“Call Malta” è la frase che riecheggia nel naufragio dell’11 ottobre 2013, quando 268 persone morirono tra le acque di competenza italiana e maltese dopo ore di richieste di soccorso. Da quella tragedia prende avvio un progetto che interroga il Mediterraneo come archivio politico e umano.
C’è una frase che ritorna come un’eco nella recente memoria del Mar Mediterraneo: “Call Malta”, due parole che hanno scandito le comunicazioni radio durante il naufragio dell’11 ottobre 2013, quando un’imbarcazione in fuga dalla guerra in Siria rimase per ore alla deriva tra le acque di competenza italiana e maltese. Mentre le richieste di aiuto si susseguivano e la barca imbarcava acqua, la gestione del soccorso si trasformò in un rimbalzo di responsabilità tra le due giurisdizioni marittime. Quando i soccorsi arrivarono il bilancio fu drammatico: 268 persone persero la vita, tra cui molti bambini.
Corpi, lingue, detriti, frammenti di storie si depositano nei fondali del Mediterraneo come pieghe nel tessuto della memoria collettiva che non si possono cicatrizzare. Il mare non è uno spazio neutrale, piuttosto un archivio permeabile in cui narrazioni individuali e decisioni istituzionali si stratificano lentamente, componendo un’architettura sommersa troppo spesso taciuta.
È all’interno di questa frattura della memoria europea che si inserisce Call Malta – Rotte di memoria, progetto ideato da Giacomo Bassmaji e Simone Ferrarini, a cura di Giacomo Bassmaji. Un dispositivo culturale capace di interrogare ciò che il mare trattiene nei suoi abissi e ciò che la politica tende a opacizzare; una geografia di attraversamenti, responsabilità e silenzi che continua a riaffiorare inquisendo il presente.
DAL NAUFRAGIO ALL’ARTE PUBBLICA
Con una mostra dislocata tra Spazio Gerra, Galleria Parmeggiani e la città di Reggio Emilia tra ottobre 2025 e gennaio 2026, il progetto si è sviluppato come esperienza diffusa che ha coinvolto incontri pubblici, laboratori di street art con gli studenti delle scuole e momenti di confronto diretto con chi quel viaggio lo ha vissuto. Tra questi, il workshop di poesia con il poeta italo-siriano Tareq Aljabr ha esplorato la scrittura plurilingue e le identità interculturali, mentre l’11 ottobre, in occasione del dodicesimo anniversario del naufragio, la Sala del Tricolore ha ospitato un incontro pubblico con attivisti, giuristi e testimoni diretti, tra cui il sopravvissuto Mazen Dahan e l’avvocata per i diritti umani Alessandra Ballerini. Un percorso che è infine culminato con la realizzazione di un murale collettivo inaugurato il 10 dicembre in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani.
In questo contesto la curatela emerge come un atto di mediazione sensibile e radicale, capace di muoversi con empatia tra trauma e risignificazione non limitandosi a rievocare un evento storico, ma trasformandolo in terreno di confronto e riflessione condivisa, problematizzando la memoria del naufragio come responsabilità civile e politica.
PRATICHE ARTISTICHE IN DIALOGO CON LA MEMORIA
Se il progetto curatoriale prende avvio da un evento preciso, la scelta degli artisti evita qualsiasi logica illustrativa. Le pratiche artistiche di Rhiot, Maria Elisabetta Novello e Ryts Monet si muovono infatti su piani differenti, tracciando una costellazione di sguardi che restituisce complessità a una vicenda spesso ridotta a narrazione emergenziale.
A Spazio Gerra, Rhiot ha presentato Memoria di un Migrante Rimpatriato, una sequenza di quattordici tele che ricostruisce il percorso amministrativo di una persona arrivata in Europa trasformandolo in una sorta di via crucis laica. Il linguaggio visivo, vicino all’iconografia medievale, crea un cortocircuito tra immaginario religioso e apparato burocratico, restituendo la fragilità di un sistema in cui l’integrazione può rapidamente trasformarsi in marginalità.
La ricerca di Maria Elisabetta Novello si muove invece su un registro più essenziale e simbolico. Nell’installazione performativa A(R)MA, presso la Sala delle Armi di Galleria Parmeggiani, l’artista utilizza la cenere come medium per indagare la trasformazione del linguaggio e la sua capacità di plasmare la realtà. La sottrazione di una lettera trasforma “arma” in “ama”, aprendo uno spazio di riflessione sulla possibilità di risignificare ciò che resta dopo la distruzione.
Tra le sale di Galleria Parmeggiani, Ryts Monet ha lavorato infine sugli oggetti e sui loro significati culturali. In Migrant, un meteorite placcato d’oro diventa metafora di un corpo estraneo che attraversa lo spazio portando con sé valore e alterità. Nei lavori Carpet e Wish you were here! l’artista rielabora oggetti riconoscibili, come la coperta termica utilizzata nei soccorsi in mare e le cartoline postali, trasformandoli in dispositivi simbolici che mettono in tensione memoria personale e dimensione geopolitica.
IL MEDITERRANEO COME SOGLIA UMANA
Se il Mar Mediterraneo è oggi considerato uno degli spazi più politicizzati del mondo, resta prima di tutto un luogo attraversato da vite umane. Call Malta – Rotte di memoria si muove proprio entro questa soglia, dove l’arte non sostituisce la testimonianza ma contribuisce a restituire voce e corpo a storie che rischiano di essere rapidamente assorbite dal flusso continuo delle notizie.
Il Mediterraneo emerge così come archivio sociale e umano, ma anche come luogo di conflitto epistemico. Se è uno spazio di confine, è anche un deposito di vicende che l’Europa fatica ancora a riconoscere come proprie. In questo senso il progetto non costruisce un monumento alla tragedia, prova piuttosto a riaprire uno spazio di ascolto, un luogo in cui l’arte ci costringe a restare di fronte alle domande che il mare continua a porre.
Call Malta è un monito su ciò che scegliamo di ricordare e su ciò che scegliamo di dimenticare. In un’epoca in cui le responsabilità si disperdono tra confini istituzionali e narrazioni mediatiche, la memoria resta un campo di tensione in cui si decidono le narrazioni del passato e le possibilità del presente.
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