Francesco Liggieri ci porta alla scoperta di Manifesto, progetto anonimo di arte pubblica e sconfinamento corporeo realizzato tra il 2021 e il 2025 da Giovanni Morbin, Roberto Mascella e Silvia Concari tramite l’affissione di manifesti elettorali fittizi durante le campagne elettorali di molti comuni italiani. Ora Manifesto si racconta in un libro
C’è qualcosa di disturbante nelle fotografie che ritrovo nel libro Manifesto. Non nel senso dell’orrore o del disgusto (nel senso di quella sensazione sottile che si può sentire quando qualcosa di familiare si rivela improvvisamente sbagliato). Eccoli: tre persone in giacca sfondo grigio. Braccia conserte nessun nome, nessuno slogan, nessun simbolo di partito. Solo corpi che ti guardano dai muri delle città italiane come se conoscessero qualcosa che tu non sai ancora (o almeno non è quella la sensazione che spesso vi capita di avere addosso quando qualcuno vi guarda?).
Questo è Manifesto, il progetto degli artisti Giovanni Morbin e Roberto Mascella, poi esteso alla curatrice Silvia Concari, avviato nel 2021 e documentato in un libro appena pubblicato da art-frame books. Per quattro anni hanno comprato spazi pubblicitari (spazi veri, pagati, legali) in città come Torino, Piacenza, Belluno, Arezzo, Pesaro, Conegliano e Mestre, e ci hanno incollato manifesti elettorali di candidati immaginari. Senza un’idea politica. Senza una promessa. Senza nemmeno un nome. Il risultato è uno dei progetti di arte pubblica più intelligenti e inquietanti che abbia visto da anni (che mi ha ricordato un altro progetto di Angelo Milano a Grottaglie (Ta) di qualche anno fa dove prendeva in giro attraverso manifesti elettorali con la sua faccia l’incapacità del suo paese di cambiare casacca politica).
Lasciatemi dire subito una cosa: il manifesto elettorale italiano è già di suo una delle forme di comunicazione più brutte che la società abbia mai prodotto. Lo dico con affetto, ma è così, e sono certo che anche Seth Godin o Riccardo Falcinelli potrebbero essere del medesimo avviso; fin dal principio degli anni Ottanta (come ricostruisce nel catalogo il curatore Daniele Capra) i partiti italiani hanno progressivamente abbandonato le idee per vendere le facce. Prima Craxi sorridente con lo slogan sull’ottimismo della volontà, poi Berlusconi che ha trasformato il candidato in prodotto commerciale, poi una cascata interminabile di uomini in giacca scura fotografati davanti a sfondi neutri, con luci morbide e lo sguardo che cerca di comunicare contemporaneamente competenza, umiltà e carisma.
Un’impresa impossibile che produce invariabilmente un’espressione vagamente cretina. Morbin, Mascella e Concari hanno capito una cosa che i teorici della politica discutono da decenni senza arrivare da nessuna parte: il manifesto elettorale contemporaneo non comunica idee. Comunica un corpo, un’estetica del potere ridotta alla sua forma più banale e più onesta (un essere umano che dice: guardami, fidati di me, sono leggermente meglio di te, ovvero il riassunto di tutto ciò che ci vende la società moderna fin dagli albori: se è bello allora va bene se è brutto non fidarti). E allora cosa succede se togli tutto il resto e lasci solo il corpo?
Le fotografie di Manifesto sono costruite con chirurgica precisione, Morbin, Mascella e Concari hanno studiato il genere e sì, è un genere, con le sue regole ferree come la natura morta olandese del Seicento e lo hanno replicato quasi perfettamente: la posa a tre quarti, le braccia conserte, la giacca e la camicia bianca. Lo sguardo a metà strada tra l’assertivo e l’empatico. Le luci morbide che non creano ombre scomode. Quasi perfettamente. Perché è nel quasi che vive l’arte.
Morbin (mannaggia al suo geniaccio!) sperimenta con una goccia d’olio sulla cravatta, la forfora sulla spalla, una traccia di saliva all’angolo della bocca dettagli quasi impercettibili che, una volta visti, non riesci più a non vedere. Mascella adotta la posa del “politico d’azione” con la camicia azzurra e le maniche arrotolate, ma la prospettiva è leggermente distorta, come se il soggetto stesse già arretrando, già cercando una via d’uscita. Concari, unica presenza femminile del trio, osserva che le candidate di destra e di sinistra seguono codici estetici opposti le prime puntano sulla femminilità, le seconde studiano con precisione il linguaggio della mascolinità per competere sul terreno degli uomini e sceglie deliberatamente una prospettiva sessualizzata minata da una sbavatura di rossetto sul labbro superiore (chi non ha mai visto un manifesto della ormai ex ministra Santanchè?). Una sbavatura. È tutto lì. Non una denuncia, non un manifesto programmatico, non un gesto grandioso una banalissima sbavatura di rossetto che in un contesto normale non significherebbe niente e in quel contesto pesa come un macigno (anche perché nelle locandine ufficiali Photoshop una cosa così non la perdonerebbe).
Quello che colpisce di più in questo progetto è la sua doppia invisibilità. La prima invisibilità è quella voluta: i manifesti non rivendicano nulla, non c’è firma, non c’è titolo, non c’è comunicato stampa. Sono anonimi per necessità strutturale (il gioco è: se sapeste che state guardando un’opera d’arte, smettereste di guardare il manifesto elettorale, sicuramente). Il funzionamento del pezzo dipende dal fatto che tu pensi, anche per un secondo, che potrebbe essere vero. Capra che ha avuto il ruolo di intermediario burocratico, gestendo le autorizzazioni con i comuni racconta di aver dovuto mantenere l’anonimato persino con un giornalista del Corriere della Sera che aveva fatto un accesso agli atti per scoprire chi avesse comprato quegli spazi pubblicitari a Torino. La storia è finita sul giornale senza che i nomi venissero rivelati. L’opera continuava a funzionare anche mentre veniva indagata.
La seconda invisibilità è quella dell’arte pubblica in generale, e qui Manifesto tocca qualcosa di veramente profondo. Pietro Gaglianò nel suo saggio cita Musil “(…) nulla in questo mondo è più invisibile di un monumento” e ha ragione, ma aggiunge qualcosa di ancora più preciso: il manifesto elettorale legale, autorizzato, pagato, gode di una strana immunità percettiva: lo vedi, ma non lo guardi: è così onnipresente, così formalmente identico a se stesso da decenni, che il cervello lo elabora come rumore di fondo. Il paradosso di Manifesto è che per essere visto davvero (per attivare quella domanda inquieta, ma chi sono questi?) deve passare inosservato abbastanza a lungo da confondersi col paesaggio.
Le fotografie documentarie mostrano i manifesti nel loro contesto reale: accanto a locandine di sagre della polenta e corsi di yoga, di fronte a cassonetti dell’immondizia e parcheggi di periferia, sui muri scrostati di Piacenza e sui pannelli di Torino. I tre candidati immaginari fissano il vuoto mentre la città li ignora, passano studenti con gli zaini, signore in bicicletta, automobilisti al semaforo. Nessuno sembra fermarsi. Eppure qualcuno deve essersi fermato (qualcuno ha fotografato i manifesti a Torino, li ha postati sui social, ha chiamato il giornale). C’è un’immagine particolarmente memorabile: alcuni dei manifesti torinesi sono stati vandalizzati; le facce dei candidati immaginari sono state ricoperte di vernice nera, con scritte e scarabocchi. È un atto inconsapevolmente perfetto, qui stiamo vivendo il Matrix per dirla con una filologia cinematografica: la finzione batte il reale. I vandali hanno risposto al manifesto come se fosse un vero manifesto elettorale, con la stessa rabbia, lo stesso gesto rituale di deturpazione che accompagna ogni campagna elettorale italiana da decenni. L’opera ha ingannato non solo l’occhio, ma anche la mano…
C’è un’obiezione ovvia a tutto questo, e vale la pena affrontarla: non è forse cinismo? Non è facile, dall’alto di uno studio d’artista, deridere la mediocrità della classe politica senza proporre niente in cambio? Gaglianò risponde con Grand Fury e la campagna AIDS degli anni Ottanta “(…) l’arte non basta” e lo fa in modo onesto. Manifesto non pretende di cambiare nulla. Non è propaganda, non è militanza nel senso tradizionale, non ha un programma ma è qualcosa di più modesto e forse per questo più duraturo: è un dispositivo di attivazione percettiva, ti costringe a guardare quello che guardi tutti i giorni senza vedere. Ti chiede: perché hai imparato a fidarti di un certo tipo di giacca, di un certo tipo di sguardo, di un certo tipo di postura? Chi ti ha insegnato che quella combinazione di elementi significa competenza? Chi ci guadagna dal fatto che tu non lo sappia fare? Non sono domande nuove. Ma poste così in mezzo al traffico, su un cartellone pagato e autorizzato, da tre persone che non si firmano e non rivendicano niente acquisiscono una qualità diversa. Non accusatoria quasi divertita.
Il libro si chiude con una nota di Morbin sull’impermanenza: i manifesti sbiadiscono, si sgretolano, vengono coperti da altri manifesti. È l’operazione opposta a quella dell’artista, che lavora per fare durare la propria opera. C’è qualcosa di autenticamente commovente in questo tre persone che mettono le loro facce sui muri di una città sapendo che quelle facce verranno strappate, vandalizzate, dimenticate. Come le facce dei politici veri come tutte le facce sui muri pubblicità annesse. I candidati sorridono sempre, anche se sanno di perdere e forse, sorridendo, ci dicono qualcosa sulla nostra disponibilità a farci ingannare da un sorriso.
Volevo chiudere con un ricordo, uno sketch di Pieraccioni di circa trent’anni fa quando in teatro prendendo in giro le elezioni, faceva notare che Berlusconi non aveva molti capelli dal vero, ma nel manifesto li aveva e lí la verità su quel cartellone non poteva essere messa in dubbio perché appunto, lì aveva i capelli. Magia dell’immagine contemporanea…la canzoncina di fine sketch faceva così: ”(…) Signora lo so che qui i capelli non li ho, ma lì li hooooooo!”. Potere dell’immagine. Potere dei manifesti. Sipario.
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