Fino al 22 novembre, Ca’ Pesaro a Venezia ospita la straordinaria mostra di una delle pittrici più importanti del nostro tempo, ripercorrendone la carriera dagli esordi negli anni Novanta fino ai giorni nostri
Jenny Saville attraversa le sale dell’ultimo piano di Ca’ Pesaro a Venezia con naturalezza, come se le sue opere avessero sempre abitato quegli spazi. Parla poco, ma ogni parola è scelta con precisione: nel suo racconto si intrecciano il percorso artistico, il legame con Venezia e una profonda conoscenza della tradizione pittorica veneziana, che da sempre nutre e influenza la sua ricerca.
Curata da Elisabetta Barisoni con il supporto di Gagosian, la mostra inaugura una stagione ricca per l’arte a Venezia. Saville, d’altronde, non ha bisogno di presentazioni: figura centrale della generazione di artisti emersa nel Regno Unito tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta – i cosiddetti Young British Artists (YBA), tra cui Damien Hirst e Tracey Emin – è oggi tra le artiste viventi più quotate sul mercato.
Non sorprende, quindi, che lei stessa si sia emozionata nel ritrovare in mostra alcune opere fondamentali del suo percorso, come Propped (1992) e Hyphen (1999), che non rivedeva dai tempi della celebre mostra Sensation alla Royal Academy of Arts di Londra nel 1997, un evento che segnò l’affermazione di una nuova generazione di artisti.
IL CORPO FEMMINILE PER JENNY SAVILLE
In un momento in cui molti dei suoi colleghi avevano abbandonato la pittura a favore di nuovi media, Saville ha dato nuova linfa al figurativo contemporaneo riavvicinandosi alla tradizione della pittura a olio e ai ritratti, tra le forme d’arte più classiche, riuscendo però a sconvolgerle. Basti pensare all’opera-manifesto Propped, dipinto di laurea dell’artista, che presenta il corpo esagerato della stessa Saville su uno sgabello, con una vista azzardata presa da sotto in su. Una tecnica che si presenta fin da subito dura, quasi sconvolgente, soprattutto per il trattamento a cui sottopone i suoi soggetti sulla tela. In particolare, il corpo femminile viene presentato nella sua verità, sgraziato, non seducente ma monumentale, e diventa così strumento di un messaggio liberatorio, in un’epoca in cui inizia a farsi strada il culto della chirurgia estetica. La grande dimensione dei suoi dipinti nasce da un’esigenza ben precisa, quella di imporre la sua opera, quasi volesse dire “io ci sono”.
PUSH THE PAINT
Una volontà, quella di farsi strada con uno stile fuori dai trend del periodo, che continua a essere ancora molto forte. Non è un caso che, nel suo studio a Oxford, l’artista lavori tenendo bene in vista un cartello con su scritto Push the paint, quasi un incoraggiamento quotidiano a portare la pittura all’estremo.
Come nel caso dei ritratti – celebri quello insieme a sua sorella Hyphen (1999) e il suo volto disteso, specchiato sul pavimento in Reverse (2002–2003) – dal grande effetto coloristico e luministico. Nei primi piani il colore diventa più libero, più intenso, con una pennellata che si fa più rapida giungendo, negli anni più recenti, ad una profonda ricerca coloristica.
I LAVORI PIÙ RECENTI
I lavori più recenti di Saville affrontano temi di forte impatto emotivo e simbolico, come la guerra e il dolore collettivo. Nella penultima sala ricorrono immagini di donne con bambino: non un messaggio politico, ma iconografico, a sottolineare come l’idea di una mamma con il suo bambino non sia soltanto la Madonna, ma declinazione di dee archetipali che attraversano tutte le ere e le culture. Le opere sono ispirate a immagini di cronaca, come Aleppo (2017-2018), realizzata attraverso una profonda documentazione sul conflitto siriano, o Byzantium (2018), fortemente veneziana perché si rifà alle opere che l’artista ha visto a Torcello.
L’OMAGGIO A VENEZIA
Saville è molto legata a Venezia, dove veniva d’estate insieme allo zio che teneva corsi di storia dell’arte in diverse città italiane. Conosce benissimo l’architettura e i musei, ama l’arte veneziana da cui si lascia influenzare, soprattutto da Tiziano. Racconta che ogni volta che viene a Venezia si ferma alla Basilica dei Frari e ricorda ancora con emozione la visita sui ponteggi durante i restauri dell’Assunta di Tiziano. “Ho sempre amato questa città e l’arte veneziana. Questa mostra è il sogno della mia gioventù che si realizza e conferma che la fiducia che avevo nel mio stile era giusta”.
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