Dieci passi (per niente lineari) verso la Biennale di Venezia

Osservando ciò che accade dentro e attorno alla Biennale di Venezia, emerge una mappa non ufficiale del sistema dell’arte. Ecco un decalogo imperfetto ma realistico per capire come si entra (o si resta fuori) dal più ambito dei dispositivi espositivi globali.

Si racconta che ogni due anni, quando i Padiglioni si aprono fra i Giardini e le navate dell’Arsenale, l’art system resetti il proprio immaginario collettivo. L’artista che espone diventa subito un ‘biennal artist’, creatura a metà fra star mediatica e testimone etico del presente. Chi invece rimane fuori continua a interrogarsi sul percorso per entrare in quel recinto simbolico.

Non esiste una ricetta, naturalmente. Ma esistono indizi, linee di tendenza, aneddoti ricorrenti. Esistono voci nei corridoi dei vernissage, liste invisibili, simpatie strategiche e una certa predisposizione a credere che, tutto sommato, anche il caso abbia il suo metodo. Così, osservando con sguardo laterale ciò che accade dentro e intorno alla Biennale di Venezia, si può tentare di stilare un decalogo teorico – non lineare, certo, ma abbastanza realistico – per chi volesse davvero capire come si finisce dentro (o fuori) il più ambito dei contenitori dell’arte.

1. SERVE UN’IDENTITÀ ARTISTICA CHIARA, RICONOSCIBILE, POSIZIONABILE

Sarah Thornton, nelle sue etnografie sul mondo dell’arte, descrive l’importanza di una brand identity chiaramente distinguibile: l’artista deve raccontare sé stesso prima ancora delle proprie opere, perché i gatekeeper globali comprano storie prima che oggetti. La poetica dev’essere densa di urgenza politica o poesia, ma soprattutto leggibile. Una ricerca sulla ‘transizione ecologica dei materiali’ o sull’intelligenza artificiale, se narrata con precisione, diventa un codice facilmente trasmissibile nei dossier che viaggiano fra ministeri, istituti di cultura e board curatoriali.

Okwui Enwezor, “Documenta 11”, Biennale Arte, 2002

2. DEVI ABITARE L’ECOSISTEMA CHE ALIMENTA LE BIENNALI 

Le mostre internazionali non si nutrono solo di estetica, ma di relazioni. Okwui Enwezor, curatore di Documenta 11, teorizzava la mostra-piattaforma: reti di ricerca, luoghi di pensiero e comunità transnazionali che si sovrappongono. Le biennali funzionano ancora così. Frequentare residenze strategiche, project space dal taglio discorsivo, biennali minori ma iperconnesse è fondamentale. Non si tratta di carriera, ma di ecologia: far parte del suolo fertile da cui nascono le selezioni.

3. LAVORA CON CHI LAVORA CON I CURATORI

Se il curatore non lo conosci, conosci chi lo conosce. Può sembrare cinico, ma è semplicemente realistico. Le selezioni biennale avvengono attraverso cerchie fiduciarie. Collaborare con istituzioni, teorici, artisti e curatori che gravitano nella stessa orbita significa aumentare le possibilità di essere considerati affidabili, coerenti, ‘già noti al sistema’.

Ettore Tito, Poster della VI Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia (Biennale di Venezia), Venezia, 1905

4. COSTRUISCI UN DISCORSO INTERNAZIONALE, NON UNA CARRIERA LOCALE 

Il progetto artistico deve potersi leggere all’interno di una narrazione globale. Adriano Pedrosa, curatore della Biennale del 2024, ha costruito la mostra attorno al concetto di Foreigners Everywhere, scegliendo artisti fuori asse rispetto al canone occidentale. La diaspora, le identità queer, la decolonialità: sono temi estetico-politici che parlano al presente del mondo, non solo dell’arte. E chi li articola con competenza, senza retorica, ha più possibilità di entrare nel radar curatoriale.

5. LA DIPLOMAZIA CULTURALE CONTA PIÙ DELLA POETICA

Nei Padiglioni Nazionali, la selezione passa spesso da ministeri, ambasciate, consigli di amministrazione, funzionari. Il caso del Padiglione Polonia del 2024 è emblematico: Ignacy Czwartos, scelto dal governo uscente, è stato rimosso dal nuovo esecutivo, che ha azzerato la mostra a pochi mesi dall’apertura. La politica culturale pesa quanto – e a volte più – della qualità artistica. Costruire relazioni istituzionali è parte del lavoro.

6. LA STAMPA INTERNAZIONALE PUÒ FARE DA DETONATORE

Un articolo su Frieze, Artforum o The Art Newspaper può cambiare tutto. L’ecosistema curatoriale legge gli stessi contenuti dei collezionisti, dei direttori di museo, dei finanziatori. A volte non serve nemmeno una mostra: basta che il tuo nome sia associato a una tendenza, una parola chiave, un’urgenza che sta emergendo nel discorso pubblico. La visibilità costruisce legittimità, e la legittimità prepara il terreno alla selezione.

Fermata vaporetto Giardini, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

7. I PROGETTI DEVONO ESSERE SCALABILI, STRUTTURATI E FINANZIABILI 

La Biennale richiede un impianto produttivo di fondo netto. Trasporti, assicurazioni, allestimenti, mediazione culturale, sicurezza: tutto va pianificato. Un artista che non sa presentare un progetto completo, economicamente sostenibile e tecnicamente realizzabile, difficilmente verrà scelto, a prescindere dal contenuto. Chi riesce a coniugare visione artistica e capacità gestionale ha un vantaggio evidente.

8. AGISCI QUANDO LA CRISI APRE UNO SPAZIO

Le grandi rassegne reagiscono al presente. Pandemia, guerra, crisi ambientale, disastri sociali: ogni evento destabilizzante produce un vuoto semantico. In quel vuoto, alcuni artisti riescono a inserirsi con progetti che sembrano ‘necessari’. Il tempismo è tutto. Intercettare una frattura storica e trasformarla in linguaggio può essere la leva per essere selezionati.

9. LE MOSTRE COLLATERALI COME CORSIE DI ACCESSO PARALLELE

Non tutti iniziano dall’Arsenale o dai Giardini. Le mostre collaterali ufficiali sono riconosciute dalla Biennale, ma prodotte autonomamente. Molti artisti oggi visibili sono passati da lì: progetti curati fuori asse, ma che hanno avuto l’intelligenza di inserirsi dentro la macchina narrativa veneziana. Entrare lateralmente può essere più efficace che bussare alla porta principale.

Performance di Lydia Ourahmane in collaborazione con Daniel Blumberg, ASAC, Giardini, 2024, ph Penzo + Fiore

10. E SE NON ENTRI, CURALA. O ABBANDONALA

Molti artisti arrivano in Biennale passando dal lato curatoriale: co-curando una mostra, organizzando un public program, proponendo un evento collaterale. Altri, invece, scelgono consapevolmente di restarne fuori, per preservare la propria autonomia. Come l’onda d’urto di una detonazione che si propaga a distanza, lo stesso accade qui. Esserci, a volte, significa anche sapersi sottrarre al rito, restando irriducibili.

Quello proposto è un vademecum teorico, certo, eppure ogni singolo passaggio trova riscontro in storie recenti: la selezione di un outsider politico, la cancellazione di un padiglione per ragioni ideologiche, il successo fulmineo nato da un singolo pezzo su una rivista di settore. Chi osserva con disincanto capisce che la Biennale non è un premio al merito bensì un complesso algoritmo di narrativa, relazioni, opportunità e finanza culturale. Saperlo non garantisce l’ingresso, ma aiuta almeno a leggere la mappa nella giusta scala: quella in cui l’arte, per circolare davvero, deve parlare molte lingue, alcune poetiche, altre – non si può non ammettere – politiche e burocratiche.

E se queste dieci mosse non dovessero bastare, non bisogna prenderla sul personale. La vita, per fortuna, è ancora più vasta dei suoi padiglioni. E i confini, si sa, è più interessante oltrepassarli che abitarli.

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Penzo Fiore
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