In Minor Keys è una Biennale ideata e impostata da una curatrice sottile, intelligente, guidata dal desiderio di portare un pensiero decoloniale, trasversale, profondamente umano nel mondano e accelerato Occidente. Il contrario dell’enciclopedismo a favore del silenzio, dell’abbandono del corpo alle sensazioni, all’ascolto, allo spirituale. Esattamente il tipo di energia di cui il mondo avrebbe bisogno e che nell’ultimo anno, proprio dalla scomparsa della curatrice, è stata stritolata in modo ancora più radicale dalle visioni foriere di morte di uomini animati e guidati da logiche di potere, del tutto estranee alla necessità di una sottigliezza di visione. Un mondo vergato da tensioni che sono innescate proprio da chi vorrebbe rifare dell’impulso imperialista il nuovo motore dell’umanità.
LA BIENNALE DI KOYO KOUOH COME BALUARDO AUTOREVOLE ALLE TENSIONI GEOPOLITICHE
La Biennale di Koyo Kouoh, lasciata al suo team per la prematura scomparsa (ne fanno parte Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi), cerca di essere un baluardo di voce autorevole e identitariamente coerente di fronte a tensioni che mai sono state così forti all’apertura della kermesse, ma che proprio per questo ne sottolineano l’importanza. Mai come ora dobbiamo capire non solo il nuovo panorama globale all’interno del quale ci stiamo muovendo, ma anche i possibili punti di fuga e i trigger di trasformazione.
Appena si entra nel padiglione principale dei Giardini tutto appare chiaro. Si svela anche la natura oziosa di quella domanda che ha dominato la stampa nei giorni immediatamente successivi alla divulgazione dei nomi degli artisti, ma perché non ci sono artisti italiani. Non ci sono artisti italiani perché l’Italia qui c’entra poco, perché si è preferita una lettura diversa, meno eurocentrica e più legata alle questioni coloniali. L’Italia, per quanto abbia cercato di partecipare all’avventura coloniale in maniera tanto brutale quanto maldestra, non ha costruito una continuità postcoloniale paragonabile a quella di Francia o Inghilterra. La nostra immigrazione è storia molto più recente, meno pacificata e in difficoltà anche solo nell’affrontare la questione. Eccezione che conferma la regola, la presenza di Theo Eshetu, artista di padre etiope e madre olandese, che dagli anni Ottanta ha scelto l’Italia come luogo d’elezione, e che aveva le carte in regola per partecipare alla proposta di questa Biennale.
UNA VISIONE FORTE ED EFFICACE, L’OCCIDENTE SI SPOGLIA DEL SUO FARDELLO
In questa 61. Mostra Internazionale d’Arte si profila una visione ben precisa, compatta dal punto di vista estetico e dei contenuti trattati, distantissima dall’essere pura facciata ed efficace proprio per la sua coerenza. Viene ribadito con enorme forza, quella forza che affonda le sue radici nella natura del femminile e nella profonda spiritualità della curatrice, che forse l’Occidente dovrebbe veramente guardare altrove e rassegnarsi, con distesa serenità, al fatto di non dover per forza essere colui che detta la direzione al resto del mondo. A volte anche sapere di non dover essere per forza la guida suprema in grado di traghettare tutti verso una meravigliosa e perfetta idea di futuro, può far posare a terra un fardello che può risultare troppo pesante da portare.
Siamo, a livello globale, di fronte ad un disgregamento profondo, a una perdita totale di senso e di identità da parte di poteri forti del tutto scollati dalle necessità e dai desideri intimi dei cittadini degli stati che governano. Nell’arroganza e nelle dimostrazioni di forza di chi ha molto più potere di quanto sia in grado di gestirne, leader prevaricatori svuotano di senso il discorso artistico e accampano diritti su quello che dovrebbe o non dovrebbe far parte della narrazione dominante. Così si uccidono proprio i toni minori, quelli senza i quali la musica non è in grado di far vibrare le corde dell’anima.
LA POESIA DI BIENNALE 2026 CONTRO L’ARROGANZA DEI POTERI FORTI
Questa Biennale, invece, è dominata dalla poesia, compare tra i tessuti dell’Arsenale, compare tra le pieghe dei pannolini del padiglione giapponese, compare nei pannelli di ingresso ai padiglioni. E la poesia è ascolto, sostituzione costante delle parole per creare l’effetto di suono e di senso perfetti a far vibrare le corde dell’anima. In questo si è fatto centro, nulla da eccepire. Abbiamo dimenticato cosa significhi dignità, nobiltà d’animo, coscienza, e la voce curatoriale lo suggerisce con chiarezza, senza bisogno di opere che gridino facendo scandalo, senza rumori forti e ossessivi, senza pugni allo stomaco. Manca quel conflitto politico che pure ci piace e che cerchiamo quando andiamo a vedere una mostra, però dobbiamo ammettere di trovarci di fronte ad una riflessione altrettanto efficace.
Siamo ad un passaggio epocale di stato. Non ha più senso rimarcare la differenza tra uomo e donna, ormai è superata, se non come matrice ontologica dell’essere. Non ha più senso parlare di paesi sviluppi, non sviluppati o in via di sviluppo, perché non è il PIL a determinare il grado di avanzamento di uno stato. Non basta più neppure l’ISU, l’indice di sviluppo umano, perché anche qui i parametri sono troppo schiacciati su quello che permette l’infrastruttura storica di un paese rispetto ad un altro.
Abbiamo rotto tutto o siamo sul punto di farlo. Abbiamo bisogno di un nuovo rinascimento, e questa Biennale sembra dirci che è possibile, prendendo in considerazione ciò che ci appare troppo spesso diverso. Entrando nella Biennale di quest’anno non pensiamo che questa sia l’espressione di un padiglione etnografico, cosa che pure è accaduta nelle edizioni passate. La sensazione è quella di dover accettare, semplicemente, che non è più necessario che siamo noi, dal nostro eurocentrismo atlantista, l’unica narrazione possibile.
LINK
- Elia ed Emanuel Toffolo. Come si guarda il vetro? - Luglio 3, 2026
- Biennale 2026: il suono muto della poesia - Maggio 8, 2026
- Biennale, la giuria molla, parola al pubblico - Maggio 3, 2026




