Tra appunti di gioventù e critica artistica, Francesco Liggieri ci racconta le mostre veneziane della Pinault Collection, fino alla scoperta più intensa: Michael Armitage.
Qualche giorno fa, riguardando alcuni appunti di arte e di critica cinematografica dei tempi dell’accademia, quando ero un “pischelletto” di 24 anni, sono inciampato in un passaggio che avevo sottolineato più volte. Faceva così: “Le storie interessanti iniziano sempre con due elementi imprescindibili. Se si vuole scrivere una sceneggiatura, ad esempio di un film che faccia incassi, i primi 10 minuti di quella sceneggiatura devono iniziare con un incidente, un’omicidio o una verità assoluta. E in tutte queste opzioni bisogna ricordarsi che il pathos deve scorrere come un treno a vapore a velocità costante, per fare in modo che tutto funzioni”.
Fine appunto.
QUATTRO MOSTRE A PALAZZO GRASSI
Le mostre a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia quest’anno sono ben quattro e devo dire che la cosa mi ha spiazzato non poco. Sono un fan della Pinault Collection fin dal giorno uno in laguna, quando si presentarono al mondo italiano con Where Are We Going, una mega collettiva a Palazzo Grassi con i pezzi da novanta mondiali compresi molti artisti italiani: una mostra davvero notevole.
Vedere oggi quattro mostre mi ha colpito, abituato come sono alle loro collettive o alle loro personali di qualità altalenante (diciamocelo: negli ultimi anni non hanno brillato come un tempo; ma è fisiologico, non si può sempre andare a duecento all’ora, neanche per loro). Mi sono quindi detto che, se avessi dovuto scrivere, lo avrei fatto sulla mostra che più mi avrebbe colpito.
MICHAEL ARMITAGE A PALAZZO GRASSI
Alla fine ha vinto Palazzo Grassi, con la personale, bellissima, di Michael Armitage dal titolo: The promise of change. Non uso quasi mai il termine “bellissima” per una mostra, perché suona un po’ superficiale e rischia di sembrare banale, ma in questo caso mi è sembrato il più adeguato. L’alternativa sarebbe stata “strabiliante”, che utilizzo ancora più raramente, quindi ho scelto il primo. Tornando al mio passato di studi cinematografici, la mostra di Armitage a Palazzo Grassi mi richiama proprio quel dettaglio: non c’è qualcosa che ti colpisce al primo sguardo, ma ti tiene sospeso in quel pathos di cui sopra, un elemento spesso necessario e che, purtroppo, in molte mostre di pittura oggi si sta perdendo (ma questo è il mio umile parere, che volete che ne sappia ho solo una laurea in pittura contemporanea!). La mostra si sviluppa su tre piani, con opere grandi, medie e piccole, attraversate da una serie di riferimenti pittorici che non possono mancare in un artista di una certa esperienza e con un determinato percorso, capace di diventare “riconoscibile”. Inoltre racconta qualcosa che, nella pittura contemporanea, sembra quasi una “bestemmia”: parla di politica, di sommosse, di vita reale. Niente di luccicante o commerciale: è un lavoro crudo e diretto. Mi piace. La vera particolarità del suo lavoro, però, è nella materia. Osservando questa mostra così interessante, ciò che colpisce non è tanto il fatto che tecnicamente possa ricordare Peter Doig o altri pittori contemporanei degli ultimi trent’anni, quanto la tecnica e il supporto: olio su tessuto di corteccia di Lubugo. Alzi la mano chi sa di che albero si tratta.
Ve lo racconto, perché questa parte potrebbe essere interessante per futuri articoli. Il Lubugo è un albero originario dell’Uganda. È più simile a un fico che a un albero tradizionale, ma ciò che conta è che dalla sua corteccia si ricava un materiale che diventa tessuto, che Armitage utilizza per i suoi lavori. E credetemi: a occhi attenti è qualcosa di sorprendente. Meraviglioso. Ogni opera appare diversa, con quelle pieghe, quei tagli e quelle cuciture che servono a chiudere o a “quadrare” la tela; in certi punti sembrano quasi costellazioni. Opere come Baikoko at the Mouth of the Mwachema River, Necklacing o Pathos and the Twilight of the Idle, per citarne alcune, sono lavori notevoli. Meravigliosi. E lo è anche il video che racconta come questo materiale venga recuperato dagli alberi: vale la pena vederlo, soprattutto se si è curiosi di capire come e perché.
LA MOSTRA DI AMAR KANWAR
Salendo a Palazzo Grassi, anche la seconda mostra di Amar Kanwar, pur composta da poche opere, è altrettanto piacevole: non urla, non pretende, si offre con misura, permettendo al pubblico di avvicinarsi senza eccessi. Non male, considerando che siamo a ridosso della Biennale Arte e che alcuni musei in laguna, già, sembrano alzare il volume più del necessario. Si esce da Palazzo Grassi con l’idea che la pittura, ciclicamente data per spacciata e indicata come prossima vittima del mercato (alzi la mano chi non ha mai sentito dire “la pittura è morta”), in realtà sta benissimo. Sta meravigliosamente, e le opere di Armitage lo confermano. Se vi trovate a Venezia tra il 29 marzo e il 10 gennaio 2027, fateci un salto: ne vale la pena.
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