Stefano Canto presenta da Matèria Sogno di Pietra, atto finale di una ricerca decennale. Tra sculture policrome in ghiaccio e reazioni chimiche con il cemento, l’artista trasforma la galleria in una cava per generare fossili del contemporaneo.
Varcare la soglia della galleria Matèria a Roma, in questo periodo, non significa entrare in un asettico spazio espositivo, ma sprofondare nel ventre di una cava in piena attività. Con Sogno di Pietra, Stefano Canto mette il punto finale a una trilogia iniziata nel 2018, un’indagine viscerale su quella che l’artista definisce “archeologia dell’effimero”. Dopo aver esplorato il greto dei fiumi e le erosioni della materia nei precedenti capitoli Sedimento e Carie, Canto approda oggi a una sintesi dove il disfacimento e la creazione non sono più momenti separati, ma un unico, inarrestabile processo metabolico.
LA FRAGILITÀ COME LENTE PER LEGGERE L’OGGI
In un’epoca ossessionata dalla permanenza digitale, Canto sceglie la via opposta: la nobilitazione della fragilità. Per l’artista, l’impermanenza è una lente necessaria per leggere l’oggi. “L’effimero, a differenza di quel che nasce per durare, può essere considerato uno dei primi segnali da interpretare al fine di meglio comprendere la condizione attuale dell’essere umano”, spiega Canto, sottolineando come in questo atto conclusivo abbia voluto mettere a nudo il proprio immaginario, inteso come un “pensiero liquido che diventa il rudere del contemporaneo”. È un’arte che non si limita a occupare lo spazio, ma lo consuma e lo rigenera attraverso il tempo.
METAMORFOSI IN CAVA: LA GALLERIA COME CANTIERE
La trasformazione di Matèria è totale. Dimenticate le pareti bianche: lo spazio si è fatto deposito, magazzino, luogo di accumulo logistico dove dominano torri di materiali impilati. Questa scelta radicale nasce da una stretta complicità tra artista e gallerista, un dialogo che ha permesso di scardinare i soliti canoni estetici del consumo artistico per abbracciare le regole crude della movimentazione dei carichi. Canto stesso riconosce quanto sia stato “fondamentale” avere un luogo disposto a farsi cantiere per ospitare la metamorfosi delle opere: un contesto “svincolato dai canoni estetici del consumo” che non è affatto scontato trovare nel sistema dell’arte contemporanea.
ALCHIMIA DEL SEDIMENTO: OSSIDI, GHIACCIO E CEMENTO
Il cuore pulsante della mostra è un esperimento di fisica poetica. Canto ha posizionato sculture antropomorfe policrome, realizzate con una complessa miscela di ghiaccio, ossidi e pigmenti, sopra cumuli di polvere di cemento. Il processo è suggestivo: mentre il calore dell’ambiente scioglie i busti, l’acqua carica di pigmenti cola e impregna il cemento sottostante. In questa processo, avviene il miracolo chimico: la polvere reagisce, solidificandosi in pietra e trattenendo per sempre l’impronta e il colore del volto che si è appena dissolto. Il risultato è quello che Canto definisce un “processo accelerato di costruzione di fossili emblematici del nostro tempo”, dove materiali impermanenti e durevoli si fondono in un’unica entità.
L’ARTISTA ARCHEOLOGO CONTRO L’ETERNO PRESENTE
In questo scenario, Stefano Canto agisce come un archeologo che opera nel futuro. Se la nostra società sembra intrappolata in un eterno presente che ignora le radici e le prospettive, la figura dell’artista-archeologo diventa fondamentale per ripristinare una ciclicità. Egli è colui che assume il ruolo di “interprete dei segni di una civiltà sospesa nel tempo” e, al contempo, si fa “promotore di processi progettuali e creativi, garante quindi di una continuità ciclica della creazione artistica”. Non è un recupero nostalgico, ma una progettazione consapevole della traccia che lasceremo.
LA RIFLESSIONE SUL TEMPO NELLE FIGURE DI CANTO
Le figure che abitano la “cava” di Matèria, adagiate sulle loro torri di materiali di scarto, sembrano testimoni silenziosi di un rituale laico. C’è una tensione sospesa tra ciò che è stato e ciò che diventerà architettura. “I nostri sogni sono come i materiali accatastati in un deposito”, afferma Canto, “in attesa di diventare architettura, di concretizzarsi, di diventare realtà”. Sogno di Pietra ci ricorda che anche la sparizione più rapida, come quella di un busto di ghiaccio, può generare una testimonianza solida, a patto che ci sia una materia pronta ad accoglierne il sacrificio. Una riflessione potente sulla memoria e sul tempo, dove il disfacimento non è visto come una fine, ma come il presupposto necessario per una nuova, solida identità.
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