Ancor prima del taglio del nastro, la Biennale sta già mostrando il peggio. Conferma che la politica, quando ci si mette, sa davvero fare male, e vien da pensare alla squallida frase “Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”, la contesa citazione tutta in ambito reazionario.
La giuria si è dimessa in blocco, e nel farlo ha prodotto una crepa che non riguarda soltanto un episodio contingente, ma la tenuta stessa dell’apparato Biennale, cioè quella macchina complessa che per oltre un secolo si era guadagnata le carte per poter dire che cosa è arte e che cosa no. È un gesto che non si lascia facilmente ridurre a protesta o dissenso morale, assomiglia di più a una dichiarazione di incompatibilità, come quando un sistema operativo non riesce più a eseguire un programma senza inchiodarsi.
La soluzione istituzionale è arrivata con una velocità che svela una premeditazione, come se l’alternativa fosse già lì, pronta a essere attivata nel momento in cui il modello precedente avesse fatto un passo falso: la giuria può farla il pubblico.
Vale la pena di ripetere la frase, che a una prima lettura lascia sgomenti: la giuria della più grande e influente mostra di arte contemporanea al mondo, fatta di due sedi principali sterminate e numerosi padiglioni esterni, una mostra che neppure gli addetti ai lavori riescono a governare veramente dopo due rapide e misere giornate di visita, verrà demandata agli spettatori. Spettatori che, a prescindere da ogni ragionamento ormai diventato inutile sulle competenze necessarie per parlare di cultura, arriveranno in pieno agosto a visitare la mostra stanchi, accaldati, ne vedranno probabilmente un pezzo senza neppure accorgersi, magari, dei padiglioni che hanno visto e di quelli che hanno saltato.
Si potrebbe pensare a una scelta democratica, a un coinvolgimento evocato come spazio di articolazione del dissenso; in realtà nulla di tutto questo. Semplicemente è una soluzione tecnica a un problema che tecnico non è. Una scelta del genere però, tanto più in un momento politico come quello attuale, mette in evidenza l’annullamento, non il potenziamento, del potere critico.
Per comprendere la portata di questo slittamento bisogna tornare a ciò che la Biennale è stata, ovvero un luogo in cui il giudizio, per quanto contestabile, si dava come atto critico e autoriale di esperti del sistema dell’arte, abbastanza consapevoli da poter produrre cambiamenti reali attraverso il loro punto di vista. La giuria, con tutte le sue ambiguità, incarnava questa possibilità, quella di tracciare linee, di stabilire gerarchie, di esporsi a un conflitto che non poteva essere completamente neutralizzato. Rimuovere quel corpo è tutt’altro che cambiare procedura, significa intervenire sulla struttura stessa del confronto, trasformando il giudizio da atto argomentato a dato numerico, privo di ogni fondamento.
Detto in parole povere, ci troviamo davanti all’ennesima delegittimazione di un’istituzione. Il voto pubblico, infatti, non è un linguaggio, è una forma di contabilizzazione. Una giuria invece riflette coralmente, richiede articolazione, costruisce un discorso, sa ciò di cui sta parlando. Il pubblico opera per riduzione, per compressione, per equivalenza, per impressione fugace. In questo senso, parlare di partecipazione è del tutto fuorviante.
Perché il discorso artistico deve saldarsi così fortemente con la politica di chi governa, rendendo impossibile continuare a trattare i due ambiti come separati? Mentre all’interno si ridefiniscono le modalità del giudizio, all’esterno si addensano pressioni che non possono essere considerate semplici interferenze, perché costituiscono il contesto operativo in cui la Biennale si muove e da cui dipende. La Commissione Europea che minaccia di ritirare fondi, lo Stato che invia ispettori, il ritorno della Russia che riattiva una linea di frattura mai ricomposta dopo il 2022, la questione israeliana che rende ogni gesto immediatamente leggibile in chiave geopolitica: tutto questo struttura il campo, ne definisce i limiti di manovra, ne condiziona le possibilità di azione. L’arte, è evidente, non è per niente libera.
Il termine “inclusione” viene usato in modo superficiale e del tutto pretestuoso, per dare un contentino a chi guarda, annichilito, le dinamiche in atto. Come mostra Michel Foucault, il potere non agisce soltanto attraverso divieti espliciti, ma producendo le condizioni in cui certe configurazioni appaiono naturali e inevitabili.
In questo quadro, la giuria non era semplicemente un organo tra gli altri, ma un elemento strutturalmente incompatibile, perché la sua funzione di decidere, escludere, gerarchizzare contraddice la logica di un sistema che ha bisogno di presentarsi come aperto, inclusivo, orizzontale, pur continuando a esercitare un controllo sulle forme del valore artistico. La sua scomparsa non avviene attraverso un atto di forza dichiarato, ma tramite una crisi che la rende impraticabile, che la espone a una pressione tale da svuotarne la funzione fino a renderla insostenibile. È una rimozione che non lascia macerie visibili, perché viene assorbita nella retorica dell’emergenza e della soluzione trovata in extremis.
Il voto pubblico allora diventa la soluzione più semplice, una risposta che agisce per sottrazione. Sottrae tempo all’esperienza, perché comprime il tempo dello studio, dell’analisi degli artisti, del sapere pregresso in un gesto momentaneo; sottrae linguaggio, perché riduce il giudizio esplicito e argomentato ad un segno; sottrae responsabilità, perché dissolve la possibilità di individuare un soggetto che risponda dell’esito. Rimane un numero, e il numero, proprio nella sua apparente oggettività, funziona come catenaccio di chiusura, perché non argomenta, non giustifica, ma crea evidenze a cui ci si possa contrapporre.
Qui tutto diventa una questione di governo, dopo aver abilmente scavalcato il peso del giudizio. Il sapere viene sostituito dal consenso. Ma chi decide cosa ha valore, e attraverso quali strumenti questa decisione viene prodotta e resa legittima? La Biennale diventa un laboratorio in cui si sperimentano forme di governance culturale capaci di mantenere un’apparenza democratica, riducendo al minimo il rischio del confronto esplicito. Non si tratta più soltanto di mostrare opere, ma di testare modelli decisionali, di verificare fino a che punto sia possibile sostituire il giudizio con il consenso portando al limite la credibilità del sistema.
A questo punto però a cosa serve ancora una Biennale? Nel momento in cui l’obiettivo è solo quello di mostrare opere e non più di legittimare l’artista nel sistema dell’arte, legittimazione che può venire solo da una filiera di decisioni che abbiano un peso, allora forse tutto il palco cade. Cosa diventerà questa istituzione mentre continua, apparentemente, a funzionare? Che cosa può dare, alla carriera di un artista, partecipare a questa manifestazione? In questo contesto, la decisione di boicottarla attivamente sta emergendo non più come ipotesi marginale, ma come linea d’azione concreta e necessaria per chi rifiuta di dare valore a un dispositivo che abdica al proprio ruolo critico. Non visitarla, o per lo meno non votare, diventa, paradossalmente, l’unico modo per affermare l’importanza del giudizio articolato, del confronto dialettico e della responsabilità collettiva. Sarà interessante osservare quanto questo “silenzio” scelto troverà eco, e quale impatto produrrà sul futuro di questa istituzione.
LINK
- Elia ed Emanuel Toffolo. Come si guarda il vetro? - Luglio 3, 2026
- Biennale 2026: il suono muto della poesia - Maggio 8, 2026
- Biennale, la giuria molla, parola al pubblico - Maggio 3, 2026




