Tra performance, pittura e biografia, nella sua ultima mostra Chiara Ventura indaga il conflitto nelle relazioni e mostra come l’amore possa diventare uno spazio di responsabilità collettiva.
Quanti articoli leggete su mostre da andare a vedere? Quanti consigli, quante recensioni che vi accompagnano con le parole dentro un’esposizione, per poi invitarvi ad andarci davvero, con i vostri occhi. Lo faccio anche io, lo ammetto. E non c’è niente di male. Però questa volta voglio provare a fare qualcosa di diverso. Oggi vi parlo di una mostra che si è già conclusa, esattamente domenica 8 marzo. Perché è un lavoro di ricerca davvero intenso e interessante che, ne sono certo, rimarrà. In fondo, l’importante non è solo che una mostra sia stata vista, ma che qualcuno abbia parlato delle tematiche che affronta, e soprattutto che lo abbia fatto in modo diverso dal solito.
Quando si parla di relazioni – mi riferisco in particolare a quelle tra uomo e donna – si innescano immediatamente pensieri legati all’amore, quelli “belli”, ma emergono anche tutte quelle dinamiche che oggi vengono definite “tossiche”, insieme ai contrasti che inevitabilmente si creano tra le due persone.
È proprio il cambio di approccio che ho visto – il nuovo modo di trattare questi temi – che mi ha colpito nella mostra personale di Chiara Ventura, Ti lascio qui, realizzata negli spazi di Villa Rospigliosi a Prato, promossa e sostenuta dall’associazione ChorAsis – Lo Spazio della Visione, con testo critico di Angel Moya Garcia.
Siamo abituati a pensare alle relazioni come alla narrazione di uno spazio privato: una faccenda intima, sentimentale, che si esaurisce all’interno delle mura domestiche. Questo però è un approccio che oggi appare sempre più obsoleto. Le relazioni non sono mai state semplici legami tra due o più persone: sono strutture complesse, spazi di negoziazione, luoghi in cui, in certi casi, gerarchie e aspettative sociali prendono il sopravvento.
È partendo da queste considerazioni che ho voluto approfondire il lavoro dell’artista Chiara Ventura, per capire quale sia stato il suo approccio nel costruire questa ricerca e nel progettare la mostra che ho avuto modo di vedere a Prato.
Prima di lasciarle la parola, però, ve la presento brevemente.
Chiara Ventura nasce a Verona nel 1997. È un’artista visiva e performer. Il suo lavoro è genuinamente di carattere esistenziale, dove la biografia diventa cifra. Ossessionata dal doppio, cerca di capire cosa va e cosa non va “tra me e te”. Le pitture, sempre al limite tra figura e astrazione, incarnano i macrotemi delle opere plastiche, concettuali e performative. L’analisi sul corpo, sulle relazioni e reazioni che questo ha con psiche, emotività e l’Altro, è stata il punto di partenza per gli sviluppi di una pratica, prevalentemente performativa, dove il punto scomodo, non protetto, per chi fa e per chi guarda, è al centro dell’attenzione. Ventura indaga e denuncia gli aspetti più subdoli delle forme di violenza presenti nella contemporaneità ed è interessata agli aspetti politici del comportamento umano. Nel 2020 co-fonda plurale, un concetto che trova forma nel fare arte collettivo. Iniziamo.
Visitando la tua mostra e osservando bene i lavori scelti sembra che non cerchi mai una soluzione o una pacificazione: il conflitto rimane aperto, irrisolto, quasi necessario. In un’epoca che chiede continuamente sintesi, guarigione e “superamento del trauma”, perché per te è importante restare dentro la frattura invece di ricomporla?
Mi viene in mente Jung che nel commento a Il segreto del fiore d’oro scrive: I massimi e più importanti problemi sono, in fondo, tutti insolubili; e debbono esserlo, perché esprimono la necessaria polarità che è immanente ad ogni sistema autoregolato. Non possono mai essere risolti, ma soltanto superati… Sono d’accordo e per questo non metto in scena una risoluzione, perché non è utile a chi guarda la mia storia…preferisco che ci si trovi di fronte a un percorso evolutivo reale, privo di romanticismo e lieto fine forzato. Più che dentro al trauma cerco di stare dentro/guardare l’origine del trauma. A volte il sintomo è ciclico, lo curi e poi ritorna, per farti vedere altro. Più scavi e più c’è buio e paradossalmente più guardi la tua ombra e più fai luce dentro di te: questo è guarire!
Nella prima sala emerge un rifiuto esplicito dei meccanismi patriarcali e del maschile tossico, ma soprattutto la possibilità di imparare a dire “no”. Oggi dire di no – nelle relazioni, nel lavoro, nell’intimità – sembra ancora un atto difficile, soprattutto per chi è cresciuto dentro determinati modelli affettivi. Nella tua esperienza personale e artistica, quando hai capito che il “no” poteva essere una forma di libertà?
Il NO di cui parlo è un NO-creativo, un NO all’altro che permette di dire SÌ a sé stessi (a sé stesse, se guardiamo la mostra). Ho lavorato a lungo, interiormente, spiritualmente, su questo NO, e ancora mi concentro sulla voce che mi serve per pronunciarlo, una voce che è stata tolta alle mie antenate.
Ho detto NO ai rapporti di potere, ho detto NO a un uomo, ho detto NO a mia nonna, a mia madre ecc. e ho così tradito – quel rapporto, quell’uomo, mia nonna, mia madre ecc. – e mi sono presa la responsabilità di vivere la mia vita, il mio SÌ alla vita.
Nella seconda sala affronti il tema dell’eredità: genetica, emotiva, familiare. Quanto siamo davvero liberi nelle relazioni se portiamo dentro schemi, paure e desideri che non abbiamo scelto noi? La tua ricerca crede ancora nella possibilità di rompere questi determinismi, o pensa che possiamo solo imparare a riconoscerli?
Con il mio lavoro racconto di questa giovane donna che impara a dire di NO e che per farlo guarda e onora chi si trova alle sue spalle. Oggi più che mai abbiamo gli strumenti per vedere che spesso viviamo una vita non nostra, ripetendo pattern di chi è venuto prima di noi, e certamente è possibile tagliare, rompere questi legami tossici, o riconsegnare, lasciare ciò che non ci appartiene, per vivere il nostro destino e non quello di chi ci ha preceduto.
Sono rimasto davvero colpito dalla prima performance 2X2. COME FINISCE L’AMORE (dimenticarmi di te), è stato un qualcosa a metà tra il teatro, la performance artistica e un film. Nei primi atti hai portato una relazione nello spazio pubblico, mostrando il momento fragile in cui una coppia non riesce a trovare accordo. In un mondo che esibisce continuamente l’amore come spettacolo – sui social, nelle immagini, nella cultura pop – che differenza c’è tra esporre l’amore e metterlo davvero in discussione davanti agli altri?
Come facciamo a capire quando una storia d’amore è reale? Perché ci interessa se Chiara Ferragni e Fedez si amavano davvero? E perché se pensiamo che il loro amore non era vero ci sentiamo truffati molto di più che per il caso Balocco?
Un tradimento e una delusione, credo sia perché non guardiamo solo due persone, ma guardiamo una narrazione su cui proiettiamo aspettative e desideri. Ma allora perché abbiamo davvero il bisogno di credere in queste storie?
Penso anche a programmi come Uomini e Donne o Love Is Blind …questi contenuti sono seguitissimi, perché vedere due che cercano l’amore riflette l’ordinario in un contesto extra ordinario, e porta a galla qualcosa di reale in ognuno di noi. Nel mio caso è spesso qualcosa di imbarazzantissimo… E’ da sempre che cerchiamo di raccontare e capire questo amore…penso ai miti greci, o al fatto che esistono miliardi di canzoni e poesie propriamente dette d’amore…nel cinema l’amore è addirittura un genere… L’amore si mette in discussione da solo, anche nella negazione di sé stesso. Penso al famosissimo brano Amore Disperato…sé è disperato non è amore…spesso questa parola viene usata a sproposito, confusa con condizioni e risposte emotive complesse…il mio lavoro, più che dare una risposta, chiede di continuo “che cos’è l’amore?”
Nella tua mostra l’amore non è mai solo un sentimento privato: diventa un campo di tensione, di potere, di conflitto. Pensi che oggi parlare di amore significhi inevitabilmente parlare anche di politica?
Pongo uno sguardo sull’amare non come una questione individuale, privata, del singolo in relazione a un altro singolo, ma come coro di un senso comune e riflesso di una struttura sociale, di una radice culturale. Basta guardare i muri delle nostre città o i social per vedere quanto l’amare abbia esigenza di essere – patologicamente, teneramente, banalmente – anche cosa pubblica. Tra l’altro non tutti possiamo amarci in pubblico allo stesso modo, ancora oggi vediamo persone finire all’ospedale per un bacio. Quindi sì, come amiamo, come ci permettiamo di amare in pubblico è un gesto politico.
Progetti come questi sono ricerche che restano nel tempo. Perché sollevano temi che vengono portati alla luce e che continuano a risuonare anche dopo la fine di una mostra o la conclusione di una performance.
Grazie al lavoro di Ventura possiamo alimentare una riflessione su quel confine fragile tra il “noi” e il “tu”, che qui viene messo a nudo e mostrato per quello che è davvero. Uno spazio di responsabilità collettiva, quasi un’agorà pubblica, dove tutto diventa politico: una continua messa in discussione di chi siamo, di chi siamo con noi stessi e di chi diventiamo nella relazione con l’altro.
Un tema che oggi più che mai – anche alla luce della violenza che vediamo intorno a noi – diventa necessario per immaginare nuovi modi di stare insieme e di convivere.
Ci vediamo alla prossima intervista.
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