Abbiamo letto la biografia-lampo di Lea Vergine

Pubblicato da Electa nel 2025, il volumetto riporta sugli scaffali la storia e la militanza della critica d’arte che ha colmato il vuoto storico lasciato dalle artiste dimenticate.

Lea Vergine ha sempre scelto di definirsi “critico d’arte”, preferendo la declinazione maschile, nonostante abbia consacrato la sua intera vita a rendere giustizia al femminile. Oggi ci si potrebbe chiedere perché, ma forse si tratterebbe di una domanda meno significativa di quanto sembri: negli anni Settanta il dibattito attorno alla legittimazione del femminile nel linguaggio non aveva ancora preso piede. La manifestazione più autentica del suo femminismo risiede altrove, in una sua celebre dichiarazione, rilasciata più volte: “non ho mai perseguito il potere ma la forza, così come non ho mai perseguito la vanità ma l’ambizione”. Lea Vergine, tra le pochissime donne riconosciute nel sistema dell’arte italiano, quel concetto patriarcale di potere lo ha conosciuto da vicino. E infatti, con quel potere, non ha mai voluto avere niente a che fare. 

EitomAo, Lea Vergine, 2001, via Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

L’ASSENZA FEMMINILE

Nel nuovo volume Non il potere ma la forza, portato sugli scaffali da Electa, Angela Maderna ripercorre la storia e la militanza di Lea Vergine, la critica d’arte che ha colmato il vuoto storico lasciato dalle artiste dimenticate. E lo fa a partire proprio da questa dichiarazione, per condensare in meno di cento pagine l’immensità di una figura che ha cambiato radicalmente la critica d’arte italiana, gettando le basi per una rivendicazione femminile e femminista dello spazio pubblico e privato. 

Curatrice insofferente alle “mostre a pacchetto” – dichiarando, senza mezzi termini, “mi fanno vergognare” –, Lea Vergine ha portato il suo sguardo lucido e attento sulla questione femminile, sulla grave e pressoché totale assenza di artiste donne in gallerie, musei, collezioni e fondazioni. 

Sempre vigile a evitare ogni forma di ghettizzazione ma anzi a liberare le donne dalla gabbia della “femminilità”, dal malinteso delle “mostre al femminile” che ancora oggi sopravvive nel linguaggio giornalistico e culturale, Lea Vergine ha effettuato, con la sua ricerca e militanza, un atto di recupero storico, una salvifica operazione di restauro di nomi ignorati, nascosti, schiacciati dal sistema maschile. 

Lea Vergine, Milano, 1974, via Wikimedia Commons (pubblico dominio)

IL PERICOLO DELLA GHETTIZZAZIONE E LA TRAPPOLA DELLE ETICHETTE

Dalla pubblicazione de “Il corpo come linguaggio. La Body-Art” (1974) – riflessione decisiva a seguito dei dibattiti esplosi negli anni Sessanta sulla smaterializzazione dell’opera d’arte in opposizione alla sua mercificazione – fino all’introduzione per una raccolta di opere di nove artiste realizzata per la Libreria delle donne di via Dogana a Milano, Lea Vergine ha sempre perseguito una linea coerente: contrastare la supremazia maschile in ambito culturale, attuando “un’operazione contro la separatezza delle donne nella sfera del far cultura”. 

Il più grande contributo al femminismo italiano Lea Vergine l’ha realizzato curando la mostra epocale L’altra metà dell’avanguardia. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche nel 1980 al Palazzo Reale di Milano, evento spartiacque che costrinse i critici a fare i conti con un’assenza incolmabile, rendendo il vuoto storico troppo ingombrante per essere ancora ignorato. 

Un rapporto con la scrittura viscerale, un portamento distaccato e signorile e quell’identificazione quasi iconica con la sigaretta sempre accesa – “io sono la mia sigaretta” ha dichiarato – sono stati i tratti inconfondibili di Lea Vergine. Con questa agile pubblicazione, Electa rilegge con rinnovata chiarezza una penna anarchica quanto morbida e gentile, per la quale la scrittura non è mai stata un mezzo, ma il fine stesso.

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Marianna Reggiani
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