perché all’epoca lavoravo per quella che considero la grande madre di tutte le Biennali, e lo osservavo mentre realizzava la sua opera con l’impressione di trovarmi davanti a un artista senza tempo.
Qualche tempo fa ero con Silvio Salvo — è sempre colpa sua — e gli ho chiesto: “Ma Valerio Berruti che tipo è? ”. Mi ha risposto semplicemente: “Un grande ”. Tanto è bastato perché iniziassi a immaginare una serie di domande per un’intervista che, dentro di me, sapevo avrei fatto prima o poi. Su Instagram ho invitato Elisa (sua moglie) e lui alla mostra che curavo a Bologna per l’Art Week di Arte Fiera 2026: uno di quegli inviti che non sai mai se diventeranno reali. E invece sono arrivati davvero. Ero felice come un bambino il giorno di Natale. Con le sue opere Valerio mi ha mostrato cose che di solito riconosco solo nei grandi pittori e negli artisti che attraversano la storia dell’arte. Intervistarlo non ha fatto che confermare questa sensazione.
Buona lettura.
Ricordi il momento in cui hai capito che avresti voluto fare l’artista? È stata una scelta o una necessità?
Non so se ci sia stato un momento preciso. Disegno da quando ero bambino e non ho mai davvero fatto altro. Più che una scelta, è sempre stata una certezza.
Le tue opere dialogano spesso con l’infanzia e la memoria. Quanto del bambino che sei stato continua a lavorare dentro di te?
Cerco di conservarlo il più possibile. Difendo con determinazione il bambino che sono stato e il suo modo di guardare il mondo.
Quando inizi un lavoro, parti da un’idea precisa o lasci che il materiale ti conduca altrove?
Parto sempre da un’idea chiara e scelgo il linguaggio più adatto per realizzarla. A volte unisco più media, come scultura e video-animazione. È successo con La giostra di Nina (che è un’opera monumentale partecipativa, ma anche un corto animato con la musica di Ludovico Einaudi) ma anche con Don’t let me be wrong, presentata nel cortile di Palazzo Reale, a Milano. All’esterno si vede il grande busto di una bambina con lo sguardo rivolto verso l’alto. Entrando all’interno dell’opera si incontra la stessa figura, raffigurata in un’animazione, spaventata da un temporale improvviso. La colonna sonora, composta da Daddy G dei Massive Attack insieme a Stew Jackson, amplifica quella tensione sonora e simbolica, evocando la fragilità del momento che stiamo vivendo. Mi piace pensare che, dopo aver attraversato l’opera, lo spettatore non possa più guardarla con gli stessi occhi di prima.
Nei momenti di blocco creativo - se ci sono - cosa pesa di più: il silenzio o il rischio di ripeterti?
Non soffro di veri blocchi. Piuttosto, ho l’ansia di essere fin troppo produttivo.
Hai mai avuto paura che il tuo linguaggio, così riconoscibile, potesse diventare una prigione?
No, non l’ho mai vissuta come una prigione. Cambiare tecniche, materiali e linguaggi impedisce al mio lavoro di irrigidirsi. Posso piacere oppure no, ma la riconoscibilità non è un limite: è la conseguenza naturale di una ricerca coerente con ciò che sono.
Il rapporto con lo spettatore è centrale nel tuo lavoro. Ti interessa guidarlo emotivamente o lasciargli libertà, anche a costo di essere frainteso?
Entrambe le cose: mi piace guidarlo, come dicevo poco fa per l’opera Don’t let me be wrong, ma accetto che ognuno possa trovare un significato diverso. Credo che la libertà sia alla base del rapporto tra artista e spettatore.
Quanto conta il contesto – museo, spazio pubblico, paesaggio – nella definizione finale di un’opera?
Conta tutto. Penso quasi sempre in termini site-specific. È responsabilità dell’artista creare qualcosa che dialoghi con il luogo, anche considerando il tempo e chi lo abiterà in futuro.
Se togliessimo il sistema dell’arte e le sue aspettative, continueresti a fare esattamente lo stesso lavoro?
Senza alcun dubbio.
Ti è mai successo di finire un’opera e sentire che non ti apparteneva più?
Sì, ma spesso quei lavori diventano l’inizio di qualcos’altro.
Se dovessi spiegare a te stesso, con brutalità e sincerità, perché fai arte, quale sarebbe la risposta che dici raramente ad alta voce?
Perché è il segno che voglio lasciare.
Quando un’opera tua entra in uno spazio nuovo, sembra cambiare identità. Come vivi questo rapporto tra oggetto, luogo e chi lo osserva?
Spero sempre che i miei bambini vengano accolti con cura.
Ti interessa che lo spettatore scopra l’opera lentamente, quasi per caso, o preferisci che sia subito chiara e potente?
Credo possano succedere entrambe le cose, dipende tutto da chi osserva e da come si predispone; può colpire immediatamente o rivelarsi nel tempo. L’importante è che arrivi un messaggio.
Spesso il tuo lavoro sembra un equilibrio tra pensiero concettuale e gesto poetico. Come nasce questa tensione tra mente e corpo nel tuo processo creativo?
Parto da un concetto preciso, lo immagino completo, gli dò un titolo, inizio a lavorare e poi sottraggo. Tolgo fino ad arrivare all’essenziale, perché solo così, secondo me, l’opera può diventare universale.
C’è un’opera in cui hai sentito davvero di aver catturato qualcosa di “invisibile”, qualcosa che non si poteva spiegare a parole?
Ad esempio l’installazione Nel nome del Padre esposta a Palazzo Reale a Milano. Un gruppo di 41 bambini idealmente ritratti in preghiera con il busto chinato, lo sguardo abbassato e le mani messe in modo diverso, ognuno per rivolgersi al proprio Dio. Di fronte a loro solo una bambina ha il volto alzato, ma sembra a capo di un esercito stanco al quale lei, affranta, rifiuta di dare ordini. Per me in quel lavoro c’è l’assurdità di ogni conflitto.
Come descriveresti il tuo percorso artistico fino a oggi? Ci sono stati momenti decisivi o svolte particolari nella tua carriera?
Indubbiamente la Biennale di Venezia del 2009. Da lì è cambiato tutto.
Quali esperienze formative – accademiche, personali o di viaggio – hanno influenzato maggiormente la tua ricerca artistica?
Cerco sempre di vivere intensamente i posti in cui lavoro ed espongo. L’ho fatto quando sono stato in residenza per un anno a New York, poi a Tokyo dove ho vissuto diversi mesi ed esposto al Pola Museum, a Johannesburg o in Cina. Mi piace usare materiali che rappresentino il luogo in cui lavoro in quel momento.
Se tu dovessi descriverti attraverso il titolo di un’opera d’arte, quale sceglieresti? (L’opera può essere tua come non).
C’è troppa luce per non credere nella luce (mia).
Sono nato bambino, mi sono trovato bene e lo sono rimasto (Pinot Gallizio).
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