Dalla Corea a Lugano: l’eclissi del reale tra algoritmi e memoria

Al MASI di Lugano, fino al 19 luglio K-NOW! Korean Video Art Today, un’indagine su come il corpo sopravviva tra algoritmi, gig-economy e traumi storici che non trovano pace. 

Mentre il mondo guarda alla Corea del Sud per il pop e la skincare, una generazione di artisti e artiste (ma anche collettivi) usa LED e realtà virtuale come bisturi per incidere la società della performance. Lo dimostra K-NOW! Korean Video Art Today, la mostra al Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano, aperta fino al 19 luglio.

La Corea del Sud è uno dei Paesi più riconoscibili dell’immaginario globale contemporaneo: la sua industria culturale, la sua estetica della cura, la sua produzione seriale entrano nelle case attraverso gli schermi. Eppure le otto posizioni artistiche riunite dalle curatrici Francesca Benini e Je Yun Moon,  già vicedirettrice dell’Art Sonje Center di Seoul, raccontano un Paese che il consumo di massa non ha pacificato, e forse non poteva farlo. Una nazione cresciuta nell’ombra di una guerra irrisolta, attraversata da trasformazioni sociali rapidissime, e abitata da corpi che l’accelerazione non ha liberato ma ulteriormente vincolato.

Il percorso espositivo è fluido e ritmato, progettato per attraversare immaginari e percezioni contrastanti. Lo spazio ipogeo del LAC – naturalmente sottratto alla luce esterna, adatto alle proiezioni e alla concentrazione – diventa il luogo in cui il tempo si dilata o si comprime secondo le esigenze di ogni opera.  

K-NOW, Korean Video Art Today, MASI Lugano, Svizzera, 2026, Installation view, ph Luca Meneghel

IL CORPO INTRAPPOLATO NEL LABIRINTO DEI DATI

Al centro dello spazio espositivo, su un LED wall monumentale, scorre Delivery Dancer’s Sphere (2022) di Ayoung Kim. Una giovane al servizio di un delivery attraversa in motocicletta una Seoul trasformata in paesaggio algoritmico: le strade reali si sovrappongono a flussi di dati invisibili che ne determinano il percorso, la velocità, la valutazione. L’opera fonde animazione 3D e riprese dal vivo in realtà stratificate governate dall’algoritmo Dancemaster. Nata durante la pandemia di COVID-19, quando la gig economy ha mostrato il proprio volto più nudo – un sistema fondato su lavori temporanei, su corpi resi strumenti intercambiabili di un’infrastruttura logistica che non li riconosce come soggetti. Kim non si limita alla cronaca: trasforma Seoul in un labirinto in cui il corpo della rider è insieme protagonista e prigioniero, visibile a tutti ma non visto da nessuno. La dimensione spettacolare del LED wall amplifica questa contraddizione – siamo tutti schermo, tutti algoritmo.

Su un registro più esplicitamente satirico si muove Cherry Jang (2018) di Sungsil Ryu, la cui pratica si concentra sui meccanismi del desiderio materialistico. La sua opera ruota attorno al personaggio fittizio di una streamer virtuale. Cherry Jang sfrutta i desideri piccolo-borghesi del suo pubblico per vendere una presunta “cittadinanza di prima classe”: uno status che il visitatore può effettivamente acquistare scansionando il codice QR integrato nel wallpaper in mostra. La critica di Ryu alla gerarchia sociale coreana si fa interattiva, coinvolge lo spettatore nel meccanismo che pretende di smontare  e in questo risiede la sua efficacia.

K-NOW, Korean Video Art Today, MASI Lugano, Svizzera, 2026, Installation view, ph Luca Meneghel

I FONDALI DELLA MEMORIA, IL SILENZIO DI JEJU

Se Kim e Ryu lavorano sulla velocità e sulla superficie, Jane Jin Kaisen scende in profondità letteralmente. I suoi video Offering (2023) e Wreckage (2024), presentati in doppia proiezione alla fine del percorso, affondano nelle acque dell’isola di Jeju per recuperare memorie che la storia ufficiale ha preferito lasciare sommerse. Al centro c’è il massacro del 1948, quando l’esercito sudcoreano uccise migliaia di civili sull’isola: una ferita che per decenni è rimasta indicibile, e che Kaisen riporta in superficie attraverso immagini potentemente evocative e poetiche.

Jeju è anche custode di un’altra forma di resistenza: la cultura delle Haenyeo, le donne pescatrici apneiste che praticano la pesca subacquea in apnea da secoli. Kaisen intreccia questi due livelli, da una parte il trauma storico dall’altra la memoria corporea femminile. 

La risposta visiva di Chan-kyong Park apre invece la mostra con Citizen’s Forest (2016), video installazione multicanale dal formato panoramico orizzontale che richiama i rotoli della pittura tradizionale asiatica. In questa dimensione sospesa, cerimonie dello sciamanesimo popolare si intrecciano alla commemorazione del naufragio del traghetto di Sewol nel 2014: la tradizione come forma di recupero storico, sovversiva proprio perché radicata.

K-NOW, Korean Video Art Today, MASI Lugano, Svizzera, Installation view, ph Luca Meneghel

FUTURI IBRIDI, CONFINI POROSI 

Il collettivo audiovisivo 업체eobchae, fondato nel 2017 a Seoul da Nahee Kim, Cheonseok Oh e Hwi Hwang, proietta la riflessione in avanti, verso scenari speculativi tanto ironici quanto inquietanti. 

In ROLA ROLLS (2024), attraverso un’estetica digitale dichiaratamente distopica, il collettivo immagina un futuro privo di risorse fossili in cui il personaggio «R», simbolo dell’industria petrolifera, si trasforma in membro di una setta ecologista che rende gli esseri umani sistemi ibridi autosufficienti. Le tappe di questa evoluzione grottesca sono visualizzate nella scultura TREE OF ROLA (2024), esposta accanto al video.

Heecheon Kim sposta invece la prospettiva verso l’interno: Ghost1990 (2021), fruibile tramite visore VR, immerge il pubblico nel punto di vista di un atleta infortunato, in bilico tra vulnerabilità e ossessione per il controllo del proprio corpo. La tecnologia qui non amplifica la performance – la mette in crisi, rivela la fragilità che la cultura della prestazione vuole a tutti i costi occultare.

Onejoon Che chiude il cerchio con Made in Korea (2021), realizzato con il musicista nigeriano Igwe Osinachi: nel linguaggio dei videoclip, un’indagine sull’emigrazione africana in Corea, presentata su uno schermo integrato in un’installazione con copertine di LP. Fuori dallo spazio ipogeo, nella Hall del museo, Green Screen (2021) di Sojung Jun restituisce la Zona Demilitarizzata tra le due Coree come luogo in cui la natura si è riappropriata del territorio – un invito a ripensare i confini non solo geografici.

VEDERE NON È UN ATTO NEUTRO

“In un momento in cui molti Paesi tendono a chiudersi”, scrivono le curatrici Benini e Moon nel testo di presentazione, “queste opere video ricordano come ‘vedere’ non sia un atto neutro: può implicare un cambiamento di prospettiva, un allargamento dello sguardo”. 

K-NOW! funziona esattamente così: non come vetrina di un’estetica esotica, ma come strumento di percezione condivisa. Il corpo femminile che resiste agli algoritmi, la memoria che rifiuta di restare sommersa, il futuro che prende forma tra satira e distopia – sono questioni coreane e insieme universali, locali e già globali. E il video sembra ancora il medium più adatto a tenerle insieme.

LINK
Lucia Antista
Torna in alto