In occasione dell’apertura di K!, il primo spazio torinese dedicato alla fotografia partecipativa, abbiamo chiesto ai fondatori, il collettivo Kublaiklan, di raccontarci non solo di questo progetto ma anche del loro particolare approccio curatoriale.
Tra social di ogni tipo, intelligenze artificiali, ologrammi, e dispositivi tecnologici vari, qual è il ruolo dell’arte in un tempo dove le distanze sembrano accorciarsi solo virtualmente? Siamo davvero così sicuri che siano questi gli scambi di cui necessitiamo? Quali veicoli abbiamo a disposizione per riappropriarci di connessioni differenti?
A queste, e ad altre domande, il collettivo Kublaiklan sta rispondendo da anni con progetti che riflettono proprio sul potenziale relazionale insito nelle pratiche artistiche; in particolar modo in quelle legate alla fotografia. Formato da Francesco Colombelli, Rica Cerbarano, Elsa Moro, e Aleksander Masseroli Mazurkiewicz, il gruppo ha da poco inaugurato a Torino un nuovo spazio espositivo che racchiude a pieno il pensiero alla base del proprio approccio curatoriale.
Stiamo parlando di K!, un luogo di studio e di presentazione di quelle dinamiche collaborative che si possono venire a creare proprio grazie allo scambio di esperienze fra l’artista e le comunità con cui entra in contatto. A dare il via alla nuovissima fucina creativa, inserita all’interno del quartiere storico di San Salvario, è la mostra personale di Emilio Nasser La Cornuda de Tlacotalpan. Concepito con l’intento di recuperare una leggenda popolare messicana destinata all’oblio, il progetto attinge dalla figura mitologica della Cornuda per rileggerne il valore immaginifico attraverso il coinvolgimento degli abitanti della cittadina di Tlacotaplan.
Composta da fotografie di grandi dimensioni, materiale documentativo, e illustrazioni corali, l’esposizione si insinua tra le pieghe di una memoria collettiva con l’intento di portare avanti un vero e proprio atto di resistenza culturale. La parola a Kublaiklan.
Partiamo dall’inizio: chi è, o che cos’è, Kublaiklan? Quando è nato, e con quali obiettivi?
Kublaiklan è un collettivo curatoriale, nato nel 2017 e costituitosi in forma di associazione culturale nel 2018. Abbiamo cominciato a lavorare insieme come exhibition designers e curatori, e nel corso del tempo la nostra pratica si è orientata sempre di più verso una dimensione relazionale dell’immagine, per approdare a un vero e proprio focus sulla fotografia collaborativa.
Come mai questo nome?
Il nome si ispira alla figura di Kublai Khan de Le Città Invisibili di Italo Calvino, un libro estremamente immaginifico e per questo anche molto fotografico.
Quali pensieri, o esperienze comuni, vi hanno portato a interessarvi particolarmente alla fotografia pubblica con tutto ciò che ne consegue?
Ci siamo incontrati mentre lavoravamo al festival di fotografia Cortona On The Move. Senza dubbio una palestra significativa, sia per il modo in cui concepiamo la pratica installativa ma anche per alcuni pensieri più “strutturali” sulla funzione della pratica fotografica e curatoriale. Per noi è diventato fondamentale, nel corso del tempo, che i nostri progetti trovassero un’aderenza il più forte possibile con la società, che stimolassero riflessioni e conversazioni in luoghi non tradizionalmente deputati all’esperienza artistica ma, proprio per questo, terreno fertile per produrre un impatto reale, tangibile, che superi il sistema chiuso dell’arte e che si radichi nella realtà.
Che responsabilità hanno, nel 2026, le figure dell’artista e del curatore?
Crediamo sia importante creare e sostenere progetti in cui l’arte è intesa come uno strumento con cui riflettere sulle dinamiche relazionali del nostro tempo. Di fronte alla società iperindividualista in cui viviamo, è fondamentale porre l’attenzione sulla dimensione sociale del fare arte oggi.
Lo scorso 27 marzo avete aperto a Torino K!, quello che si potrebbe definire il vostro centro operativo. Qual è il suo concept, e perché preferite non definirlo una vera e propria galleria?
K!, è uno spazio interamente dedicato alla fotografia collaborativa e alle pratiche partecipative legate all’immagine. Nasce con l’obiettivo di sviluppare percorsi di ricerca, formazione e produzione culturale che mettano al centro le persone e le relazioni attivate attraverso la fotografia. Ospiteremo in residenza artistə italianə e internazionali, organizzeremo workshop per adultə e bambinə, e ovviamente mostre e restituzioni collettive. Non è una galleria perché, molto semplicemente, la vendita delle opere non è ciò che ci interessa.
Qual è stata l’urgenza di inaugurare uno spazio fisico rivolto principalmente alla fotografia partecipativa?
In Italia la fotografia collaborativa non è per niente riconosciuta nel sistema istituzionale, ma a dire il vero neanche in quello più “genuino” dei festival, o dei piccoli centri espositivi. Altrove, soprattutto nel Regno Unito e in Nord Europa, quella che viene definita “collaborative photography” o “socially-engaged photography” beneficia di organizzazioni e spazi ad essa dedicati, che sono stati per noi una grande ispirazione. Quando parliamo di fotografia collaborativa ci riferiamo a pratiche che coinvolgono direttamente, a vari livelli, le persone fotografate, e che mettono in discussione la dinamica di potere che si crea tra chi tradizionalmente viene definito “soggetto” e chi “autore”. Sono temi su cui riflettiamo da tempo, e che nella nostra ricerca curatoriale abbiamo spesso promosso. Guardando quindi all’Italia, ci siamo resi conto che alcune pratiche e riflessioni su questi approcci esistono, ma sono molto frammentate, e non c’è un luogo atto a sostenerle che sia attraverso la produzione o l’esposizione. Allora ci siamo detti: possiamo creare noi quel posto!
Emilio Nasser è il primo artista che avete deciso di coinvolgere in questa nuova avventura. Come lo avete conosciuto, e come mai la vostra scelta è caduta proprio su di lui?
Il progetto di Nasser ci sembrava un bel modo per introdurre il concetto di fotografia collaborativa in maniera leggera, “toccandola piano”, per così dire. È un lavoro giocoso, che stimola la fantasia di adulti e bambini in maniera diversa illustrando in modo molto semplice una pratica più inclusiva rispetto alla fotografia tradizionale. Inoltre, Nasser è coinvolto anche in un altro progetto che stiamo portando avanti, L’ora di fotografia, realizzato in collaborazione con Fondazione Alfaparf.
Si tratta di un ciclo di residenze artistiche all’interno di scuole superiori, accompagnate da workshop di educazione visiva. Nasser è stato il primo artista a inaugurare questo percorso, e abbiamo quindi pensato che potesse essere l’occasione per espandere la sua presenza anche a Torino immaginando K! come un luogo permeabile ai progetti che realizziamo altrove.
L’approccio relazionale al fare artistico è ciò che caratterizza la ricerca di Nasser, ma non temete che certe pratiche possano facilmente sfociare nella retorica? Mi spiego meglio: la prassi di raggiungere un luogo sconosciuto e di interagire con chi vi ci abita nell’ottica di realizzare e, successivamente, esporne i risultati prodotti non è qualcosa di “troppo facile”? Sia in termini di produzione sia per quanto riguarda l’approvazione da parte del pubblico.
Ci sono tanti modi con cui attivare una partecipazione e sicuramente quello di La Cornuda de Tlacotalpan è un grado iniziale. Questo è il primo progetto con cui Nasser si avvicina alle pratiche collaborative, e dunque in quanto tale conserva i segni di una ricerca ancora in formazione. Non crediamo sia una questione di retorica, ma di consapevolezza che si mette in campo quando si realizza un lavoro. Rendersi conto del proprio ruolo “dominante” in quanto artista, spesso proprio grazie al confronto con chi viene fotografato, è il primo livello di scarto rispetto a una pratica estrattiva, in cui l’interazione diventa semplicemente uno strumento per raggiungere un fine. Per quanto riguarda l’approvazione del pubblico, sinceramente ci sembra che questo tipo di approccio vada proprio nella direzione opposta al gusto di massa, storicamente predisposto a idolatrare la figura del fotografo solitario come genio artistico.
Pensando anche al successo che operazioni simili riscuotono da decenni tra Biennali e grandi mostre varie, non credete che in qualche modo si possa parlare di “nuovo colonialismo”? Ovviamente dipende sempre da chi fa le cose e come, ma per certi versi si può dire che non sia difficile imbattersi in situazioni di sfruttamento o di appropriazionismo culturale. Come vi ponete a riguardo?
Siamo consapevoli del pericolo di incorrere in progetti che sono collaborativi solo all’apparenza. Per evitarlo, crediamo che la soluzione più efficiente sia confrontarsi in modo approfondito con gli artisti, capire da dove originano la loro pratica e la loro volontà di adottare approcci partecipativi. Per noi il lato umano è importantissimo ed è quello che spesso ci fa decidere se collaborare o meno con una persona. Ovviamente lo scenario migliore è quello in cui un artista collabora con una comunità che conosce bene, senza che il suo intervento sia calato dall’alto. Ma ciò che fa davvero la differenza è il tempo che gli artisti investono nel realizzare i progetti. Come curatori proviamo a promuovere processi lunghi, condivisi, dilatati, dove l’output fotografico è solo l’arrivo di un percorso relazionale. Ovviamente, non sempre è possibile farlo nella maniera più “ortodossa”, ma è giusto dare spazio all’eterogeneità di progetti che a vario titolo possono ricadere sotto questo ombrello.
La Cornuda de Tlacotalpan sarà visitabile fino all’8 maggio, dopodiché? Quali sono gli altri progetti in corso, o in fase di preparazione, previsti da K! ?
K! sarà un luogo con una programmazione molto flessibile e aperta. A maggio abbiamo in calendario due workshop per famiglie, e intanto stiamo lavorando alla pianificazione espositiva dei prossimi mesi.
Cosa vi augurate per il futuro di K!, e per lo stesso quartiere che vi ospita?
Speriamo che possa essere un luogo d’ispirazione e un centro vivo per il quartiere. Un punto di partenza per progetti diffusi sul territorio, ma anche un punto di raccolta per storie che provengono dal mondo e che approdano a Torino per mostrare che un altro modo di concepire il gesto fotografico è possibile.
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