La 61. Biennale Arte di Venezia prende forma. Oltre le polemiche nazionali sulla presenza degli artisti italiani, è un invito ad abbassare il volume del sistema dell’arte per ascoltare storie marginali, memorie diasporiche e voci laterali.
Alla Biennale di Venezia succede sempre la stessa cosa: qualcuno annuncia il titolo della mostra e, per qualche minuto, la stanza si riempie di interpretazioni. Curatori che annuiscono, giornalisti che digitano freneticamente, artisti che provano a capire se dentro quel titolo ci sia spazio anche per loro. Per la 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, il titolo è In Minor Keys. Tre parole che suonano come un invito ad abbassare il volume del mondo. La mostra aprirà dal 9 maggio al 22 novembre 2026 tra Giardini, Arsenale e quella costellazione di luoghi veneziani che ogni Biennale finisce per trasformare in una geografia parallela dell’arte contemporanea. Il progetto nasce dalla visione della curatrice Koyo Kouoh, una delle figure più autorevoli della curatela internazionale, scomparsa nel 2025 poco prima di poter presentare pubblicamente la sua Biennale. La decisione di portare avanti il progetto seguendo l’impianto da lei concepito non è soltanto un gesto istituzionale: è anche una dichiarazione di fiducia nella sua visione. E quella visione è sorprendentemente semplice.
LE STORIE SECONDARIE E MARGINALI PROTAGONISTE IN BIENNALE
In Minor Keys usa la musica come metafora: le tonalità minori non sono soltanto malinconiche, sono profonde. Sono il luogo dove la musica smette di essere trionfale e diventa riflessione, dove le emozioni non sono gridate ma sedimentate. Kouoh immaginava una Biennale che funzionasse esattamente così: non una mostra costruita per urlare ma una mostra capace di ascoltare.
Le storie laterali, le memorie diasporiche, le genealogie invisibili, le comunità che producono cultura lontano dai centri del potere artistico. In un momento storico in cui le grandi esposizioni internazionali sembrano spesso trasformarsi in giganteschi megafoni geopolitici (pieni di dichiarazioni, slogan, urgenze), la proposta di Kouoh appare quasi controintuitiva: abbassare il volume. Cercare le vibrazioni sottili invece del rumore.
E LA POLEMICA SULLA MANCANZA DEGLI ARTISTI ITALIANI IN BIENNALE?
Poi però, inevitabilmente, arriva la polemica domestica. Appena diffusi i primi nomi degli artisti invitati alla mostra internazionale, una parte del nostro sistema dell’arte ha reagito con una domanda che torna ciclicamente ogni due anni: dove sono gli italiani? La loro presenza limitata nella mostra centrale è stata subito interpretata come un segnale preoccupante, quasi un sintomo della presunta marginalità dell’Italia sulla scena contemporanea globale. È una reazione comprensibile ma anche, probabilmente, una questione mal posta. Non dobbiamo dimenticarci che il nostro sistema è un piccolo giardino dove spesso a far bene sono in pochi, e che un artista per essere davvero riconosciuto da questo stesso sistema deve prima farcela fuori dal proprio Paese (provate a fare una ricerca sui primi tre italiani ‘giovani’, sui 40 anni, che hanno partecipato alle scorse Biennali e vi renderete conto che abitano fuori dai nostri confini). Altro fatto da non dimenticare è che la Biennale non è mai stata una mostra nazionale e non lo è diventata nel frattempo. Il suo formato è esplicitamente internazionale e la rappresentanza dei singoli Paesi trova il proprio spazio nei padiglioni nazionali, primo fra tutti il Padiglione Italia, che nel 2026 presenterà un progetto dell’artista Chiara Camoni curato da Cecilia Canziani. Ma il punto vero è un altro.
L’ARTE NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE
L’arte contemporanea non funziona più secondo logiche di appartenenza geografica rigida. Funziona per reti, per contesti, per circolazioni culturali che attraversano i confini. Un artista oggi può nascere a Bari, vivere a Berlino, lavorare con un collettivo a Johannesburg ed esporre a Seoul. Chiedere quanti italiani ci siano nella mostra centrale della Biennale significa, in fondo, applicare una griglia novecentesca a un sistema che ormai opera su scala completamente diversa. Il vero rischio non è che gli italiani siano pochi nella mostra centrale; il vero rischio è continuare a pensare l’arte contemporanea come una classifica nazionale. Kouoh, con il suo progetto, sembra voler scardinare proprio questo riflesso condizionato. In Minor Keys non parla soltanto di contenuti, parla anche di prospettiva: spostare lo sguardo dalle narrazioni dominanti alle storie marginali, dalle grandi capitali simboliche alle costellazioni culturali che normalmente restano fuori dal radar. In questo senso la Biennale 2026 potrebbe rivelarsi una delle più interessanti degli ultimi anni (lo dico ogni due anni ma questa volta ci credo per davvero). Non perché prometta effetti spettacolari o architetture espositive monumentali (Venezia è già piena di spettacolo) ma perché prova a fare qualcosa di molto più difficile: creare uno spazio di ascolto. E ascoltare davvero, nel sistema dell’arte contemporanea, è un gesto quasi sovversivo. Significa accettare che la storia dell’arte non è più un coro compatto che canta all’unisono, ma una moltitudine di voci che suonano in tonalità diverse. Alcune di queste voci arrivano dall’Italia, molte altre no. Ma se la Biennale funziona ancora come dispositivo culturale globale è proprio perché, ogni due anni, Venezia diventa il luogo in cui queste voci si incontrano, si scontrano e per un momento provano, a suonare insieme nella stessa partitura imperfetta. E forse la vera domanda non è quanti italiani ci siano in Biennale, ma se siamo ancora disposti ad ascoltare il mondo quando smette di parlare la nostra lingua.
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