Un progetto audace, un padiglione che racchiude una sintesi del “sogno dei musei” tra video, coreografie, suoni, attraversando con grazia i temi della decolonizzazione, della vita nello spazio pubblico, urbano, architettonico: Museum Dreams, la grande mostra antologica di Isaac Julien (Londra, 1960) a gres art 671 di Bergamo fino al 4 ottobre, non ha una mezza misura, ma nella sua maestosità sa essere accogliente, intima, generosa.
UN VERO PERCORSO IMMERSIVO CHE ATTIVA LA MEMORIA STORICA
L’ex padiglione industriale apre così ad un percorso immersivo – per una volta, nel reale senso della parola – dove il pubblico accede a delle”isole nell’isola”: ciascuna con una propria identità formale, composta da percorsi autonomi, finestre, spaccature, varchi e passaggi, ognuna caratterizzata da un codice cromatico specifico scelto dall’artista e dove, all’interno, prendono vita cinque grandi installazioni video multischermo, di cui ben quattro inedite in Italia, insieme a fotografie, sculture, documenti, materiali d’archivio. Un’antologia pensata per raccogliere e sintetizzare il lavoro trentennale di Sir Isaac Julien, sotto la guida del guest curator Nathan Ladd, dove le immagini in movimento sono il veicolo per trasformare gli spazi, attivare la memoria storica, rimettere in circolazione narrazioni sedimentate nel tempo.
Il simbolo identitario da scomporre e analizzare è il museo e l’idea associata di posto dove “stare e vedere”, evoluto in luogo dell’”essere e partecipare”. Infatti, benché le maggiori istituzioni museali abbiano, da tempo, interiorizzato la necessità di raccontarsi quali ambienti vivi, oltre il ruolo di contenitori di storia, archivi chiusi o scrigni preziosi, molte sono ancora le possibilità da sondare sulla partecipazione, la restituzione, la vitalità di questi ambienti, essenziali per la vita comunitaria.
IL MUSEO COME LUOGO DI RELAZIONE
Possibilità che per l’artista britannico si traducono in lirica visiva, partendo dalla messa in discussione dei musei come luoghi di stasi, creando dei dispositivi dinamici per le relazioni, capaci di rimettere la storia in movimento, intrecciando contenuti sociali, politici – temi essenziali nella ricerca di Julien – affrontati con narrazioni stratificate su più livelli: storico, istituzionale, corporeo, visivo, spaziale. Luoghi dove il visitatore non assiste ma è parte della vita autonoma dell’opera e della narrazione. All’interno di gres art questo si traduce nella partecipazione, libera e autonoma, attraverso l’esperienza diretta, attraversando per certi versi, un’idea di arte totale: in The Long Road to Mazatlán (1999) con la coreografia di Javier de Frutos che introduce la danza come dispositivo narrativo e spaziale; Vagabondia (2000) che presenta il tema del nomadismo e della migrazione attraverso una struttura filmica frammentata, fatta di attraversamenti e sospensioni; Baltimore (2003) attraversa lo spazio urbano e la memoria, solcando una città attraversata da tensioni sociali, tra fiction e realtà, avvalendosi dell’immaginario visivo proprio del “blaxploitation movies”, in cui protagonista è il regista, pioniere di questo genere, Melvin Van Peebles, affiancato da una misteriosa antagonista Afro Cyborg, tra gli spazi del Walters Art Museum, del Contemporary Museum e del Great Blacks in Wax Museum. E ancora, l’omaggio monumentale su nove schermi a Lina Bo Bardi: A Marvellous Entaglement (2019). Un percorso tra gli edifici più iconici dell’architetta e designer modernista, nata in italiana e naturalizzata brasiliana, una riflessione sulla sua opera e straordinaria eredità, che concentra la narrazione sui progetti pubblici e quindi, nuovamente, su temi sociali, politici e culturali, insieme alle riflessioni filosofiche, restituendo il pensiero come campo di aperto di relazioni culturali e transnazionali.
PER UNA NUOVA STORIA DEI MUSEI OCCIDENTALI
La riflessione sulla storia dei musei Occidentali in chiave anticolonialista, il modo in cui le opere afrodiscendenti sono state raccolte, esposte e interpretate trova il suo cuore in Once Again… (Statues Never Die) (2022) un sontuoso cortometraggio in bianco e nero dove Isaac Julien parte dall’interpretazione dai principi ispiratori dell’Harlem Renaissance per immaginare la restituzione poetica di un patrimonio artistico trascurato, in cui il passato è sempre presente e il futuro è ancora oggetto di dibattito.
Restituzione, partecipazione, ma anche la messa in discussione e in movimento di temi, luoghi, “periferici” rispetto alle narrazioni centrali. I temi della mostra vestono su misura rispetto ai propositi di gres art 671: uno spazio nato ai bordi della città di Bergamo, in un solco – non solo metaforico – che ha il compito, non facile, di ricucirsi alla proposta culturale e alla vita della città. Ad oggi, con un impegno e una programmazione vivace e di alto livello di mostre, incontri pubblici dedicati a teatro, performance, attività dedicate alla comunità, alle persone.
Un posto vivo e da vivere.
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