Proteste, Padiglioni nazionali e forme di resistenza alla Biennale Arte 2026 di Venezia: dalla Grecia alla Lettonia fino a Timor Est, i progetti che hanno provato a raccontare il mondo di oggi.
Non possiamo certo dire che quest’anno la Biennale sia stata noiosa. “Noiosa”, anzi, è forse una delle poche parole che non le appartengono. Alla consueta frenesia veneziana, quella che accompagna ogni edizione della Biennale d’Arte o di Architettura, si è aggiunto ancora una volta l’imbarazzo della scelta: troppi eventi, troppi appuntamenti, troppe cose da vedere in pochi giorni, quattro o cinque al massimo, per non parlare delle sole giornate di preview.
Questa, però, è stata una Biennale particolare. Era dal 1968, dalla Biennale della contestazione, che non si vedevano scontri così evidenti tra manifestanti e polizia, né azioni di protesta tanto forti all’interno del suo perimetro simbolico. Ormai conosciamo a memoria la sequenza di queste settimane: le polemiche che hanno preceduto l’apertura, le dimissioni della giuria internazionale, i ritiri di diversi artisti, fino alle proteste che si sono concretizzate soprattutto con l’arrivo delle Pussy Riot davanti al Padiglione Russia.
Tutto questo ha creato una dinamica insolita. Il mondo dell’arte, con la sua patina borghese e autoreferenziale, con quel suo modo di presentarsi come evento cool, esclusivo, apparentemente intoccabile, è stato attraversato dai fumogeni, dalle manifestazioni, dalle tensioni politiche. E viene da chiedersi se, da una parte, quel mondo impenetrabile, abituato spesso a tradurre ciò che accade fuori in sintesi estetiche e gesti simbolici, sia stato finalmente raggiunto dal reale; o se, dall’altra, anche questa volta tutto si sia trasformato in una mise en scène delle crisi del mondo sul palcoscenico del teatro dell’arte.
Se dovessimo riassumere la settimana della vernice della Biennale d’Arte, forse potremmo farlo così: una settimana in cui, nonostante le proteste, il Padiglione russo aperto, gli artisti ritirati e le tensioni politiche, noi, da bravi macchiette e marionette del sistema dell’arte quali siamo, ci siamo riusciti comunque a ritagliare i nostri spazi. Abbiamo organizzato le nostre cene, ci siamo bevuti i nostri spritz, ci siamo sbronzati alle nostre feste, e abbiamo visto mostre e performance con i nostri simili.
Nemmeno tutto quello che è successo, alla fine, sembra averci davvero smossi. Anzi, per certi versi è diventato quasi un diversivo, un elemento di rottura rispetto alla liturgia dei soliti opening. Un siparietto più intenso del solito, forse, ma comunque utile per trovare la giusta introduzione ai nostri articoli e le nostre recensioni.
In questa situazione, nonostante il mondo ci avesse regalato nell’ultimo anno terribili tematiche su cui poter riflettere, ragionare e discutere, ci siamo trovati di fronte all’incapacità di alcuni Padiglioni nazionali, quindi di alcuni Stati, di affrontare davvero l’argomento o di portare nella vetrina della Biennale temi che potessero essere realmente interessanti.
Quello che mi ha deluso è stata l’incapacità di Paesi come la Gran Bretagna, l’Italia, la Francia o la Spagna di presentare progetti davvero interessanti, capaci di distaccarsi da quello che avremmo potuto trovare all’interno di un classico museo o di una galleria a Milano, durante la Design Week. Progetti senza una vera forza narrativa, senza una reale forza riflessiva, ma costruiti come storielle perfettamente curate e strutturate per lettori che abitano il mondo dell’arte. Tuttavia, il mondo oggi è qualcosa di diverso.
Tra i progetti che invece hanno portato avanti una ricerca forte e che hanno sicuramente proposto una lettura di resistenza nei confronti di quello che sta accadendo nel mondo di oggi, il primo che mi ha impressionato molto è stato sicuramente il Padiglione greco, con l’opera dell’artista Andreas Angelidakis, nato ad Atene proprio nel 1968. Angelidakis ha proposto un progetto installativo che occupa l’intero Padiglione, anche all’esterno, e si riallaccia alla storia stessa del Padiglione a partire dalla sua nascita, avvenuta nel 1934. Un anno non casuale: è anche l’anno in cui Hitler e Benito Mussolini si incontrarono a Venezia, all’indomani delle loro vittorie schiaccianti dal punto di vista elettorale. Fu anche l’anno in cui vennero inaugurati i Padiglioni della Grecia e dell’Austria e in cui venne avviata la persecuzione degli omosessuali da parte dei nazisti. Il progetto che Angelidakis presenta è una sorta di escape room, mettendo in scena così il titolo stesso del progetto (Escape Room) e facendo del Padiglione greco una moderna caverna platonica. L’idea è quella di collocare questo spazio, questo simbolo platonico, dentro una situazione attuale di ascesa del populismo nazionalista.
Angelidakis, che è anche architetto, prova a svuotare l’aspetto architettonico del Padiglione, creando colonne di gomma che si accasciano su se stesse. Lui stesso ricorda come i Padiglioni nazionali dei Giardini siano stati concepiti come veri e propri dispositivi architettonici per veicolare le convinzioni e le agende politiche dei governi e dei governanti dell’epoca. L’idea è proprio quella di attaccare queste “caverne fasciste”, così come lui le definisce, provando ad attualizzarle e rompere con la loro tradizione. È quindi un progetto molto interessante per la proposta e per la lettura di resistenza e contrasto rispetto alle logiche a cui siamo solitamente abituati nel mondo dell’arte.
Un altro Padiglione che potremmo inserire sempre in questo contesto di resistenza è quello della Lettonia, all’Arsenale, perché porta avanti una ricerca d’archivio e una sintesi installativa molto interessante. Il duo artistico che presenta il progetto è MAREUNROL’S, insieme allo stilista Bruno Birmanis, e il lavoro ripercorre l’eredità degli Untamed Fashion Assemblies, eventi sperimentali e festival che si svolsero a Riga tra il 1990 e il 1999. Eventi che portarono avanti tematiche relative alla libertà sessuale, al contrasto dei costumi dell’epoca: azioni che mirano a una nuova idea di società. Il Padiglione porta quindi avanti una ricerca su questo centro di avanguardia creativa e sperimentale, in cui si univano moda, arte e performance.
In questo senso, il Padiglione diventa un vero e proprio archivio di quegli eventi e si posiziona in netto contrasto con la situazione di oggi. In un momento di forte instabilità, la dichiarazione degli artisti lettoni è forte e decisa: l’idea è esplorare come, in momenti di transizione come quello che stiamo vivendo, la creatività possa esplodere totalmente.
In quel caso eravamo alla fine degli anni Novanta, in una Lettonia post sovietica, e l’intenzione è quella di attivare nel pubblico una riflessione su quanto le visioni utopiche, anche nei momenti di grande difficoltà, possano portare alla nascita di progetti incredibili, come è stato appunto UFA, il progetto che loro ripercorrono all’interno del Padiglione.
Per scegliere il terzo progetto ho avuto qualche difficoltà. Avrei potuto parlare del Padiglione Ucraina, forse uno dei più “tragicamente indicati” per affrontare il tema della resistenza, oppure del Libano o della Moldavia, che hanno presentato progetti molto interessanti. Avrei potuto soffermarmi anche sulla storia di Taiwan, che dal 1995 porta avanti una forma di resistenza simbolica legata al mancato riconoscimento della nazionalità del proprio padiglione, costretto ogni anno a cambiare nome per non creare attriti con la Repubblica Popolare Cinese.
Ho scelto però di concludere con il Padiglione di Timor Est, un Paese situato a sud dell’Indonesia, nella parte orientale dell’isola di Timor, che quest’anno è alla sua seconda partecipazione alla Biennale. Il progetto espositivo presentato è particolarmente interessante perché costruito come una vera e propria collettiva di artisti, capace di ragionare sulla pluralità linguistica del Paese e
sulle diverse generazioni coinvolte. Al centro c’è l’idea di una coesione nazionale che non nasce da una lingua unica, ma da una molteplicità di dialetti, idiomi e appartenenze. È difficile non rimanere colpiti dall’opera centrale, Tais Don, in cui sono trascritti foneticamente i nomi delle 250 persone di Timor Est che, nel 1991, appena tre anni prima della mia nascita, furono massacrate e assassinate dalle truppe indonesiane. All’epoca Timor Est non era ancora un Paese indipendente, e quell’episodio resta una ferita profondissima nella sua storia recente.
Il progetto è potente perché parla di colonialismo attraverso una vicenda poco conosciuta, senza cedere alla retorica. Porta dentro la Biennale una storia che molti di noi ignoravano e lo fa con una progettualità solida, precisa, capace di trasformare la memoria in uno spazio di ascolto e di riflessione.
Con questo focus ho provato a raccontare alcune forme di resistenza incontrate all’interno della Biennale, scegliendo quelle meno immediate, meno scontate, ma forse proprio per questo più necessarie. Storie capaci di ricordarci che, nonostante le logiche di mercato sempre più stringenti, nonostante la patina di esclusività che avvolge il mondo dell’arte, esistono ancora progetti in grado di portare ricerche forti, urgenti e importanti.
Ed è proprio questo che rende prezioso incontrare lavori, come quelli di cui vi ho parlato, dentro una kermesse globale come la Biennale Arte, poiché solo così si può di allargare lo sguardo, arricchire il dialogo e scoprire storie che meritano di essere ascoltate.
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