La rinascita culturale di Mestre. Parola a Elisabetta Barisoni

Ha inaugurato ieri a Mestre, nella terraferma veneziana, MUVEC – Casa delle Contemporaneità, un nuovo museo d’arte contemporanea con tanto di collezione permanente. Il museo – ufficialmente il 15esimo nato nell’alveo della Fondazione MUVE Musei Civici di Venezia –  si inserisce nel cosiddetto “distretto della cultura” di Mestre, che negli ultimi anni ha visto aprire nuovi spazi che hanno riqualificato intere aree della città, come l’Emeroteca dell’Arte in Piazza Ferretto e le Casermette 8 e 9 a Forte Marghera. 

Plaudiamo a questa nuova apertura e – siccome Mestre ci sta molto a cuore, visto che anche la nostra casa editrice con CIRCUIT fa parte di tale distretto culturale – ne abbiamo parlato con Elisabetta Barisoni, Dirigente Area Musei e MUVE a Mestre, alla guida di tutta l’operazione.

MUVEC, Casa delle contemporaneità, Mestre, 2026, Installation view, ph Nico Covre
Vorrei concentrare questa intervista sui progetti che ci sono a Mestre. Visto che apre in questi giorni MUVEC, mi racconti un po’ più nel dettaglio di cosa si tratterà?

Innanzitutto grazie. Devo ammettere che non è facile lavorare sulla città di Mestre per tanti motivi, soprattutto uno abbastanza banale: Mestre è nata a fianco di una delle città più belle del mondo, e quindi ne subisce sempre il confronto. Dall’altro lato, però, devo dire che, proprio per questo, il lavoro è stato molto stimolante e inserirci in un tessuto culturale così importante ha costituito una grandissima sfida. La Fondazione MUVE è a Mestre con mostre temporanee dal 2016, però da dieci anni noi andavamo e tornavamo al Centro Culturale Candiani, non avevamo gli uffici, non avevamo una sede. Adesso invece apriamo un nuovo museo d’arte contemporanea con un allestimento originale, una collezione permanente e un piano per le mostre temporanee, e io sento una grandissima responsabilità. Apriamo con MUVEC quello che diventa di fatto il quindicesimo museo dei Musei Civici di Venezia ed è l’unico che abbiamo in terraferma. 

Trovo fantastica l’apertura di questo nuovo museo d'arte contemporanea. Quest’operazione “nobilita” la terraferma veneziana e mi sembra un impegno importante che viene dimostrato. D'altronde, era forse un peccato che ci fossero delle mostre significative - penso a Kandinskij, Chagall, Matisse, Munch... - senza avere un “contenitore” di rilievo. Immagino abbia richiesto molto tempo, impegno, riflessioni: quanto avete lavorato per progettare questo museo?

Sì, decisamente. Innanzitutto voglio precisare che – contrariamente ad altri progetti recentemente realizzati a Mestre, come l’Emeroteca dell’Arte o le Casermette – l’apertura di questo nuovo museo a cui si accede dal Centro Culturale Candiani ma con un nuovo accesso indipendente (perché il MUVEC è in Piazzale Candiani e si trova nello stesso edificio del Centro Culturale), è un progetto tutto della Fondazione MUVE che ci ha impegnato almeno per un biennio. L’importanza che abbiamo dato a questa operazione è amplificata dalla considerazione che di fatto MUVEC è l’unico museo d’arte contemporanea di Fondazione MUVE, perché se ci pensi Fortuny o Ca’ Pesaro, che sono dell’area moderna e contemporanea di cui io sono dirigente, non sono totalmente deputati al contemporaneo – se intendiamo per contemporaneo l’arte a partire dalla seconda metà del Novecento – perché le collezioni lì conservate partono dal 1800. 

Detto questo, vorrei partire dall’architettura: questo museo aveva bisogno di una soglia, di un accesso, di un’aura, che va oltre l’utopia architettonica, che è stata anche di grande successo per molti anni, dell’originario Centro Culturale Candiani degli architetti Cappai e Mainardis. Avevamo bisogno di far accedere i visitatori in una dimensione che fosse esclusivamente museale, anche per dare dignità a questo sforzo economico e culturale. Per questo abbiamo realizzato un nuovo accesso totalmente separato su Piazzale Candiani, con una torre identitaria di 13 metri dove campeggia la scritta MUVEC che diventa un buon punto di riferimento della skyline di Mestre e una passerella in cui si compie un percorso di avvicinamento al museo – prima di entrare all’accesso biglietteria e guardaroba – con un grande ledwall che accoglie i visitatori. Questo percorso è caratterizzato anche dal colore, il corallo, che identifica il Museo a cui poi si accede direttamente dalle sale del secondo piano.

MUVEC, Casa delle contemporaneità, Mestre, 2026, ph Nico Covre
Iniziamo a entrare nei contenuti di questo nuovo museo. Perchè si chiama la Casa delle Contemporaneità?

Lasciami dire che a livello personale sono molto contenta e grata: ho 50 anni, e mi rendo conto che nel corso di una carriera come la mia, è difficile poter creare un museo ex novo. Di solito si agisce, soprattutto in un paese come il nostro, su musei già esistenti. Io ho avuto la fortuna, nel 2003 quando avevo 26 anni, di partecipare anche alla creazione del nuovo MART. Ma questa esperienza a Mestre è molto diversa e non è paragonabile: è fondamentale comprendere il contesto culturale e sociale in cui il museo agisce, e adattarlo a quest’ultimo. Per assurdo non potevamo nemmeno fare una Ca’ Pesaro bis, semplicemente prendendo le opere dal 1948 in poi più rilevanti. Quindi la sfida è stata creare un nuovo concetto di museo: difatti, si chiama Casa delle Contemporaneità.

Ad accogliere i visitatori sarà proprio la scritta “Casa delle Contemporaneità” nelle 21 lingue più parlate da chi risiede a Mestre, perchè Mestre è una città multiculturale nel senso della residenza, non solo del passaggio. Sul sito del Comune c’è una pagina in cui i residenti sono divisi per numero di appartenenti a diverse comunità, e lì abbiamo individuato le prime 21. Ci siamo proprio ispirati a un nuovo principio di museo, che tiene al centro l’accoglienza e l’idea della casa, e ci auguriamo che ognuno possa trovare una sua collocazione geografica e culturale in questo luogo. Abbiamo riprodotto anche alla fine del percorso “Cos’è per te casa?” con dei fili d’acciaio. Qui mettiamo a disposizione delle cartoline dove il visitatore può scrivere ciò che vuole: se gli è piaciuto il museo, o dirci cos’è per lui “casa”, perché è un concetto trasversale.

MUVEC, Casa delle contemporaneità, Mestre, 2026, Installation view, ph Nico Covre
Quindi c'è l'interesse ad aprirsi anche a un nuovo pubblico, che immagino non sia un abituale frequentatore dei musei veneziani.

C’è un pubblico diverso, sì, ma c’è anche una parte di pubblico comune, perché sappiamo che a Mestre c’è anche una quota di stranieri che soggiorna lì, e poi visita Venezia. Nelle mostre storiche dei maestri del Novecento, come quelle dedicate a Kandinsky, Chagall, o Matisse, abbiamo notato che circa il 15% dei visitatori era straniero. Questo indica che Mestre attrae anche un pubblico internazionale, che soggiorna qui per visitare altre città venete come Padova, Verona, Vicenza, Possagno. C’è quindi un turismo interno che, oltre a esplorare la regione, partecipa anche alle nostre iniziative culturali. La maggior parte del nostro pubblico però proviene dal Veneto, includendo Venezia, la città metropolitana e i comuni circostanti. Questo bacino d’utenza, che un tempo era chiamato “Triveneto” e ora “Nord-Est” (Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna), rappresenta un pubblico che, per motivi motivi, logistici o pratici, può trovare più comodo fermarsi a Mestre piuttosto che a Venezia. È un pubblico che magari non va sempre a Venezia, o c’è già stato, o non torna, o che comunque si ferma più facilmente a Mestre. La residenzialità a Mestre è molto diversa rispetto a Venezia, con un bacino d’utenza più ampio. Per noi è fondamentale che il museo diventi un punto di riferimento per i nuovi residenti. L’obiettivo è che, magari, un’esperienza da noi possa invogliare chi è alla prima o seconda generazione di immigrazione a visitare anche Palazzo Ducale, avendo rotto il ghiaccio con l’arte e la cultura.

MUVEC, Casa delle contemporaneità, Mestre, 2026, ph Nico Covre
A livello espositivo cosa vedrà il visitatore che entra a MUVEC? Cosa c’è nella collezione permanente del Museo?

Il percorso comprende circa 60 opere. Questo percorso è dinamico e potrà subire modifiche, come avviene per le sale di Ca’ Pesaro, ma rappresenta il nucleo della collezione permanente.
Questa è strutturata su tre macro-sezioni: Ricostruzione, Costruzione, Decostruzione, concetti legati alla cronologia, ma il museo non è strettamente cronologico come la Galleria di Ca’ Pesaro. La sezione “Ricostruzione” parte dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, evocata da opere come la Grande esplosione di Ruff e l’Uomo atomizzato di Agenore Fabbri. Queste danno subito l’idea di cosa significhi “ricostruzione”, sia a livello internazionale che locale, considerando che Mestre fu bombardata. Si esplora come l’Italia riparta nel 1948 e cosa significhi l’arte contemporanea in questo contesto. Questa sezione presenta opere di autori importanti come Vedova, Pizzinato, Novelli e Scialoja, sia del Fronte nuovo delle arti che dell’Informale, esplorando la ricostruzione visiva figurativa e non figurativa della Nazione. Ogni opera ha una didascalia approfondita per chi desidera maggiori dettagli, ma sulle pareti abbiamo inserito anche citazioni emozionali e soprattutto domande.

La seconda sezione, “Costruzione”, segue un approccio simile, partendo dallo Spazialismo per arrivare alla geometria. Include opere di De Toffoli, Gasparini e Gaspari, e poi si concentra sulla “geometria del reale”. Il tema della costruzione è esplorato attraverso artisti che utilizzano forme geometriche, numeri e colori puri, come Simpson, Sims, Marcolino Gandini e Viani, quest’ultimo un maestro della scultura del Novecento e un “mestrino adottato”. Si accavallano artisti della Donazione Panza, del Color Field americano, e figure importanti della scultura veneziana-italiana.

La terza sezione, “Decostruzione”, si avvicina al contemporaneo, esplorando la decostruzione della forma. Include opere di Tony Cragg, Vedova, Bill Viola, Parmiggiani e Pistoletto. Una nuovissima acquisizione dalla collezione Panza è dedicata alla decostruzione del linguaggio con Joseph Kosuth. Si affronta anche la decostruzione delle geografie, introducendo autori delle nostre collezioni che sono esuli, come Pascale Marthine Tayou, o provengono da diverse parti del mondo, come Alexander Kyungu (Africa) e Masha Asti (vincitrice del concorso Artefici del nostro tempo con il video Masha Mini). Altri autori come Christian Fogarolli contribuiscono a esplorare la decostruzione delle forme, dell’identità, delle sicurezze, del linguaggio e delle geografie.

MUVEC, Casa delle contemporaneità, Mestre, 2026, Installation view, ph Nico Covre
Da dove provengono le opere?

Tutte le opere esposte provengono dalle collezioni civiche. Attualmente, abbiamo 6.300 opere d’arte, di cui circa 120 sono esposte a Ca’ Pesaro. È un patrimonio incredibile, cresciuto notevolmente negli anni, soprattutto per le opere post 1948. Sono conservate al Vega a Marghera, in un deposito molto grande che ospita principalmente le collezioni di Ca’ Pesaro e alcune opere di altri Musei Civici. Altre sedi hanno depositi interni, come il Correr, o depositi più agili per oggetti di dimensioni ridotte. I nostri, in particolare per la scultura, sono molto grandi e gestiti in collaborazione con i colleghi di Ca’ Pesaro. È un grandissimo patrimonio civico che è fondamentale venga visto ed esposto, poiché molte di queste opere sono stupende.

Parlami invece delle mostre temporanee…

Al terzo piano, quello dedicato alle mostre temporanee, si parte con la celebrazione dei dieci anni del Premio Mestre di Pittura e la mostra sarà aperta fino a giugno. Il primo premio del concorso entra sempre nelle collezioni di Ca’ Pesaro, e in questi dieci anni di collaborazione con il Circolo Veneto abbiamo avuto bellissime soddisfazioni. A settembre invece, la mostra principale sarà dedicata a Klimt, Schiele e Kokoschka, riportando a Mestre, dopo dieci anni, la Giuditta di Klimt. L’apertura è prevista per il 26 settembre. È anche simbolico il fatto che la Giuditta di Klimt, uno dei capolavori non solo di Ca’ Pesaro ma di tutta la collezione dei Musei Civici, tornerà a Mestre. Questo è un evento simbolico: portarla qui, in una mostra sul corpo nell’arte contemporanea, partendo dai tre artisti, ha un significato particolare. Noi possediamo opere di Klimt e Schiele, mentre la Fondazione Oskar Kokoschka presso il Musée Jenisch a Vevey, in Svizzera, ci presterà le opere di Kokoschka. L’obiettivo è analizzare uno dei temi più urgenti della contemporaneità: il corpo, la sessualità, l’erotismo, il corpo in senso freudiano, il corpo come inadeguatezza, il corpo da modificare. Partendo dallo scandalo che suscitarono questi artisti nel loro tempo, la mostra arriverà fino all’arte contemporanea, includendo artisti come Manzoni, Yves Klein, Ana Mendieta e Gina Pane, esplorando la body art e oltre.

MUVEC, Casa delle contemporaneità, Mestre, 2026, ph Nico Covre
Vorrei chiudere ritornando al distretto dell’arte, perché il MUVEC rappresenta il cuore di questo nuovo polo culturale mestrino, giusto?

Il distretto di Fondazione MUVE si configura secondo una costellazione di luoghi ben precisa, che colgo l’occasione di ricordare.

Emeroteca dell’Arte: qui c’è la produzione. Abbiamo 13 artisti in residenza. 10 atelier sono assegnati tramite bando di Bevilacqua La Masa. Bevilacqua ne assegna 15, noi 10, ogni anno, per residenze aperte a tutte le discipline. Tre atelier sono poi assegnati: uno a un pittore del Premio Mestre di Pittura, selezionato con la giuria tecnica, e due a due artisti meritevoli del concorso Artefici del Nostro Tempo. Gestiamo anche le attività del caffè letterario al piano mezzanino, con presentazioni di libri e intersezioni con gli atelier, come la presentazione degli artisti e dei curatori delle residenze (l’anno scorso era Antonio Grulli, quest’anno è Camilla Mozzato). È un luogo, un salotto, un caffè. Però in Emeroteca non c’è attività espositiva.

Le Casermette (Casermetta 9 e Casermetta 8): l’attività espositiva per i middle career si svolge qui. La Casermetta 9 è stata aperta lo scorso dicembre. Nella Casermetta 9 da giugno a settembre, viene allestita la mostra del concorso Artefici del Nostro Tempo. Questo è un concorso aperto a giovani artisti italiani sotto i 35 anni, suddiviso in quattro categorie (pittura, video arte, street art, scultura e scultura del vetro), con giurie molto prestigiose. I vincitori dei primi posti espongono al Padiglione Venezia alla Biennale. Dal secondo al decimo posto si espongono da giugno a settembre alla Casermetta 9. Successivamente, questo luogo ospita la mostra di fine residenza degli artisti residenti: in accordo con Bevilacqua La Masa, si offre l’esito di un percorso di residenza con una mostra collettiva che viene organizzata prima a Venezia nelle sedi della Bevilacqua e poi in Casermetta, con catalogo finale.

MUVEC, Casa delle contemporaneità, Mestre, 2026, Installation view, ph Nico Covre

MUVEC: qui si espongono i maestri. Si parlava prima di Klimt, Schiele, Kokoschka, ma parliamo anche di Vedova, Fogarolli, quindi artisti che sono già nelle collezioni di Ca’ Pesaro. Stiamo parlando di un museo con collezione permanente e di mostre temporanee. 

Centro Palaplip (a Carpenedo, in via San Donà): questo è il quarto e ultimo punto del distretto, a cui stiamo ancora lavorando, che però si dettaglierà meglio nel 2027. Avremo la possibilità di mettere a disposizione delle associazioni del territorio uno spazio, quasi una casa di quartiere, sulla base di chiare regole di ingaggio, con un servizio di ristorazione. E lì abbiamo uno spazio espositivo che invece vorrei destinare agli esordienti, ai giovanissimi, per esordire nel campo dell’arte e della produzione culturale sempre sotto l’egida di Fondazione Musei Civici. 

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Elena Casadoro
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