Non facciamo più figli, ne parla la Biennale

Tra bambolotti da accudire, sperm racing e crisi demografica, i Padiglioni di Giappone e Danimarca trasformano natalità, fertilità e cura in una domanda scomoda sul futuro che stiamo costruendo. 

Ho 32 anni e non ho figli. Per la mia generazione, tutto questo appare perfettamente normale. Se fossimo stati negli anni in cui, per esempio, si sono sposati i miei genitori, probabilmente la mia età avrebbe già iniziato a segnalare un’anomalia: a 32 anni, senza una famiglia, qualcosa sarebbe sembrato fuori posto. Nel 2026, invece, questa condizione risulta quasi ordinaria. Anzi, sembra sempre più normale rimandare il momento in cui si diventa genitori, spesso almeno fino ai 34 anni, se non oltre. 

TORNARE A VENEZIA DOPO ANNI: LA SENSAZIONE DI UN ERASMUS PERMANENTE

Ogni volta che torno a Venezia, dopo averci vissuto per quasi sette anni, provo una sensazione strana. La città continua a riportarmi a una dimensione da studente fuori sede, come se una parte di me restasse legata a quel tempo sospeso in cui Venezia era casa, ma anche parentesi, esperienza, formazione. Mi accorgo che, appena ci rimetto piede, tendo a viverla ancora come una sorta di Erasmus permanente: cerco di ricordarmi com’era abitare lì, attraversarla ogni giorno, farne parte senza esserne mai del tutto assorbito. 

COSA SUCCEDEVA DAVVERO A VENEZIA DURANTE LA BIENNALE 2026

Quella condizione l’ho ritrovata anche lo scorso weekend, quando sono tornato in città per la Biennale, ma anche per i festeggiamenti dell’Unione Venezia, la squadra di calcio della città lagunare. In pochi, forse, si sono accorti che negli stessi giorni delle preview, degli scontri, delle proteste e delle grandi inaugurazioni del mondo dell’arte, a Venezia stava accadendo qualcos’altro, qualcosa di molto importante per chi quella città la vive davvero. 

Mentre curatori, artisti, collezionisti e addetti ai lavori si muovevano tra Giardini, Arsenale, opening e padiglioni, molti veneziani sembravano interessati a tutt’altro. Della presenza del mondo dell’arte internazionale, in fondo, importava fino a un certo punto. L’attenzione era rivolta alla vittoria del campionato di Serie B del Venezia FC, a una festa collettiva che apparteneva alla città più di qualunque vernissage. 

La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Padiglione della Danimarca, Giardini, 2026, ph Jacopo Salvi

TRA BIENNALE DI VENEZIA E CALCIO: DUE MODI DIVERSI DI VIVERE LA CITTÀ

Quest’anno, forse per la prima volta, ho provato a fare qualcosa di diverso: dividere il mio tempo tra la Biennale e la squadra di calcio di cui, dopo sei o sette anni vissuti a Venezia, sono diventato tifoso quasi senza accorgermene. Da una parte il sistema globale dell’arte, con i suoi riti, le sue tensioni e le sue contraddizioni; dall’altra lo stadio, i cori, la festa, il senso di appartenenza di una comunità che si riconosce in qualcosa di molto più immediato.

Ed è proprio dentro questa doppia esperienza, tra padiglioni e festeggiamenti, tra arte contemporanea e calcio, tra osservazione e appartenenza, che mi sono tornati in mente due progetti incontrati alla Biennale: quello del Padiglione Giappone e quello del Padiglione Danimarca. Due lavori diversi tra loro, ma capaci di aprire una riflessione comune su una domanda che ci riguarda più da vicino di quanto non pensiamo: cosa significa oggi immaginare una famiglia, desiderare un figlio, o scegliere di non averne? 

Un articolo pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale nel giugno 2025 riportava un dato tanto interessante quanto preoccupante: a partire dal 2023, i tassi di natalità globali hanno imboccato una traiettoria discendente sempre più evidente. Secondo questi dati, negli ultimi venticinque anni, 21 nazioni con una popolazione superiore al milione di abitanti  – tra cui Cina, Giappone, Russia, Italia, Ucraina e Corea del Sud  – hanno registrato un calo demografico significativo. Nei prossimi venticinque anni, questo numero potrebbe salire fino a 38 Paesi. 

La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Padiglione del Giappone, Giardini, 2026, ph Luca Zambelli Bais

CALO DEMOGRAFICO E NATALITÀ: COSA STA SUCCEDENDO NEL MONDO

È un dato che inevitabilmente modifica la nostra idea di società. Basta pensare alla distanza tra la condizione di vita della generazione dei nostri genitori e quella attuale: ciò che un tempo veniva considerato un passaggio quasi obbligato  – sposarsi, costruire una famiglia, avere figli entro una certa età  – oggi appare sempre più come una scelta rimandata, messa in discussione o del tutto rinegoziata. 

Le conseguenze non riguardano soltanto la sfera privata. Il calo demografico incide sulle infrastrutture sociali, sulla disponibilità di forza lavoro, sulla sostenibilità dei sistemi sanitari e pensionistici, ma anche sulla vita stessa delle città e dei territori, sempre più esposti al rischio di declino urbano e spopolamento. 

È proprio a partire da queste riflessioni che il progetto di Ei Arakawa-Nash, artista queer giapponese nato nel 1977 a Fukushima, assume una forza particolare. Per il Padiglione Giappone, l’artista presenta Bambini dell’erba, bambini della luna, un progetto espositivo che entra in dialogo diretto con la struttura architettonica del padiglione, la cui forma richiama quella di un giardino. Da qui nasce il riferimento ai “bambini dell’erba”. La luna, invece, introduce una dimensione più intima e contemplativa, legata anche alla biografia personale dell’artista, che nel 2024 è diventato genitore di due gemelli insieme al proprio compagno. 

La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Padiglione del Giappone, Giardini, 2026, ph Luca Zambelli Bais

Da questo elemento privato si apre una riflessione più ampia sulla genitorialità. Che cosa significa diventare genitori oggi? Cosa vuol dire accudire? Quali responsabilità comporta mettere al mondo, o crescere, una nuova vita in un presente attraversato da crisi demografiche, sociali e ambientali?

Il progetto risponde a queste domande attraverso un dispositivo tanto semplice quanto potente. Entrando nel padiglione, il visitatore si trova davanti a circa 200 bambolotti dalle sembianze neonatali, ciascuno con un peso reale di circa quattro o cinque chili, simile a quello di un neonato. All’ingresso, se lo desidera, può prenderne uno in braccio e portarlo con sé lungo tutto il percorso espositivo. 

Da quel momento, la visita cambia natura. Non si tratta più soltanto di guardare un’opera, ma di attraversare uno spazio prendendosi cura di qualcosa. Il corpo del visitatore viene coinvolto in un gesto elementare e continuo: sostenere, proteggere, accompagnare. Alla fine del percorso, chi decide di compiere simbolicamente l’atto di cura più concreto, ovvero cambiare il pannolino al bambolotto, su cui si trova un QR code che dà accesso a un haiku, una poesia giapponese. Ogni bambolotto, e quindi ogni poesia, è legato a un evento storico del Giappone, ma anche a un episodio personale della vita dell’artista. 

Nasce così un padiglione costruito intorno a un gesto di premura. Un’opera che chiede al pubblico di rallentare, di assumersi una piccola responsabilità, di confrontarsi fisicamente con il peso della cura. E proprio attraverso un meccanismo che potrebbe apparire ironico, quasi giocoso, il progetto riesce invece ad aprire domande profonde. 

La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Padiglione della Danimarca, Giardini, 2026, ph Marco Zorzanello

IL PADIGLIONE DANIMARCA ALLA BIENNALE 2026 RIFLETTE SU FERTILITÀ E PORNOGRAFIA

L’altro padiglione è quello della Danimarca, con il progetto espositivo Things to Come dell’artista Maya Malou Lyse. Il titolo riprende quello del film di fantascienza del 1936 Things to Come, diretto da William Cameron Menzies e ispirato all’opera di H. G. Wells. 

Il padiglione colpisce fin dall’inizio per la sua costruzione estetica e allestitiva. È uno spazio piacevole, quasi accogliente nella sua disposizione, ma questa prima impressione viene presto tradita dall’installazione video immersiva che occupa buona parte dell’ambiente. Anche qui il tema si collega alla natalità, ma da una prospettiva diversa rispetto al Padiglione Giappone: non più la cura e la genitorialità, ma la fecondità, il desiderio, la riproduzione e il rapporto tra immaginario visivo e biologia. 

È interessante notare come entrambi i padiglioni partano da dati e studi scientifici per arrivare poi a una sintesi estetica, artistica e culturale. Nel caso della Danimarca, il punto di partenza riguarda alcune ricerche legate alla fertilità maschile e all’impiego di materiale pornografico nei contesti clinici. Secondo uno studio di Cryos International, tra le più grandi banche di seme e ovociti al mondo per numero di donatori, alcune cliniche della fertilità stanno iniziando a sperimentare l’utilizzo di materiale pornografico, anche attraverso 

la realtà virtuale, durante la raccolta dello sperma. L’esposizione a questi contenuti sembrerebbe infatti aumentare in modo significativo il numero totale degli spermatozoi raccolti. 

Da questo presupposto nasce un progetto composto principalmente da due parti. Da un lato, una grande installazione video immersiva, distribuita su tre pareti, in cui compaiono immagini pornografiche interpretate da performer e attori professionisti. La pornografia, però, non viene utilizzata in modo semplicemente provocatorio o esplicito: diventa il linguaggio attraverso cui immaginare un futuro della nostra specie, tra crollo della civiltà e possibile rinascita di una nuova forma di organizzazione sociale.

La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Padiglione della Danimarca, Giardini, 2026, ph Marco Zorzanello

Quello che colpisce è il modo in cui il padiglione si concentra su una domanda precisa: può ciò che vediamo influenzare il nostro corpo fino a modificarne le funzioni biologiche? Se la visione è in grado di incidere sulla fertilità, allora l’immaginario non è più soltanto qualcosa che appartiene alla cultura, al desiderio o alla rappresentazione. Diventa una forza capace di produrre conseguenze materiali, fisiologiche, forse persino generazionali. 

La seconda parte del progetto insiste ancora su questa relazione tra visione, corpo e futuro. Nella parte opposta del padiglione si trovano alcuni contenitori criogenici, quelli utilizzati per il trasporto dello sperma. Al loro interno sono inseriti piccoli schermi che mostrano delle sperm racing, gare di spermatozoi trattate quasi come reliquie contemporanee. Oggetti apparentemente ludici, quasi ironici, ma che assumono un valore simbolico molto forte se messi in relazione con il tema della fertilità, del declino demografico e della possibile centralità dello sperma nelle società future. 

Il padiglione danese lavora così su una forma di estetizzazione dell’angoscia globale. La catastrofe non viene rappresentata solo come tragedia, ma anche come intrattenimento, immagine, spettacolo, dispositivo visivo. È forse proprio questo l’aspetto più disturbante e interessante del progetto: la capacità di trasformare un tema complesso e inquietante in un’esperienza seducente, ambigua, a tratti persino divertente. 

COME L’ARTE CONTEMPORANEA STA RACCONTANDO LA CRISI DEMOGRAFICA

Ho scelto di parlare di questi due padiglioni perché entrambi dimostrano come sia possibile affrontare questioni enormi  – natalità, fertilità, cura, futuro, crisi demografica  – senza ricorrere necessariamente a un linguaggio pesante o puramente allarmistico. Sono temi che spesso non trovano lo spazio giusto nel dibattito culturale, o che vengono affrontati solo attraverso dati, paure e semplificazioni. 

Alla Biennale, invece, possono diventare esperienza, corpo, immagine, relazione. Possono essere attraversati, non solo spiegati. E forse è proprio qui 

che si trova una delle possibilità più interessanti dell’arte contemporanea: dare forma a domande che la società fatica ancora a porsi con lucidità. 

Le capacità per costruire progetti forti, intelligenti e necessari ci sono. Bisogna soltanto avere la pazienza di scovarli.

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Alessio Vigni
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