Lezione veneziana sulla leggerezza degli studi d’artista

In una città come Venezia, gli studi d’artista indipendenti funzionano come camere di decompressione. Ecco quali sono gli spazi che mantengono l’arte in uno stato di possibilità.

Proverò a parlare degli studi d’artista a Venezia come si parlerebbe di una qualità necessaria, non di un fenomeno locale. Perché gli studi sono dispositivi mentali, strutture leggere che permettono alla città di non collassare sotto il proprio peso simbolico. Venezia è una città che tende alla densità assoluta; qui ogni pietra è già carica di senso, ogni immagine rischia di diventare definitiva. In un simile contesto, l’arte corre sempre il pericolo di irrigidirsi, di trasformarsi in superficie da contemplare invece che in processo da attraversare. Gli studi d’artista come Kadabra studio, zolforosso, Panorama agiscono allora come camere di decompressione. Alleggeriscono.

Atelier d’artista, “zolforosso”, Venezia Mestre

L’ESPERIENZA DI KADABRA A MESTRE

La leggerezza, qui, non è assenza di gravità, ma capacità di sottrazione. Kadabra, in terraferma, sottrae l’arte all’isolamento dell’autorialità assoluta e la riporta a una dimensione condivisa. È uno studio collettivo che funziona come un sistema di vasi comunicanti: ciò che uno produce non pesa sugli altri, ma li sposta leggermente. In questo senso, Kadabra accumula relazioni, e una relazione pesa meno di un monumento.

L’EQUILIBRIO E LA MOLTEPLICITÀ DI ZOLFOROSSO

Zolforosso introduce un’altra qualità: la molteplicità. Più che uno spazio è una frase aperta, una struttura che si estende senza cercare un centro definitivo. Qui l’arte procede per variazioni, ogni artista occupa una posizione diversa, e nessuna pretende di essere conclusiva. È una pratica che ricorda certi sistemi naturali: non si fonda sulla gerarchia, ma sull’equilibrio instabile. La molteplicità diventa una forma di precisione distribuita.

Atelier d’artista, “zolforosso”, Venezia Mestre

L’ESEMPIO DI PANORAMA

Panorama lavora invece sulla visibilità, che è sempre un rischio a Venezia. Essere visibili significa esporsi alla trasformazione in immagine, e qui Panorama accetta questo rischio, ma lo governa con esattezza. È uno spazio-soglia che mette in relazione: interno ed esterno, locale e non-locale, pratica e discorso. Qui l’arte non si stabilizza, ma passa.
Ciò che accomuna questi studi è una funzione: mantenere l’arte in uno stato di possibilità. In una città che tende a fissare tutto, lavorano sull’incompiuto, sul provvisorio, sull’ipotesi non producono opere definitive ma condizioni di lavoro. E questa è forse la loro esattezza più profonda.

Gli studi d’artista, a Venezia sono diversi ed io vi ho raccontato di quelli che negli ultimi anni hanno davvero fatto la differenza; non possiamo guardare a quelli istituzionali perché sono troppo statici al confronto, e a loro volta gli indipendenti non competono con le grandi istituzioni perché operano su un altro piano temporale. Dove il museo conserva, lo studio prova, dove l’evento mostra, lo studio prepara. Dove l’immagine si chiude, lo studio lascia aperto. Sono luoghi in cui il tempo non viene spettacolarizzato, ma utilizzato.
Se Venezia riesce ancora, a tratti, a non coincidere interamente con la propria rappresentazione, è anche grazie a questi spazi laterali, quasi invisibili, che non chiedono attenzione, ma permettono concentrazione. Non producono consenso, ma continuità.
E forse è proprio questa la lezione che offrono: che l’arte, per restare viva, ha bisogno di luoghi che non brillino troppo, luoghi leggeri abbastanza da non affondare, e abbastanza precisi da non disperdersi. In una città costruita sull’acqua, non è poco.

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Francesco Liggieri
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