La mostra Carlo Scarpa. Tre progetti veneziani 1942–1951, allestita a L’ERA gallery fino al 30 aprile, è una vera chicca: un episodio espositivo contenuto e preciso che si inserisce in uno dei poli di ricerca della galleria, dedicato all’universo creativo della Venezia del ventesimo secolo — da Toni Zarpellon a Carlo Memo, fino a Sergio Ballini, “braccio architettonico” di Giuseppe Mazzariol in numerose imprese.
TRE PROGETTI CARDINE DI CARLO SCARPA
Curata dallo stesso Sergio Ballini con Luigi Guzzardi e Cecilia Zavagno, l’esposizione esplora la vita e il lavoro di Carlo Scarpa tra gli anni Quaranta e il dopoguerra attraverso tre progetti cardine — casa Pelizzari (1942-45), casa Bellotto (1945-47) e casa Vianello (1951). In mostra una trentina di disegni, fotografie d’epoca, planimetrie e studi di prospetto, insieme ad alcuni arredi originali realizzati dalla falegnameria Capovilla: un insieme che restituisce l’esperienza della qualità degli interni scarpiani per pochi ineffabili pezzi.
Il periodo indagato — gli anni del conflitto e del primo dopoguerra — si rivela tutt’altro che marginale: è una soglia, un laboratorio in cui si depositano, già in forma compiuta, alcuni dei temi che attraverseranno l’opera di Scarpa. Le tre case veneziane sono presentate attraverso un dispositivo espositivo ricorrente ma di volta in volta reinventato nella galleria: disegni, fotografie e arredi disposti in una sequenza narrativa di due stanze, i cui dettagli e toni recuperano i precetti scarpiani. Si tratta, a ben vedere, di luoghi in cui l’invenzione si esercita nella dimensione minuta del particolare, nella continuità tra spazio e oggetto, tra struttura e arredo.
In questo senso, la presenza dei manufatti della falegnameria Capovilla non ha un valore accessorio ma restituisce con evidenza la natura intrinsecamente locale di queste opere, in un momento storico in cui il gli arredi sono ancora esito di una relazione diretta tra progettista, bottega e cliente. È nei disegni per gli arredi, nelle sezioni, nei dettagli delle cornici che la mostra trova uno dei suoi punti più convincenti: dispositivi attraverso cui Scarpa costruisce un lessico domestico riconoscibile.
GLI ARREDI COME OPERE D’ARTE ANCORA IN USO
Ma proprio gli arredi — apparentemente elementi “trasportabili” — rivelano uno degli aspetti più delicati e significativi dell’intera operazione. La loro presenza in mostra è il risultato di un processo complesso, reso possibile dalla disponibilità di chi ancora oggi abita queste case, custodendole e mantenendole, spesso con straordinaria continuità, nello spirito originario del progetto scarpiano. In questo senso, la mostra non è solo un lavoro curatoriale, ma l’esito di una rete di relazioni, di fiducia e di cura: un passaggio temporaneo di oggetti che non sono mai diventati realmente “museali”, perché ancora pienamente inseriti in una dimensione d’uso.
Le cornici, in particolare, assumono un valore quasi teorico: non semplici supporti per immagini ma strumenti di mediazione culturale, capaci di tradurre — attraverso riproduzioni, citazioni, allusioni — un dibattito europeo che attraversa l’architettura e le arti visive del tempo. Il riferimento alle esperienze moderne si intreccia con una sensibilità profondamente veneziana, fatta di misura, luce e materia.
Colpisce, entrando in mostra, l’impatto cromatico: quei gialli, quei verdi, inattesi per un immaginario domestico veneziano ancora legato a una presunta neutralità tonale. Qui il colore è scelta e presa di posizione, segno di una volontà di dialogo con le ricerche più avanzate del Novecento, filtrate attraverso una cultura progettuale che evita ogni dogmatismo.
IL PROGETTO PER CASA VIANELLO
Il progetto per casa Vianello, pur non realizzato, introduce un ulteriore scarto: il linguaggio si apre a influenze più esplicitamente internazionali, lasciando intravedere le traiettorie di una ricerca in evoluzione. Il disegno diventa così spazio di possibilità, più che semplice documento.
Ma è nel ruolo stesso della galleria che la mostra acquista un significato esteso. L’ERA gallery mira a configurarsi come un vero presidio culturale per la città, uno spazio per la comunità veneziana, capace di sottrarsi alle dinamiche effimere ed estrattive del circuito espositivo contemporaneo. Il lavoro portato avanti da Davide Arra si distingue proprio per questa tensione: costruire un luogo di continuità, di ricerca e di condivisione, in cui la memoria progettuale del Novecento non venga semplicemente esposta, ma riattivata, resa accessibile e rimessa in circolo con le esperienze del contemporaneo. L’ERA agisce come dispositivo sociale oltre che espositivo: un laboratorio sostenuto da una rete di studiosi, volontari e giovani ricercatori, ma anche un punto di riferimento concreto per i veneziani stessi. La mostra su Scarpa si inscrive pienamente in questa traiettoria, non come episodio isolato ma come parte di un lavoro più ampio che insiste sulla necessità di riattivare una memoria materiale e rendere esplicito quanto questa rilasci nelle figure che abitano oggi la città come Robert Morgan e Biagio Gibilterra, o la esibiscono altrove, come Carlo Biasia o Cemal Emden, in una vera e propria condizione esistenziale.
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