In divisa e infradito, riposando o godendosi la vita per svelare i paradossi del mondo del lavoro e della sua precarizzazione: faccia a faccia con Antonio Gonzaga Amador e Jandir Jr., il duo più surreale della scena brasiliana dell’arte contemporanea, attualmente in residenza a Basilea, in Svizzera.
Amador & Jr. non hanno uno studio. Musei, centri d’arte e la stessa metropoli sono il palcoscenico delle attività di questo duo originalissimo, attualmente in residenza all’Atelier Mondial di Basilea, in Svizzera, con il sostegno dello Swiss Arts Council Pro Helvetia South America. Antonio Gonzaga Amador (1991) e Jandir Jr. (1989) si sono conosciuti alla Scuola di Belle Arti dell’Università Federale di Rio de Janeiro e subito dopo hanno iniziato il loro percorso nei dipartimenti educativi di diverse istituzioni carioca.
Da dieci anni agiscono come duo, come un unico “corpo performativo”, il più delle volte concentrati nel mettere a nudo i paradossi che attraversano tanto il mondo dell’arte, quanto la società brasiliana contemporanea e le relazioni tra tempo libero e lavoro. Le “avventure” delle guardie giurate inscenate da Antonio e Jandir creano un paesaggio articolato intorno alle nostre percezioni del concetto di lavoro, dei termini contrattuali, delle funzioni delle professioni e dello stesso concetto di “professionalità”, riflettendo anche sul nostro “abitare il mondo”.
E non poteva esserci luogo migliore, né diverso, per il teatro della nostra conversazione: un tavolo nello storico bar Amarelinho da Glória, nel cuore di Rio de Janeiro, in un affollato pomeriggio domenicale – le partite che scorrono su un grande schermo televisivo proprio davanti a noi; tifosi che urlano, clienti che mangiano pasteis e bevono birra – l’anima carioca del buon vivere e del tempo libero, mentre qualcuno lavora per renderlo possibile.
Avete appena festeggiato dieci anni di partnership come Amador & Jr. Segurança Patrimonial Ltda. Prima di parlare dell'aspetto della sicurezza in sé, potete raccontarci come è nato il progetto e come vi è venuta l'idea di lavorare insieme?
Jandir: Io e Antonio veniamo dalla Zona Nord di Rio de Janeiro. Abbiamo frequentato la stessa facoltà, che ci ha offerto la stessa prima opportunità di lavoro, al Museo d’Arte di Rio (MAR), formando quella che un tempo fu la prima equipe educativa del museo. Eravamo stagisti e lì abbiamo iniziato a conoscerci meglio. È curioso perché, fin dall’inizio, le combinazioni e gli equivoci che regnano nelle attività legate all'”educazione” – accogliere i visitatori, preparare le attività, il monitoraggio degli spazi, delle gallerie, fare attenzione alle opere, avvertire il pubblico di cosa può o non può fare – sono sempre stati il nostro tratto comune.
E così che è arrivata l'idea di creare un duo mettendo in scena la figura della guardia giurata?
Antonio: Esattamente, ma fino ad allora avevamo i nostri lavori separati. È stato alla Casa Daros di Botafogo [sede brasiliana della collezione svizzera Daros Latinoamerica, che fu attiva a Rio de Janeiro solo per due anni, dal 2013 al 2015, ndr] che abbiamo seguito insieme un corso di formazione per artisti e lì è nata l’idea di creare Amador & Jr.
Ma com'è stato il processo? Voglio dire: è arrivato un progetto o, inizialmente, c'è stata solo la voglia di unirvi, di lavorare insieme?
Jandir: Non posso dire che ci sia stata un’idea, perché è stato più uno scherzo. Non ricordo se io o Antonio, ma uno di noi deve aver detto: “Immagina un tipo in giacca e cravatta accanto a un’opera interattiva, fermo, che vieta al pubblico di toccare l’opera, ma avverte che l’interazione con l’oggetto è in realtà con lui. L’oggetto interattivo è la guardia giurata stessa”. Ci è sembrato divertente e nel contesto del lavoro aveva molto senso, ma non pensavamo di dare un corpo a questa intuizione. Alla fine del 2015, c’è stato un bando pubblico del Corso di Specializzazione in Arti Visive dell’Università Federale di Rio de Janeiro (20.mo incontro degli studenti del PPGAV-EBA-UFRJ – Ascolti, silenzi e intervalli), che chiedeva a coppie di artisti di proporre lavori per il Centro Municipale d’Arte Hélio Oiticica. Inoltre, il bando includeva un budget di 500 reais [circa 90 euro] per chi avesse vinto e sviluppato il progetto [risate generali, ndr].
Un bel gruzzolo, eh?!
Jandir: E noi abbiamo detto: “Cavolo, soldi!”. Fino ad allora avevamo lavorato gratis. Abbiamo fatto domanda e siamo stati selezionati con lo stesso scherzo-idea del lavoro interattivo, trasformandolo nella prima performance. Pensavamo che sarebbe stata una collaborazione destinata a finire lì: un esercizio. Siamo andati a comprare le giacche e quando ci siamo posizionati per impedire al pubblico di toccare una replica di un’opera interattiva di Hélio Oiticica (Topological Readymade Landscape nº 4 – dedicato a Lygia Clark, 1978) ci siamo resi conto della portata del lavoro. La scena che si era creata era molto plateale, violenta, accanto a un progetto che storicamente – in Brasile e altrove – è associato a esercizi di libertà del corpo, di vera e propria liberazione. Oltre all’estraneità della scena, la cosa che ci ha più scioccato è stato renderci conto che diverse persone amiche non ci riconoscevano; un fatto che è accaduto anche negli anni successivi, man mano che continuavamo il lavoro.
Perché eravate travestiti da guardie giurate?
Jandir: Esattamente, e questo modifica l’impressione di socialità, non direttamente legata a noi, ma in relazione al comportamento e allo spazio di cui parliamo: la persona che si avvicina per chiedere un’informazione a una guardia giurata di solito non la conosce. Oggi credo che Amador & Jr. sia servito e serva come una luce per mostrare questioni che abbiamo già vissuto lavorando, ma con un altro tipo di “uniforme”. Inoltre, mettiamo in scena un incarico professionale che qui in Brasile è fortemente determinato dalla razzializzazione: questi posti di lavoro nell’ambito del “controllo” sono debitori di strutture schiaviste che sono rimaste nell’aria, in strutture di potere, di corpi invisibilizzati, oggettificati, a disposizione…
In effetti, credo che indossare una divisa o un'uniforme significhi perdere completamente la propria identità: il corpo finisce per trasformarsi nell'emanazione del potere o della sottomissione a esso. Per esempio, un poliziotto: non riusciamo nemmeno a immaginarlo senza divisa, nella vita fuori dal lavoro, no?
Antonio: Lascia che ti racconti una storia. Prima di realizzare la performance chiamata “Descanso” (Riposo), a Vila Velha (Parque Cultural Casa do Governador, 2025), sono stato scambiato da due donne per un dipendente di una festa. Stavamo passando la notte in preparazione all’azione; per “Descanso”, cerchiamo di arrivare esausti, ubriachi e con i postumi della sbornia nel luogo della mostra, per dormire il più possibile, sdraiati sul pavimento. Insomma, eravamo a una festa mentre facevamo questa “preparazione” e, all’ingresso del locale, queste signore sono arrivate con un tono molto altero, chiedendo di farle passare perché i loro nomi erano “sulla lista”. A quel punto abbiamo notato che le persone all’ingresso erano tutte nere, in uniforme. Ma noi non eravamo in uniforme, capisci? D’altra parte, una nostra conoscenza, in quella prima performance al Centro Municipale d’Arte Hélio Oiticica, ci chiese dove fossero i bagni e ci riconobbe solo qualche istante dopo. Insomma, abbiamo via via percepito la potenza della relazione sociale che si instaura sempre durante la performance, mediata dall’uso delle giacche, ma anche dai pregiudizi quotidiani.
Oltre al "paesaggio sociale" che vestite esteticamente nel vostro lavoro, travestiti da guardie giurate – anche se mettete in scena qualche elemento che non rientra negli standard, ma passa inosservato a causa delle circostanze – riuscite anche ad affrontare altri temi legati al mondo del lavoro in generale: per esempio la questione dell'occupazione 6x1 (sei giorni di lavoro x 1 di riposo), oggi tema caldo di quella che viene annunciata come una grande riforma del mondo dell'occupazione in Brasile. Inoltre, mettete a nudo le condizioni precarie e l'outsourcing...
Jandir: Credo che la nostra sensibilità come autori derivi proprio da questo, dall’aver lavorato tante volte “sei x uno”. Tuttavia, anche il lavoro artistico non ha orari e, anzi, porta con sé una pressione quotidiana, spesso nascosta dal senso comune che fare arte sia un’attività molto piacevole, che si ripaga da sola, che esiste solo per pochi, frequentemente intesa come qualcosa al di fuori della sfera del lavoro. Peccato che, tante volte, non esistano le condizioni per svilupparla in modo adeguato…
Ora mi è venuta in mente l'immagine della performance "Displicente"...
Antonio: Oh, cavolo! È bella, no? Mettere in scena la condizione Displicente [in italiano Negligente, ndr] viene più come una critica: chi non ha condizioni di lavoro adeguate non dovrebbe essere visto come negligente, no? Come puoi svolgere bene il tuo ruolo se lavori sei giorni a settimana, dodici ore al giorno? È impossibile. In questa performance noi giochiamo con il cellulare, beviamo qualche birra al buio mentre “lavoriamo” mentre come guardie. “Avere tempo” è la sfida più grande nella vita del lavoratore: “Displicente” è una performance difficile, perché è aperta a qualsiasi attività: essere negligenti ha innumerevoli significati. Quindi è anche difficile sintonizzarsi con lo spazio che ospiterà l’azione: “Ah, faremo “Displicente” in questa occasione”. “Ma cosa succederà?”, ci chiedono. Non lo sappiamo. L’abbiamo fatta solo una volta, vero, Jandir?
Quindi è la stessa realtà del vostro lavoro nei dipartimenti educativi – al MAM – Museu de Arte Moderna (Antonio) e al Museo Bispo do Rosario (Jandir) – che oggi ispira le vostre proposte?
Jandir: Molte performance nascono già pronte da situazioni che abbiamo vissuto sul lavoro, soprattutto nei primi anni, in altre istituzioni in cui siamo passati. Poi le discutiamo e le scriviamo. Però, è così: la realtà che abbiamo vissuto sulla nostra pelle ci alimenta. E le osserviamo ripetersi, anno dopo anno, anche occupando altre posizioni come lavoratori museali.
Tornando alla questione della precarietà...
Jandir: Un’educatrice di San Paolo, Cintia Masil, mi ha illustrato un’idea che ho trovato molto buona. Associava l’idea di precarietà all’esperienza degli educatori nei musei, sottolineando che l’esperienza degli educatori è generalmente permanentemente precaria, per una strategia del sistema stesso: è mal pagata e ha un accumulo di funzioni perché lei stessa è considerata una “funzione ombrello”, provvisoria. Il personale del dipartimento educativo è sempre il primo a essere licenziato nelle crisi delle istituzioni culturali. Inoltre, c’è molto turnover, molte persone che si succedono in questa professione. Insomma, nessuno rimane a lungo nello stesso posto. In definitiva, il nostro lavoro finisce per raccontare alcuni degli effetti della precarietà che appartiene, che lo si voglia o no, a tutte le funzioni di base: spesso, in altre istituzioni, le guardie giurate rimangono con mesi di stipendio arretrato, ma non si licenziano a causa della difficoltà di trovare un altro lavoro. Questo è il lato più sinistro dell’outsourcing brasiliano, che colpisce tanti impieghi.
Avete già messo in scena anche un'azione dedicata al tema dell'outsourcing?
Antonio: Abbiamo affrontato questo tema con una performance più recente, intitolata “Terceirização” (Esternalizzazione, ndr): una divisa appesa a una gruccia, che mette a disposizione l’uniforme della guardia giurata nello spazio espositivo, esattamente nei luoghi in cui ci sarebbe stata la presenza “fisica”. In questo caso, vogliamo che l'”azienda” Amador & Jr. permetta al pubblico di assumere la posizione di vigilanza. Man mano che l’uniforme viene indossata da altre persone, si consuma, si macchia. È un po’ una metafora delle relazioni di lavoro. Quante volte abbiamo visto guardie giurate lavorare con l’uniforme strappata, logora, le scarpe che si aprono, senza che l’azienda le sostituisse? Inoltre, credo che questo lavoro metta in luce anche un gioco più psicologico, quello di chi accetta di indossare la giacca, far parte del sistema, precarizzandosi.
Tornando indietro nel tempo: è nato prima il duo o il nome Amador & Jr. Segurança Patrimonial Ltda.?
Jandir: In Brasile, la sicurezza è sempre “patrimoniale”. E cosa significa sicurezza patrimoniale qui? Significa prendersi cura del muro, dell’edificio, del patrimonio architettonico. Non della mostra. Per prendersi cura delle mostre esiste il “monitor”, colui che orienta il pubblico, che “monitora”, a volte chiamato mediatore, o altri nomi. Ci sono luoghi che hanno regole molto specifiche. Per esempio: se c’è qualcuno in galleria, devi stare in piedi. Sulla sedia, puoi sederti solo quando la sala è vuota. Per rispondere: abbiamo iniziato usando i nostri nomi e un anno dopo abbiamo pensato ad Amador & Jr. Segurança Patrimonial Ltda. Ci sono aspetti di cui prendiamo coscienza col passare del tempo, attraverso la pratica, creando un’etica…
Antonio: Cazzo, forza Vasco, cazzo! Mio Dio! Vascão! Aiutoooooo!
Chi è l'altra squadra?
Antonio: Vitória!
Non perderò l'occasione di trascrivere anche questo tifo! [risate generali, ndr]
Antonio: Vasco, cazzo! Cazzo, cazzo! Vascão! Sta per entrare!
Quindi, Antonio, a quanto pare tu sei del Vasco?
Antonio: Cazzo! Sono vascão, sì!
E tu, Jandir, sei flamenguista, fluminense?
Jandir: Non ho squadra, no.
Antonio: È la devianza di carattere di Jandir.
Jandir: Ma figurati!
Antonio: Matteo, ti chiedo solo come è stato il Mondiale del ’94 per voi, cosa avete fatto a Roberto Baggio?
Non ne ho idea. Cos'è successo? È stato il Mondiale dove il Brasile ha vinto contro l'Italia?
Antonio: Esatto! Baggio che sbaglia il rigore, noi campioni nel 1994 contro l’Italia, per 3 a 2!
Antonio, ma io sono gay...
Jandir: Anche io lo sono, quasi. [risate, ndr] Non mi piace il calcio.
Antonio: Va bene, abbiamo ancora birra. [risate, ndr]
Jandir: Comunque, la giacca è stato un elemento che abbiamo compreso un po’ dopo, decidendo che avremmo dovuto sempre indossarla. Anche la performance, preferibilmente di lunga durata, è stata una questione che abbiamo compreso successivamente. E ancora oggi non vogliamo ingaggiare attori per recitare al nostro posto; altrimenti diventeremmo noi i “padroni”, no?
Ora, trovo molto belli i titoli, anzi, le parole che usate per definire l'intero progetto dell'azione...
Jandir: I titoli spesso rimandano all’universo del lavoro e della sicurezza: “Ler” (Leggere, ndr), per esempio, è una performance in cui leggiamo un libro tutto il tempo. Tutto il giorno. La guardia giurata, di solito, non può assolutamente leggere. In effetti, la vista è lo strumento principale del suo lavoro, nulla dovrebbe impedirgliela, dal punto di vista del controllo che il lavoro esercita sui dipendenti. Ogni titolo scelto è ben identificativo; “Por gentileza” (Per favore, ndr) fa parte dell’uso standard e cordiale del linguaggio, ed è generalmente così che il pubblico dei musei si rivolge alle guardie giurate. In “Por gentileza”, chiediamo al pubblico di scattare una foto di noi all’interno della mostra, con un’opera, invertendo la richiesta che di solito i visitatori fanno agli operatori delle mostre. Una volta sono andato a chiedere a una ragazza “Per favore, potrebbe scattarmi una foto?”: lei si è spaventata e quando ha scattato la foto ha censurato la parola “puttana” che appariva sul muro, opera di Rafael RG, accanto alla quale mi ero messo (A Parábola do Progresso, Sesc Pompeia, San Paolo 2022-2023). Un’altra performance complessa e anche molto disturbante è “Não” (No, ndr): a qualsiasi domanda o richiesta, la guardia giurata deve rispondere solo no, attivando anche nella coscienza del pubblico tutta quella serie di regole immateriali, di comportamento, di potere o non potere, imbarazzando l’interlocutore.
Un'altra cosa che emerge dalla vostra produzione è la relazione con il corpo, "strumento" molto presente: il corpo del lavoro e il corpo nel lavoro; il corpo della presenza fisica e anche oggetto dei rituali di preparazione alla performance. In che modo intendete il corpo come processo?
Antonio: Il corpo è una questione molto forte per me. Studiare le situazioni performative mi interessa al di là del campo dell’arte, così come pensare al campo dell’educazione, poiché è una delle mie esperienze. Anche il metodo di insegnamento è una questione interessante da pensare. Alla fine, ci incontriamo nella confluenza delle due cose. Dopotutto, Amador & Jr. è un incontro tra me e Jandir, tra le nostre singolarità. Riusciamo a produrre qualcosa che ha senso proprio a partire dalle nostre individualità e dalle somiglianze delle nostre esperienze di vita.
Ma il fatto di non avere uno studio influisce o determina il modo in cui lavorate?
Antonio: Penso che se avessimo più risorse e più tempo, forse la nostra pratica sarebbe diversa. Forse se avessimo affittato uno studio la nostra pratica sarebbe migrata verso altri luoghi…
Avete partecipato alla 35° Biennale di San Paolo del 2023, "Coreografie dell'impossibile", avete partecipato a mostre in grandi gallerie, Nara Roesler o A Gentil Carioca, ma non avete una galleria che rappresenti il vostro lavoro. Perché secondo voi?
Jandir: Le gallerie non ci cercano. Forse perché non sanno cosa vendere. Almeno se dipingessimo le foto delle performance… [risate, ndr]
Il vostro lavoro è davvero molto puro. Apre mondi poetici e politici, connette idee, ma è fatto di pochissimi elementi che, tuttavia, denotano un'immaginazione potente.
Jandir: Se avessimo più soldi, riusciremmo a fare cose più belle. Finanziare, rafforzare il nostro lavoro e anche supportare altre iniziative. Però il lavoro artistico è una cosa che si costruisce per il futuro, no? Stiamo ancora costruendo… Stiamo iniziando.
Saltando nel tempo, e per chiarezza verso il lettore: da ottobre 2025, quando ci siamo incontrati a Rio, passiamo a maggio 2026. Siete, fino alla fine di giugno, al programma della Pro-Helvetia per la promozione dell'arte latinoamericana, a Basilea: come sta andando questa stagione?
Antonio: Siamo venuti in residenza con un progetto di ricerca artistica basato sul comprendere come funziona la scena artistica del Paese, e specificamente di Basilea, concentrandoci sulle relazioni dei lavoratori dei musei e degli spazi d’arte. Come funzionano qui le relazioni di lavoro? Quali sono gli attori e come si organizzano in questa scena? Come operano le “performatività” nelle relazioni sociali di questo ambiente? Quali sono i profili (sociali, di classe, genere, razza) degli attori nella scena artistica? A partire da ciò, vogliamo capire quali sono le somiglianze con il contesto brasiliano e quali sono le differenze. Il nostro primo mese è stato dedicato a questa “ricerca sul campo” nei musei e negli spazi d’arte della città. Visitare musei; andare a inaugurazioni; parlare con artisti, curatori, operatori di galleria, tra gli altri agenti; capire come si configura la scena e quali performatività sono operative. Capendo questa nuova dimensione, abbiamo il desiderio di creare proposte performative che abbiano senso nel contesto locale. Perché il nostro lavoro si organizza nell’operare congiuntamente alla scena dell’arte, per esporne le performatività sociali attraverso le nostre stesse azioni.
Che forme sta assumendo il lavoro?
Antonio: Per quanto riguarda le performance e le ricerche, oggi (all’inizio di maggio) non sappiamo ancora come stia accadendo, perché stiamo ancora facendo ricerca. Ma una cosa importante è proprio l’esperienza di avere/vivere uno studio. La ricerca che stiamo conducendo qui inizia a prendere forma attraverso il disegno. Stiamo producendo e sperimentando l’espressione grafica preparatoria della performance. Un diario di ricerca non lineare.
Quali sono i piani per il futuro?
Antonio: Molto difficile rispondere, ma penso che oggi il piano per il futuro sia comprare birra. Perché domani è domenica e non apre nulla!
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Tropical Studio #21. Amador & Jr., performar é só o começo
De farda e chinelo, descansando ou curtindo para escancarar os paradoxos do mundo do trabalho e da sua precarização: frente a frente com Antonio Gonzaga Amador e Jandir Jr., a dupla mais surreal do cenário brasileiro da arte contemporânea, atualmente em residência em Basel, na Suíça.
Amador & Jr. não têm um ateliê: museus, centros de arte e até mesmo a cidade é o palco das atividades dessa dupla inovadora, atualmente em residência no Atelier Mondial, em Basel, na Suíça, com o suporte do Swiss Arts Council Pro Helvetia South America. Antonio Gonzaga Amador e Jandir Jr. se conheceram na Escola de Belas Artes da Universidade Federal do Rio de Janeiro e logo em seguida começaram a jornada nos departamentos educativos de diferentes instituições cariocas.
Há dez anos, Amador & Jr. atuam como dupla, como um único “corpo performático”, na maioria das vezes focado em escancarar os paradoxos que permeiam o mundo da arte, a sociedade contemporânea brasileira, as relações entre tempo livre e trabalho. As aventuras dos seguranças criam uma paisagem articulada em torno das nossas percepções a respeito do conceito do emprego, de termos de contratos, das funções e das profissões, refletindo, inclusive, sobre o nosso “habitar o mundo”.
Eis que não podia ser lugar melhor, nem diferente, o teatro da nossa conversa: uma mesa no histórico boteco Amarelinho da Glória, no coração do Rio de Janeiro, numa badalada tarde de domingo – os jogos passando numa grande tela de TV bem na nossa frente; torcedores gritando, fregueses comendo pastel e bebendo cerveja – a alma carioca do bom-viver e do lazer, enquanto alguém trabalha por isso.
Vocês acabaram de festejar dez anos de parceria como Amador & Jr. Segurança Patrimonial Ltda. Antes de falar do aspecto do segurança em si, podem nos contar como nasceu o projeto e como veio a ideia de trabalhar juntos?
Jandir: Eu e Antonio somos da Zona Norte do Rio de Janeiro: frequentamos a mesma faculdade, que nos propiciou a mesma primeira oportunidade de trabalho, no Museu de Arte do Rio, formando aquela que outrora foi a primeira equipe educativa do Museu. Éramos estagiários e ali começamos a nos conhecer melhor. É curioso porque, desde o princípio, as combinações e os desentendimentos que reinam entre as atividades relativas à “educação” – receber visitas, preparação de atividades, a monitoria dos espaços, das galerias, de tomar cuidado das obras, avisar os visitantes do que podem ou não podem fazer – sempre foi o nosso marco em comum.
Foi assim que estalou a ideia de criar uma dupla colocando em cena a figura do segurança, não é?
Antonio: Exatamente, mas até então nós tínhamos os nossos trabalhos separados. Foi na Casa Daros em Botafogo [sede brasileira da coleção suíça Daros Latinoamerica, ativa no Rio de Janeiro somente por dois anos, de 2013 a 2015, ndr] que fizemos juntos um curso de formação de artista e ali veio a ideia de criar a Amador & Jr…
Mas como foi o processo? Quero dizer: veio um projeto ou, a princípio, foi somente a vontade de se juntar?
Jandir: Não posso dizer que foi uma ideia, porque foi mais uma piada. Não lembro se eu ou Antonio, mas um de nós deve ter falado: “Imagina um cara de terno do lado de um trabalho interativo, parado, proibindo o público de mexer na obra, mas avisando que a interação com o objeto é, na verdade, com ele. O objeto interativo sendo o próprio segurança”. Achamos engraçado e no contexto do trabalho fazia muito sentido, mas não estávamos pensando em dar um corpo a essa intuição. No final de 2015, houve uma chamada pública da Pós-Graduação em Artes Visuais da Universidade Federal do Rio de Janeiro (20º encontro dos alunos do PPGAV-EBA-UFRJ – Escutas, silêncios e intervalos), convocando duplas de artistas para proporem trabalhos no Centro Municipal de Arte Hélio Oiticica e, mais do que isso, o edital incluía um orçamento de R$ 500,00 para quem ganhasse o edital e desenvolvesse o projeto [risadas gerais].
Um dinheirão, hein?!
Jandir: Pô, a gente falou, caraca, dinheiro, pô! Até então tínhamos trabalhado de graça, para começar. Mas aí fizemos o edital e passamos com a própria piada-ideia de trabalho interativo, transformando-o na primeira performance. Pensávamos que ia ser uma colaboração destinada a acabar ali: um exercício. Fomos comprar os ternos e quando nos posicionamos para impedir o contato do público com uma réplica de uma obra interativa de Hélio Oiticica (Topological Readymade Landscape nº 4 – dedicado à Lygia Clark, 1978) nos demos conta do tamanho do trabalho. A cena que se criou era muito ostensiva, violenta, do lado de um projeto que historicamente, no Brasil e afora, vem associado a exercícios de liberdade do corpo, de liberação mesmo. Além da cena estranha, o que mais chocou a gente foi perceber que várias pessoas amigas não nos reconheceram; um fato que aconteceu ainda ao longo dos anos, conforme demos continuidade ao trabalho.
Porque vocês estavam fantasiados de seguranças, é isso?
Jandir: Exatamente, e isso modifica a impressão de sociabilidade, não diretamente relacionada conosco, mas em relação ao comportamento e ao espaço que falamos: a pessoa que se aproxima pedindo alguma informação a um segurança normalmente não o conhece. Hoje em dia, acho que a Amador & Jr. serviu e serve como um holofote para questões que a gente já viveu trabalhando, só que com outro tipo de uniforme. Além disso, encenamos um lugar ocupacional que aqui no Brasil é muito determinado pela racialização. Esses postos de trabalho são devedores das estruturas escravocratas que permanecem no ar, estruturas de poder mesmo, de corpos invisibilizados, objetificados, à disposição…
Inclusive, eu acho que vestir uma farda ou um uniforme é perder completamente a própria identidade: o corpo acaba se transformando na emanação do poder ou da subserviência. Por exemplo, um policial: nem conseguimos imaginá-lo sem farda, na vida fora do trabalho, não é?
Antonio: Deixa eu te contar uma história. Antes de fazermos uma performance chamada “Descanso”, em Vila Velha (Parque Cultural Casa do Governador, 2025), eu fui confundido por duas mulheres como um empregado de uma festa. A gente tava virando a noite em preparação para a ação; para “Descanso”, buscamos chegar exaustos, bêbados e de ressaca no lugar da exposição, pra dormir o máximo possível, deitados no chão do local. Enfim, estávamos em uma festa fazendo essa “preparação”, na porta de entrada do local, e essas senhoras chegaram com um tom muito altivo, pedindo que as deixássemos passar, porque os nomes delas estavam “na lista”. Aí reparamos que as pessoas na portaria eram todas negras, uniformizadas. Mas nós não estávamos com uniformes, sabe? Por outro lado, uma conhecida nossa, naquela primeira performance no Centro Municipal de Arte Hélio Oiticica, perguntou onde ficava o banheiro e nos reconheceu somente momentos depois. Ou seja, percebemos a potência da relação de sociabilidade que sempre se dá durante a performance, mediada pelo uso dos ternos, mas também por preconceitos do dia a dia.
Além da “paisagem social” que vocês vestem esteticamente no trabalho, fantasiados de segurança – mesmo pondo em cena algum elemento que não bate dentro dos padrões, mas despercebido pelas circunstâncias – conseguem tratar também de mais assuntos relacionados ao mundo do trabalho em geral: por exemplo a escala 6×1, hoje em dia tema quente daquela que se anuncia como uma grande reforma no mundo do emprego no Brasil. Também vocês escancaram as condições precarizadas e terceirizadas…
Jandir: Acho que a nossa sensibilidade como autores vem exatamente disso, por ter trabalhado tantas vezes “seis por um”. Porém, também o trabalho da arte não tem escalas e, muito pelo contrário, vem junto uma cobrança diária, às vezes disfarçada, pelo senso comum de que fazer arte é vivenciar uma atividade muito prazerosa, que se paga por si mesma, que só existe para poucos, muitas vezes entendida como algo fora da esfera do trabalho. Pena que, tantas vezes, não existem as condições para desenvolvê-la de uma forma adequada…
Agora veio na minha cabeça a imagem da performance “Displicente” …
Antonio: Ah, caraca! É bom, né? Encenar a condição de displicência vem mais como uma crítica: quem não tem condições adequadas de trabalho não poderia ser visto como displicente, não é? Como você pode executar bem o seu cargo se você está trabalhando seis dias por semana, doze horas por dia? É impossível. É claro, nessa performance nós mexemos no celular, tomamos umas cervejas às escuras enquanto estamos “trabalhando”. Mas, em muito pensando que “ter tempo” é o maior desafio na vida do trabalhador. É uma performance difícil, porque está aberta a qualquer atividade: ser “displicente” tem inúmeros sentidos. Então é difícil também combinar com o espaço que vai receber a ação: “Ah, a gente vai ser “Displicente” nesse dia”. “Mas o que vai acontecer?”, perguntam-nos. Não sabemos. Foi uma vez só que a gente fez, né, Jandir?
Então, é o mesmo trabalho de vocês nos educativos – do MAM (Antonio) e do Museu Bispo do Rosario (Jandir) – que hoje em dia inspira as vossas propostas?
Jandir: Muitas performances nascem prontas de situações que a gente viveu no trabalho, principalmente nos primeiros anos, em outras instituições pelas quais passamos. Aí discutimos e escrevemos. Mas enfim, é isso: a realidade que a gente viveu na pele nos alimenta. Ou observá-las sendo repetidas, ano após ano, mesmo ocupando outras posições como trabalhadores de museus.
Voltando a questão da precarização…
Jandir: Uma educadora de São Paulo, Cintia Masil, ilustrou-me uma ideia que achei muito boa. Ela contrapunha a ideia de precarização à experiência dos educadores em museus, remarcando que a vivência de educadores geralmente é permanentemente precária, por estratégia do próprio sistema: é mal paga e tem um acúmulo de funções por ser encarada como uma função guarda-chuva, provisória. A equipe do departamento educativo é sempre a primeira a ser demitida nas crises das instituições culturais. Além disso, tem muita rotatividade, muitas pessoas que se sucedem nesse trabalho. Ou seja, ninguém fica no lugar por muito tempo. Enfim, o nosso trabalho acaba relatando uns dos efeitos da precarização que pertence, querendo ou não, a todas as funções de base: muitas vezes, nas demais instituições, os seguranças ficam com meses de salário atrasado, mas não se demitem pela dificuldade em arranjar outro emprego. Esse é o lado mais sinistro da terceirização brasileira, que atinge tantos postos de trabalho.
Vocês já encenaram também uma ação dedicada ao tema da terceirização?
Antonio: Comentamos esse assunto com uma performance mais recente, chamada “Terceirização”: uma farda pendurada no cabide, disponibilizando o uniforme do segurança no espaço expositivo, exatamente nos lugares onde eles estariam. Assim, queremos que a “empresa” Amador & Jr. permita que o público tome a posição de vigilância. Conforme o uniforme vai sendo usado por outras pessoas, vai se desgastando, vai ganhando manchas. É um pouco da metáfora das relações de trabalho também. Quantas vezes já vimos seguranças trabalhando com o uniforme rasgado, puído, o sapato abrindo, sem que a empresa reponha? Também eu acho que esse trabalho coloca à vista um jogo mais psicológico, o de quem aceita vestir o terno, terceirizando-se.
Voltando no tempo: vocês nasceram primeiro como dupla ou o nome Amador & Jr. Segurança Patrimonial Ltda. veio junto?
Jandir: No Brasil, a segurança é sempre patrimonial. E o que significa segurança patrimonial aqui? Significa cuidar da parede, cuidar do prédio, do patrimônio arquitetônico. Não da exposição. Para cuidar das exposições existe o monitor, exatamente. O que orienta o público, às vezes chamado de mediador, ou outros nomes. Existem lugares que têm regras muito específicas. A exemplo: se tem alguém na galeria, você tem que ficar em pé. Na cadeira, só pode sentar quando a sala estiver vazia. Mas enfim, a gente começou usando nossos nomes e um ano depois pensamos em Amador & Jr. Segurança Patrimonial Ltda. Existem aspectos que a gente vai tomando consciência com o passar do tempo, ao longo da prática, criando uma ética…
Antonio: Porra, vamos Vasco, caralho! Meu Deus! Vascão! Socorrooooo!
Quem é o outro time?
Vitória!
Não vou perder a ocasião de transcrever também essa torcida! [risadas gerais, ndr]
Antonio: Vasco, porra! Caralho, porra! Vascoooo! Vai entrar!
Então, Antonio, pelo visto você é do Vasco?
Antonio: Porra! Sou vascão, mesmo!
E Jandir, você é Flamenguista, Fluminense?
Jandir: Não tenho time, não.
Antonio: É o desvio de caráter do Jandir.
Jandir: Jamais, jamais.
Antonio: Matteo, só vou lhe perguntar aí como foi a Copa de ’94 pra vocês, o que vocês fizeram com o Roberto Baggio?
Não tenho referência. O que houve? Foi a Copa que o Brasil ganhou da Itália?
Antonio: Isso! Baggio perdendo o pênalti, a gente sendo campeão em 1994 em cima da Itália, por 3 a 2!
Antonio, mas eu sou gay…
Jandir: Eu sou quase isso também. [risadas, ndr] Eu não gosto de futebol. Vamos Antonio, estamos falando de precarização do trabalho.
Antonio: Tudo bem, ainda temos cerveja. [risadas, ndr]
Jandir: Enfim: o terno foi um elemento que a gente entendeu um pouco depois, decidindo que precisávamos sempre vestir ele. A performance, de preferência de longa duração, também foi uma discussão que a gente foi entendendo em seguida. E até hoje não queremos contratar atores para atuar no nosso lugar; aí a gente viraria patrão, né?
Agora, acho muito massa os títulos, aliás, as palavras que vocês utilizam pra definir o recorte completo da ação…
Jandir: Os títulos muitas vezes remetem ao universo do trabalho e da segurança: “Ler”, por exemplo, é uma performance onde ficamos lendo um livro o tempo inteiro. O dia todo. O segurança, geralmente, não pode ler de jeito nenhum. De fato, a visão é a principal ferramenta do trabalho dele, nada deve impedi-la, do ponto de vista do controle corporal que o labor exerce sobre os empregados. De fato, cada título escolhido é bem identificativo; “Por gentileza” faz parte do uso padrão e cordial da linguagem, e geralmente é como os seguranças são interpelados pelo público visitante nos museus. Em “Por gentileza”, pedimos ao público para tirar uma foto de nós dentro da exposição, com uma obra, invertendo o pedido que geralmente parte dos visitantes aos trabalhadores de exposições. Teve uma vez que eu fui pedir pra uma moça “Por Gentileza, você poderia tirar uma foto minha?”: ela se assustou e quando foi tirar a foto ela censurou a palavra “puta” que aparecia na obra de Rafael RG, onde eu me tinha colocado (A Parábola do Progresso, Sesc Pompeia, 2022-2023). Mais uma performance que é complexa e até muito desconfortável é a “Não”: a qualquer pergunta ou pedido, o segurança só deve responder não, ativando também na consciência do público toda aquela série de regras imateriais, de comportamento, de poder ou não poder, constrangendo o interlocutor.
Mais uma coisa que surge perante a vossa produção é a relação do corpo, “ferramenta” muito presente: o corpo do trabalho e o corpo no trabalho; o corpo da presença física e também o objeto dos rituais de preparação à performance. Em que maneira vocês entendem o corpo como processo?
Antonio: O corpo é uma questão super forte para mim. Estudar as situações performativas interessa-me para além do campo da arte, assim como pensar o campo da educação, já que é uma das minhas experiências. O método de ensino também é uma coisa interessante de pensar. Acaba que a gente se encontra com essa confluência das duas coisas. Afinal, Amador & Jr. é um encontro entre mim e Jandir, entre as nossas singularidades. Conseguimos produzir uma coisa que faz sentido exatamente a partir das nossas individualidades e pelas semelhanças de experiências de vida.
Mas o fato de não ter um ateliê afeta ou determina como vocês trabalham?
Antonio: Eu acho que se a gente tivesse recursos e mais tempo, talvez a nossa prática ia ser diferente. Talvez se a gente tivesse alugado um ateliê, talvez a nossa prática tivesse migrado para outros lugares…
Vocês já atuaram na 35° Bienal de São Paulo, em 2023, “Coreografias do impossível”, tiveram participações em exposições em grandes galerias, Nara Roesler ou A Gentil Carioca, mas não tem uma galeria que represente o trabalho. Porque será?
Jandir: As galerias não nos procuram. Talvez porque não saibam o que vender. Pelo menos se pintássemos as fotos das performances… [risos, ndr]
O trabalho de vocês realmente é muito puro. Abre mundos poéticos e políticos, conecta ideias, mas é feito de pouquíssimos elementos que, porém, denotam uma imaginação.
Jandir: Se tivéssemos mais dinheiro, conseguiríamos fazer mais coisas legais. Financiar, fortalecer o nosso trabalho e, também, ajudar outras iniciativas. Mas enfim, o trabalho de arte é uma coisa que a gente constrói para frente, né? Ainda estamos construindo… Estamos começando.
Pulando no tempo, e por clareza de notícia: de outubro de 2025, quando nos encontramos no Rio, vamos para maio de 2026. Vocês estão, até o final de junho, participando do programa da Pro-Helvetia para o fomento da arte latino-americana, em Basel: como está sendo essa temporada?
Antonio: Nós viemos para a residência com um projeto de pesquisa artística que é entender como acontece a cena artística do país, e especificamente de Basel, tendo como foco as relações dos trabalhadores de museus e espaços de artes. Como acontece aqui as relações de trabalho? Quais são os atores e como eles se organizam nessa cena? Como operam as performatividades nas relações sociais dessa cena? Quais são os recortes (sociais, classe, gênero, racialidade) dos atores na cena artística? A partir disso, queremos entender quais são as similaridades com o contexto brasileiro e quais são as diferenças. Nosso primeiro mês está sendo nesta relação de “pesquisa de campo” em museus e espaços de arte da cidade. Visitando museus; indo em aberturas; conversando com artistas, curadores, monitores de galeria, entre outros agentes; entendendo como se configura a cena e quais performatividades são operantes. Entendendo essa nova cena, temos o desejo de criar propostas performativas que façam sentido no contexto local. Porque nosso trabalho se organiza em operar junto com a cena da arte e expor as performatividades sociais do meio, através das nossas performances.
Que formas está assumindo o trabalho?
Antonio: Com relação as performances e pesquisas, hoje (no início de maio) ainda não sabemos como isso está acontecendo, pois ainda estamos pesquisando. Mas uma coisa importante que está acontecendo é a experiência de ter/viver um ateliê. A investigação que estamos realizando aqui começa a tomar forma por meio do desenho. Estamos produzindo e experimentando a expressão gráfica preparativa da performance. Um diário de investigação não linear.
Quais planos para o futuro?
Antonio: Muito difícil responder isso, mas eu acho que o plano para o futuro hoje é comprar cerveja. Pois amanhã é domingo e nada abre.
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