SUPER FRESH. Dentro Sollicciano: quando l’arte entra in carcere

Il progetto tra detenuti e artisti internazionali, Un giorno in più, un giorno in meno dell’Associazione Arte Continua, raccontato dalla curatrice Viola Catoni. 

Sto parlando con due uomini adulti: uno avrà poco più di quarant’anni, l’altro ha superato la cinquantina da un po’. Parliamo della situazione di quel posto. Stiamo mangiando pizza in teglia, dentro cartoni su cui si legge il marchio del noto supermercato che l’ha prodotta. 

Parliamo e mi raccontano com’è la vita in quel luogo. Potrebbe sembrare il dialogo tra amici o tra conoscenti in una mattinata stranamente soleggiata di febbraio, se non fosse per il fatto che ci troviamo nel Giardino degli Incontri della Casa Circondariale di Sollicciano, a Firenze.

Quello è lo spazio dedicato agli incontri: il luogo dove le famiglie o gli amici vanno per vedere i detenuti.

È lì che lo scorso 2 marzo si è svolto il progetto Un giorno in più, un giorno in meno, la restituzione di un lungo percorso di laboratori tra artisti internazionali e detenuti. Il progetto è stato voluto e organizzato dall’Associazione Arte Continua, presieduta da Mario Cristiani, nell’ambito de Le Città del Futuro. Un’iniziativa ideata dallo stesso Cristiani, con la curatela di Viola Catoni e il coordinamento di Arianna Canalicchio.

Proprio in quello spazio, quella mattina, ho incontrato – insieme a un ristretto numero di giornalisti  e di famigliari – alcuni dei detenuti che hanno preso parte al progetto.

Associazione Arte Continua, progetto “Un giorno in più, un giorno in meno”, Giardino degli Incontri, Casa Circondariale di Sollicciano, Firenze, 2026

C’è da sapere che Il Giardino degli Incontri è stato l’ultimo progetto dell’architetto Giovanni Michelucci: un luogo pensato per creare un collegamento tra il dentro e il fuori, per fare in modo che il carcere non fosse percepito soltanto come un insieme di mura chiuse, ma come uno spazio che, in qualche modo, fa parte del tessuto di una città e di una nazione. Non una struttura punitiva, ma un luogo capace di mantenere una relazione con la società.

Entrando lì, la percezione del carcere è completamente diversa da quella che uno si immaginerebbe. All’esterno c’è un giardino molto curato; lo spazio vetrato è luminoso; i pilastri che sorreggono l’enorme stanza sembrano alberi colorati. La manutenzione dell’ambiente appare rigorosa.

Quella visione quasi idilliaca, però, viene tradita non appena lo sguardo si sposta oltre le finestre, verso il perimetro delle celle. È lì che appare la vera essenza di quel luogo: intonaco scrostato, muffa, infiltrazioni di umidità.

Durante la presentazione del progetto abbiamo avuto l’opportunità di parlare con alcuni detenuti che vi hanno preso parte. Ci raccontano il vero carcere: giorni e giorni senza acqua calda, celle che si allagano quando piove, muffa alle pareti, cibo immangiabile – a meno che non si decida di comprare qualcosa con i propri soldi – problemi di salute mentale diffusi e condizioni di vita che oltrepassano la nostra considerazione di miseria.

E poi la mancanza di attività. Si studia, si fa scuola, sì, ma il resto del tempo che cosa si può fare? Si resta lì con i propri pensieri. La mente continua a correre, nei primi mesi, poi rallenta.

Forse il problema sta anche nella distanza con cui noi, “abitanti esterni”, guardiamo a quel luogo. Pensiamo che quello che è accaduto a loro non potrà mai accadere a noi. Ma è davvero così?

Forse no.

Associazione Arte Continua, progetto “Un giorno in più, un giorno in meno”, Giardino degli Incontri, Casa Circondariale di Sollicciano, Firenze, 2026

Spesso sbagliamo proprio nel modo in cui guardiamo a queste persone e alle loro vite. Molto dipende dalle condizioni in cui una persone cresce e vive: dai copioni familiari che uno interiorizza – ammesso che se ne abbia qualcuno da seguire – dal contesto geografico in cui uno si trova a vivere, dallo spirito di sopravvivenza che uno è costretto a sviluppare, dalla visione del futuro che viene concessa o negata. E anche da quella miopia sociale, dettata da vari aspetti, che, a volte, sembra offrire una sola strada percorribile.

Con la rubrica SUPER FRESH questa volta voglio parlarvi di questo luogo e di questo progetto perché il riscontro che ho sentito nelle parole dei ragazzi e degli uomini che hanno partecipato ai laboratori è stato davvero entusiasmante. Attraverso l’arte – e quindi i laboratori di scultura, pittura, scrittura e incisione – i detenuti hanno ripercorso la loro vita, i loro sentimenti, le loro aspirazioni.

È stato un momento importante per riflettere su sé stessi. 
E forse questo dovrebbe essere uno degli scopi principali dell’arte.

Un altro aspetto interessante è stato il coinvolgimento di artisti internazionali, nomi importanti del panorama contemporaneo come Leonardo Meoni, Alessandro Chiaramonti, Arcangelo Sassolino, Cristiano Focacci Menichini, Massimo Bartolini e Yoan Capote. Un caso piuttosto raro oggi, in un sistema dell’arte dove le collaborazioni più visibili sembrano spesso essere solo quelle tra artisti e brand.

Per raccontarvi meglio questo progetto ho intervistato Viola Catoni, la curatrice.

Associazione Arte Continua, progetto “Un giorno in più, un giorno in meno”, Giardino degli Incontri, Casa Circondariale di Sollicciano, Firenze, 2026

Il progetto “Un giorno in più, un giorno in meno” nasce all’interno della Casa Circondariale di Sollicciano, a Firenze, ponendo al centro il tempo e la relazione umana. In uno spazio dove il tempo è spesso percepito come sospeso o perduto, cosa può fare concretamente l’arte? Può davvero trasformare, almeno in parte, l’esperienza della detenzione?

L’idea del laboratorio è nata per offrire ai partecipanti la possibilità di staccare per qualche ora alla settimana. L’obiettivo non era tenere lezioni ma instaurare un rapporto diretto con gli artisti ed entrare concretamente nel mondo dell’arte contemporanea. Temevamo che il laboratorio non fosse ben accolto. Il reparto educativo ci aveva avvertito che la partecipazione tende a essere discontinua e che c’era la possibilità che dopo il primo incontro nessuno sarebbe tornato. La risposta invece è stata sorprendente: a ogni sessione arrivava qualcuno di nuovo che ci chiedeva di partecipare. Credo che gli artisti con cui abbiamo collaborato siano stati capaci di coinvolgere i ragazzi, e far tirare fuori loro quello che avevano dentro. Naturalmente, non abbiamo la presunzione di credere che un laboratorio possa trasformare completamente l’esperienza della detenzione, ma sono piccole cose che restituiscono speranza e un po’ di conforto.

Durante il laboratorio avete lavorato con lettere, incisioni, argilla e disegni collettivi insieme agli artisti coinvolti. C’è la storia di uno o più detenuti che ti ha particolarmente colpita?

I partecipanti avevano età ed esperienze molto diverse: uomini dai venti ai settanta anni, ognuno con un passato legato a reati differenti. La storia che mi ha colpito di più è quella di un ragazzo senegalese che ha lasciato il suo Paese. Dopo un viaggio durato più di due anni, gran parte dei quali trascorsi in Libia dove è stato torturato e sfruttato, è arrivato a Firenze solo e senza documenti. Ha venduto souvenir per strada e lavorato in nero in una fabbrica a Prato con ritmi estenuanti e paghe ridicole, finché non si è ritrovato a spacciare per mantenersi e sostenere la sua famiglia in Senegal.

Racconti come questo spingono a interrogarsi su quanto, in certi casi, il destino di alcune persone sia segnato da condizioni di partenza estremamente sfavorevoli, che restringono drasticamente il campo delle possibilità e delle scelte. Spesso si tende a giudicare chi si trova in carcere senza conoscerne le storie e le circostanze. L’incontro diretto con queste persone porta a riconsiderare molte delle proprie convinzioni.

Associazione Arte Continua, progetto “Un giorno in più, un giorno in meno”, Giardino degli Incontri, Casa Circondariale di Sollicciano, Firenze, 2026

Spesso si parla di progetti culturali in carcere in modo molto astratto. C’è stato un episodio preciso – magari un gesto, una frase o un lavoro realizzato da un detenuto – in cui hai percepito che dall’inizio del laboratorio qualcosa stava davvero cambiando nel modo in cui una persona vedeva sé stessa o il lavoro che stavate facendo insieme?

Credo fermamente che l’arte possa avere un effetto terapeutico, e ne abbiamo avuto conferma in diversi episodi. Abbiamo potuto osservare il cambiamento in molti ragazzi che arrivavano agitati e lentamente si calmavano lavorando. In particolare, un ragazzo che spesso si presentava con segni di autolesionismo, sembrava riuscire ad alleviare il suo dolore disegnando. Un episodio che mi ha colpito molto riguarda un ragazzo che un giorno è arrivato al laboratorio con la mano sanguinante, dopo aver dato un pugno al muro poco prima. Nonostante la rabbia si è seduto e, iniziando a modellare l’argilla, ha ritrovato la calma.

Penso che l’arte ci permetta anche di guardarci dentro e di trovare qualcosa che, in qualche modo, ci dia sollievo e consolazione.

Lavorare a stretto contatto con i detenuti significa entrare anche nella realtà concreta delle carceri italiane. Quali sono le condizioni che hai trovato a Sollicciano e cosa pensi che l’opinione pubblica non capisca davvero quando si parla di vita dentro il carcere?

Le condizioni a Sollicciano sono drammatiche, e questo non è un segreto.

È vero che chi si trova in carcere sta scontando una pena, ma questo non giustifica vivere in condizioni disumane. Anche chi sbaglia ha diritto a una vita dignitosa.

Il carcere dovrebbe avere una funzione riabilitativa, ma chiunque passi del tempo in situazioni simili è molto probabile che esca in condizioni peggiori di come è entrato.

Associazione Arte Continua, progetto “Un giorno in più, un giorno in meno”, Giardino degli Incontri, Casa Circondariale di Sollicciano, Firenze, 2026

Il laboratorio ha messo in relazione detenuti e artisti del mondo dell’arte internazionale, costruendo opere e narrazioni condivise. Probabilmente per la maggior parte di loro quei nomi non significavano nulla. Com’è stato il rapporto tra gli artisti e i detenuti?

È stato davvero commovente vedere la relazione che si è creata con gli artisti. Tutti sono stati generosi e hanno condiviso una parte di loro, ma lo scambio è stato reciproco. Ogni artista ci ha ringraziato per l’esperienza intensa che li ha toccati profondamente. Sono rimasti colpiti dalla spontaneità con cui i partecipanti si sono aperti, senza riserve. È stato bellissimo partecipare a questo scambio!

Secondo te perché progetti come questo non dovrebbero essere un’eccezione ma una presenza stabile nel sistema penitenziario? E cosa perdiamo – come società – quando l’arte resta fuori dalle carceri?

Credo che la cultura non possa fare miracoli, ma abbia un ruolo fondamentale: può offrire strumenti per riflettere e migliorarsi.

Con Mario Cristiani, presidente dell’Associazione Arte Continua, e Arianna Canalicchio, che ha coordinato il progetto a Sollicciano, vogliamo proseguire questo percorso, portando l’arte contemporanea anche in altri carceri in Italia. Prossimamente organizzeremo un’asta con le opere realizzate durante il laboratorio, per finanziare nuovi progetti destinati alle persone detenute. Abbiamo visto come iniziative di questo tipo possano attenuare e far sfogare il dolore, ma anche regalare divertimento e leggerezza a chi raramente ha occasioni simili.

Associazione Arte Continua, progetto “Un giorno in più, un giorno in meno”, Giardino degli Incontri, Casa Circondariale di Sollicciano, Firenze, 2026

Quello che ho visto durante quella giornata sono stati progetti intimi, lavori di grande valore, densi di significati. Elaborati che mostrano e rivelano la sensibilità di queste persone. 
Alcuni li potete vedere qui in foto, altri potrete trovarli dal 19 marzo in poi alla Fondazione Il Bisonte di Firenze che inaugura Post Print Media. Pratiche di residenzialità nella grafica contemporanea, mostra conclusiva della terza edizione del programma di residenze curato da Silvia Bellotti. All’interno della mostra sarà presentato anche il lavoro di Leonardo Meoni, che è stato sviluppato proprio durante questo laboratorio a Sollicciano. Le matrici incise insieme ai detenuti mettono in discussione l’idea stessa di autorialità, aprendo una riflessione concreta su cosa possa significare davvero integrazione.


Ci vediamo alla prossima uscita di SUPER FRESH. 

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Alessio Vigni
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