L’artista iraniana presenta una selezione di opere tra collage, disegno e fotografia nella sua prima personale in Italia, Assemblages, alla Galleria Anna Marra di Roma fino al 18 aprile.
Le donne che popolano le opere di Sepideh Salehi non indossano il velo, eppure i loro volti non si vedono. Coperti da mani e braccia, da pose di composta sottrazione, nascondono qualcosa di sé per non farsi trovare, per non svelarsi a uno sguardo indiscreto e predatorio. Sono per lo più sue amiche, connazionali iraniane della diaspora iniziata nel 1979 con lo scoppio della rivoluzione, la cacciata dello Scià Mohammad Reza Pahlavi e l’insediamento della Repubblica Islamica di Ruhollah Khomeini. Tra collage, disegno e fotografia, i lavori di Salehi sono riuniti in Assemblages, la sua prima personale in Italia, visitabile fino al 18 aprile alla Galleria Anna Marra di Roma.
DA TEHERAN A FIRENZE
Nata e cresciuta a Teheran, Sepideh ha sette anni quando alla tv passano le immagini delle proteste in strada, delle donne e degli studenti contro le forze di sicurezza, delle repressioni violente. Quelle scene marchiano a fuoco l’immaginario dell’artista, che le congela e le archivia in un luogo di memoria in cui tornare ancora e ancora.
Con il tempo le immagini si fanno frammento, pezzo di vetro crepato e parte di uno specchio forse non più ricomponibile: nel 2005 Sepideh lascia l’Iran per trasferirsi a Firenze, dove la sua pratica artistica inizia a delinearsi e a prendere una forma sempre più simile a quella che caratterizzerà le opere successive.
IL COLLAGE COME FORMA CONCRETA DELLA DISTANZA
Un intreccio di tecniche, insieme all’evoluzione e maturazione del proprio linguaggio, le permette di far dialogare memoria personale e storia collettiva.
Sperimenta con il collage, tecnica che le consente di dare forma concreta alla distanza, alla discontinuità, all’offuscamento dei ricordi. Procede per addizione e sottrazione, ogni strato un istinto, una voce, un moto interiore.
L’utilizzo della pietra calligrafica – impiegata durante le preghiere quotidiane per poggiare la fronte ed evitare che questa tocchi terra – introduce nel suo corpus una dimensione privata e personale, impregnata di nostalgia e ricordi d’infanzia. Nella serie Moth sono infatti presenti le tracce delle parole incise sull’oggetto che, sfregato sul supporto, lo contamina e lo trasforma.
PROTEGGERE O NASCONDERE? L’UTILIZZO DELLA CARTA GIAPPONESE
Tra i vari materiali impiegati nei collage, la carta giapponese – leggera, resistente e sensuale – e la sovrapposizione dei suoi strati trasparenti giocano con forme astratte, riflettendo sulla differenza tra proteggere e nascondere. Il riferimento diretto al velo che le donne iraniane sono costrette a indossare, al controllo esercitato su corpi, sogni e volontà, è ciò che rende le opere di Sepideh politiche, nel loro tentativo di ri-raccontare un popolo spesso frainteso.
Sottratte allo sguardo maschile occidentale, le sue “sorelle” convivono e coesistono con le vedute reali o immaginarie dell’Iran, abitando luoghi e spazi in libertà.
L’artista trasforma così la condizione di “espatriata” e la lontananza dalla sua terra in una possibilità: immaginare nuove vie, nuove strade fatte di memoria e immaginazione in cui incontrarsi tra donne iraniane e donne di tutto il mondo, in un atto di recisione dei confini ideologici.
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